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Troppa fede
nella mamma

"Se la madre lavora, i bambini soffrono". "I padri sono bravi come le madri nel prendersi cura dei bambini". Una ricerca confronta i favorevoli e i contrari a queste affermazioni con la religione diffusa nel paese. Indovinate cosa ne viene fuori

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In Italia le nascite sono in costante diminuzione, non solo per il calo della fecondità ma anche perché si riduce il numero delle potenziali mamme. In calo anche i nati da genitori di origine straniera, mentre aumenta per tutte l'età media alla nascita dei figli. E sempre più bambini nascono da genitori non sposati. In altri paesi i nuovi modi di fare famiglia hanno aiutato la fecondità. Da noi si teme che non succederà

Le donne hanno superato gli uomini nell'istruzione, e contribuiscono sempre più ai bilanci familiari. Eppure rimane un notevole divario nei redditi (in Italia del 43,5%). Determinato non solo dal cosiddetto "gender pay gap", ma anche da scarsa occupazione femminile e segregazione nel part-time. Il punto della situazione in fatto di uguaglianza di genere, a 20 anni dalla piattaforma di Pechino

Private di fondi e risorse, senza uno stipendio, impossibilitate a fare il loro lavoro ma sovraccariche di responsabilità formali: questa è oggi la situazione delle consigliere di parità. Il forte disinvestimento rende esplicito che la politica istituzionale le considera superflue e non crede nel loro operato. La domanda dunque è: sono davvero necessarie?

La cancellazione del divieto di eterologa apre a una più estesa interpretazione del concetto di famiglia, non più per forza basata su legami “di sangue”. Con possibili effetti anche per le unioni di persone dello stesso sesso

Quanto influisce la religione nel diffondere l’opinione che i bambini crescono bene solo con la loro mamma? E in particolare che peso hanno cattolicesimo e protestantesimo nel consolidare l’idea che lo sviluppo cognitivo, i tratti caratteriali e il successo scolastico dei figli siano condizionati dall’avere o meno una mamma che lavora?

In questo articolo cercheremo di rispondere a queste domande sviluppando alcune riflessioni proposte in un nostro precedente articolo pubblicato su InGenere. La nostra analisi ha natura cross-country e indaga la correlazione tra la percentuale di cattolici e ortodossi presenti nelle nazioni europee e le risposte ad alcune affermazioni circa l’abilità dei padri nel prendersi cura dei bambini, per poi considerare le caratteristiche tendenzialmente sviluppate dai bambini che frequentano gli asili nido. Quello che ci interessa osservare è la diffusione di resistenze culturali e religiose anche tra le donne stesse. Resistenze culturali così radicate da influenzare le scelte delle donne al di là delle convenienze economiche. Dai dati dell’European Value Study del 2008, risulta che in Italia su circa 1500 persone intervistate il 75% condivide l’affermazione che i bambini in età prescolare soffrono se la loro mamma lavora. Considerando le percentuali per uomini e donne, le donne sono leggermente meno d’accordo con questa affermazione rispetto agli uomini, ma soltanto di 2-3 punti percentuali. Quote analoghe a quelle italiane sono presenti in Portogallo (69% circa) e Grecia (72% circa). Se si considerano i paesi del Nord Europa (Svezia, Norvegia, Finlandia e Danimarca), gli intervistati che hanno risposto di essere molto d’accordo e d’accordo scendono al 20%, con la Danimarca che raggiunge soltanto il 9%. Valori leggermente superiori sono presenti in Francia e Gran Bretagna (39,2% e 37,2% rispettivamente). Infine, la Germania presenta un valore pari a circa il 50%, in una posizione analoga a quella della Spagna. Sembra dunque che a eccezione della Spagna, nei paesi dell’area mediterranea, in prevalenza di tradizione cattolica e/o ortodossa, siano presenti maggiori preconcetti rispetto al lavoro femminile e alle sue conseguenze.

Se si mettono in relazione le risposte a questa domanda (asse verticale) con la percentuale di soggetti appartenenti alle confessioni cattolica e ortodossa (asse orizzontale), utilizzando sempre dati del 2008, si ottiene la Figura 1. Essa evidenzia una chiara correlazione positiva fra le due variabili: maggiore è la percentuale delle persone di confessione cattolica o protestante e più è diffusa l’idea che i bambini in età prescolare soffrano se la madre lavora.

In 32 nazioni su 39 oltre il 40% degli intervistati ha risposto di condividere l’affermazione “se le madri lavorano, i bambini in età prescolare soffrono”. In queste 32 nazioni c’è una relazione crescente tra percentuale di cattolici o ortodossi e persone convinte che i bambini piccoli soffrano se la mamma lavora. In particolare in Italia, Portogallo, Grecia, Lettonia, Cipro, Georgia e Malta, dove le percentuali di cattolici e ortodossi oscillano tra il 90% e il 100% della popolazione, le persone che hanno risposto di condividere l’affermazione oscillano tra il 70% e l’85%. È interessante notare, inoltre, che in molti dei nuovi paesi membri dell’Unione europea – Bulgaria, Romania, Repubblica Ceca e Slovacchia, Slovenia, Ungheria – la correlazione è meno forte che altrove: essi presentano infatti una percentuale di risposte positive inferiore alla media per la loro quota di cattolici/ortodossi. Il motivo è che in questi paesi l’impegno dei governi, anche ideologico e culturale, a favore della parità dei generi è stato fortissimo per tutta la durata dell’era socialista. Altrettanto interessante è il caso della Spagna, che in parte esce dallo schema proposto, per una percentuale di risposte positive alla stessa domanda di gran lunga inferiore a quanto lascerebbe pensare la loro posizione nella classifica dei paesi per appartenenza alla religione cattolica e ortodossa. Ciò potrebbe essere dovuto alle politiche di sostegno alle donne in maternità attuate negli ultimi anni.

 

Figura 1: Relazione tra la percentuale di cittadini appartenenti alle confessioni cattolica ed ortodossa e la percentuale di individui che sono d’accordo con l’affermazione “se la madre lavora, i bambini in età prescolare soffrono” nelle nazioni europee

Fonte: nostra elaborazione su dati European Values Study 2008.

 

Nell’European Value Study è contenuta un’altra domanda interessante circa la divisione dei ruoli all’interno della famiglia. Agli intervistati viene chiesto se considerano gli uomini capaci di prendersi cura dei bambini come le donne. L’ipotesi che vorremmo verificare è la seguente: poiché la dottrina cattolica attribuisce alla donna il ruolo di cura e di procreazione, compiti che devono avere la precedenza rispetto alle altre forme di occupazione, sarebbe lei più brava a svolgere questo ruolo nella famiglia.

Mettendo in relazione le percentuali di cattolici e ortodossi presenti in ogni nazione, sempre sull’asse delle ascisse, con le percentuali di risposte degli intervistati che sono molto d’accordo e d’accordo con l’affermazione circa le capacità di cura degli uomini, sull’asse delle ordinate, si ottiene la Figura 2. L’indice di correlazione tra le due variabili risulta essere negativo e pari a - 0.19: al crescere della presenza di cattolici ed ortodossi nelle varie nazioni, si riduce la percentuale di individui che sono molto d’accordo o d’accordo con questa affermazione (1). Se si considerano poi le percentuali di risposte concordanti con l’affermazione inferiori al 75% e le percentuali di cattolici/ortodossi superiori al 70%, otteniamo il gruppo di paesi che più sono d’accordo con la divisione tradizionale dei ruoli. Tra questi ancora una volta figura l’Italia, insieme a Grecia e Portogallo.

 

Figura 2: Relazione tra la percentuale di cattolici ed ortodossi e la percentuale di individui che sono d’accordo con l’affermazione “i padri sono bravi come le madri nel prendersi cura dei bambini” nelle nazioni europee

Fonte: nostra elaborazione su dati European Values Study 2008. 

Una maggiore informazione su questi temi è necessaria, per combattere le resistenze culturali che – come ci dicono i dati finora illustrati – influenzano ancora il comportamento delle donne e delle coppie alla nascita di un figlio.

Infatti, i progressi nella ricerca e nelle sperimentazioni realizzate su bambini che frequentano gli asili nido hanno consentito ormai da tempo il superamento delle teorie sull’attaccamento materno formulate da Bowlby (1969, 1973), almeno per il periodo immediatamente pre-scolare. Secondo tali teorie i bambini nei primi mesi di vita si attaccano ad una figura primaria, in genere la madre, e ciò garantisce loro la sopravvivenza. Tale figura diventa perciò fondamentale ed imprescindibile. Le analisi più recenti dimostrano invece che i bambini che vanno al nido sviluppano molte abilità, comprese le cosiddette abilità non cognitive, oggi considerate importanti per la formazione di un adeguato capitale umano e quindi indirettamente per trovare lavoro nella vita adulta. Le abilità non cognitive, di cui si parla sempre più spesso come di qualcosa che manca a molti giovani italiani, comprendono la motivazione, la perseveranza, l’affidabilità, la capacità di confrontarsi e rispettare gli altri, l’autostima, l’avversione al rischio ed il comportamento lungimirante (Borghans, Duckworth, Heckman, and  Weel, 2008). Entrambe le capacità, sia quelle cognitive che quelle non cognitive, producono inoltre un effetto diretto sui risultati scolastici, sulla criminalità, sulle gravidanze giovanili, sull’abitudine di fumare e su altri aspetti della vita economica e sociale (Cunha e Heckman (2009) , Heckman 2009).

Inoltre, come evidenziano Del Boca e Pasqua (2009), se da un lato quando le madri lavorano viene sottratto tempo ai figli, d’altro canto, il reddito in più a disposizione del nucleo familiare determina maggiori opportunità di spesa in beni e servizi per i bambini. Brooks-Gunn et al (2002) evidenziano come il minor lavoro della madre non incida sullo sviluppo delle capacità cognitive del bambino poiché le madri che lavorano tendono ad interagire maggiormente con i figli e a creare un ambiente più stimolante.

In Italia la scarsità dei servizi per la maternità e l’infanzia è dovuta anche ad una bassa domanda (rispetto ad altri paesi Ue), che dipende da una mentalità che ha la sua origine nelle credenze religiose e in una divisione tradizionale dei ruoli tra uomini e donne. E la scarsissima offerta di servizi di cura rafforza a sua volta il perpetuarsi di certe credenze e la divisione tradizionale dei ruoli. È necessario allora disinnescare questo circolo vizioso agendo su due fronti: da un lato occorre aumentare in misura massiccia l’offerta dei servizi, con incentivi economici importanti e, dall’altro, occorre accrescere l’informazione a disposizione di donne e uomini (per esempio con pubblicità progresso) per mostrare l’esistenza di modalità alternative di organizzazione della vita familiare. Occorre che queste azioni raggiungano una massa critica sufficiente a invertire la rotta. Infine è importante anche semplicemente parlarne, affinché possano essere superati pregiudizi e tabù.

 

Bibliografia

Bowlby, J. (1969), Attachment and loss, Vol. 1: Attachment. New York: Basic Books.

Bowlby, J. (1973). Attachment and loss, Vol. 2: Separation. New York: Basic Books.

Borghans, L.A., Duckworth L., Heckman J.J., and Bas ter Weel (2008), “The Economics and Psychology of Personality Traits.” Journal of Human Resources 43(4): 972–1059.

Brooks-Gunn, J., Linver, M. R., & Kohen, D. E. (2002), “ Family processes as pathways from income to young children’s development” Developmental Psychology, n. 38: 719–734.

Cunha F. and J.J. Heckman (2009), "The Economics & Psychology of Inequality and Human Development," Working Papers n. 2009/05, Geary Institute, University College Dublin.

Del Boca D. and S. Pasqua, (2010), “Esiti scolastici e comportamentali, famiglia e servizi per l’infanzia” Programma Education Fga Working Paper, 36. (v. anche http://www.ingenere.it/articoli/i-nidi-fanno-bene-genitori-e-figli)

Heckman J.J. (2009), Investing in our Young People: Lessons from Economics and Psychology, Lectio Magistralis Catholic University, Milan, September.

Pastore, F.  e S. Tenaglia (2011) “Donne e religione: ora et non labora”, www.ingenere.it, 6 Ottobre (http://www.ingenere.it/articoli/donne-e-religione-ora-et-non-labora).

 

NOTE

(1) Il coefficiente di correlazione è stato calcolato anche per le nazioni UE15 ed UE27, escludendo Svezia, Finlandia e Regno Unito che mostrano percentuali molto basse di cattolici ed ortodossi, e si è ottenuto nel caso dell’UE15 un coefficiente pari a -0.40 e nel caso dell’UE27 a -0.37.

(2) Si parla in realtà di “costo opportunità” inteso come quel beneficio che si potrebbe ottenere investendo i fondi pubblici e privati in altro modo. Tali costi sono assunti generalmente costanti.

*Gli autori ringraziano la redazione della rivista per alcune interessanti osservazioni che hanno consentito di migliorare l’articolo.

Commenti

Inviato da StefanoFugazza (utente non registrato) il

Insomma, con mia moglie abbiamo cresciuto tre figlie sbagliando tutto. E dire che lei non è cattolica. E dire che sono lavoratore autonomo (piva, ma non ditelo alla Fornero), quindi spesso a casa/ufficio.
Ancora adesso, però, quando qualcuna sta male, chiama la mamma e non vuole me. E quando si rompe la bici, la mamma è come se non ci fosse. Papà deve sporcarsi le mani.
Anche per comprare un paio di jeans, serve la mamma. Ma per gli scarponi da sci, il papà. Misteri.
Lasciamo stare studi e teorie, perchè se ne potrebbero portare altrettante che portano a risultati opposti.
Ho seguito con interesse il percorso proposto, niente di nuovo peró. Anche l'invito a superare credenze, superstizioni e tabù è un po' vecchiotto.
Perchè non dire che siamo di fronte a diversi atteggiamenti e valori con pari dignità? Questo invito molto zapateriano al mainstreaming di genere, mi sembra fuori luogo. A meno che tutto l'articolo non fosse che un'ampia premessa per arrivare alla sostanza, che, scusate, è molto ideologica e poco scientifica.
Mi occupo di conciliazione da anni e mi sembra di capire, lavorando con le aziende, facendo ricerche e leggendo quelle di altri, che la gente chiede più che altro flessibilità, per gestirsi come meglio crede la propria vita.
O ci vogliamo infilare tra le lenzuola e dire loro come si devono comportare?
Certo, i servizi per la prima infanzia risolvono la questione. In DDR ne erano ben consapevoli: un posto per ogni bambino nato e via subito al lavoro, verso il sole dell'avvenire.
Noi diremmo, verso il PIL dell'avvenire.

Inviato da Simona Tenaglia (utente non registrato) il

Gentile Stefano,

grazie per i suoi commenti interessanti che ci permettono di chiarire meglio obiettivi e risultati raggiunti con il nostro lavoro di ricerca.

Indubbiamente lei e sua moglie siete un esempio di coppia in cui il lavoro di cura e produzione domestica viene equamente ripartito, ma in molti paesi, specialmente quelli di tradizione cattolica, ortodossa e musulmana, questo non sempre accade. Il problema è che la religione spinge le donne a credere che debbano solo accudire i figli e le donne accettano passivamente questo ruolo, anche a causa della carenza di strumenti che favoriscano la conciliazione.

La nostra idea è andare al di là delle ideologie e verificare cosa dicono i dati statistici su questo. E non soltanto guardando delle frequenze e calcolando delle correlazioni tra variabili, ma utilizzando strumenti di analisi più complessi, applicati su un campione di oltre 66000 soggetti intervistati, residenti in 47 paesi europei. Noi non abbiamo preconcetti e stiamo cercando di isolare il ruolo della religione da altri fattori che possono incidere, come le politiche sociali.

Con la nostra ipotesi di ricerca sul ruolo della cultura e della religione circa le divisioni di ruoli all’interno della famiglia, noi non vogliamo infine sostenere che uomini e donne sono del tutto uguali. L'uguaglianza vera è nel rispetto delle differenze. In particolare il nostro punto non è che le donne non debbano fare le mamme, ma che le mamme debbano avere la possibilità di lavorare. La nostra ipotesi di partenza è che attribuzioni prestabilite di ruoli e carenza di servizi di sostegno alle famiglie contribuiscano a rafforzare lo status quo e quindi anche gli stereotipi e i pregiudizi.

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