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Dieci punti per cambiare.
Ecco gli obiettivi del W20

Si è tenuto a Istanbul il primo incontro del W20, gruppo indipendente di esperte di genere provenienti dai paesi del G20, con l'obiettivo di portare 100 milioni di donne al lavoro in dieci anni. Tutte le proposte per una piena occupazione femminile

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Il 16 e 17 ottobre si sono riunite a Istanbul donne rappresentanti dei paesi del G20 per lanciare il W20, un gruppo di riflessione indipendente per la definizione di un'agenda politica per l'inclusione economica e lavorativa delle donne. Per l'Italia ho partecipato anch'io come esperta di genere della Fondazione Giacomo Brodolini, editore di inGenere, insieme a Paola Degani dell’Università di Padova, Maria Grazia Panunzi di AIDOS e Anna Zattoni di Valore D.

Da quando è stato istituito, il G20 ha rilasciato diverse dichiarazioni ufficiali di intenti programmatici verso una maggiore uguaglianza tra uomini e donne. Intenti a cui non sono seguite azioni concrete. Nell'ultimo vertice "Australia 2014" il G20 ha fissato un obiettivo specifico per le donne: farne entrare nel mercato del lavoro 100 milioni in 10 anni. Il W20 è partito da questo obiettivo e per farlo ha raccolto le dichiarazioni riguardanti le donne pronunciate in vari G20. Ognuna di queste dichiarazioni è stata trasformata in una priorità politica su cui fornire delle proposte di policy concrete, un invito a far seguire i fatti alle parole, indicando obiettivi e strumenti e proponendo un monitoraggio costante della condizione economica delle donne.

Durante i due giorni di lavoro si è discusso, a partire da prospettive e contesti molto diversi, di come fornire indicazioni efficaci per tutti i paesi, il risultato è stato un documento in dieci punti.

Tra le proposte che sono emerse la prima riguarda l'istruzione e incoraggia una scuola che garantisca ai ragazzi e alle ragazze la possibilità di cimentarsi con qualunque ambito di studio, in special modo si auspica l'accesso delle ragazze e delle donne di qualunque età all'istruzione e alla formazione nelle materie tecnico-scientifiche, a quelle creative e innovative, alle competenze economico-finanziarie. Contemporaneamente viene fatta richiesta ai governi di sostegno alle start up di donne attraverso fondi e incentivi e alle imprese di promuovere i sette principi per l'empowerment delle donne al lavoro identificati da UN Women. In generale, secondo il W20 vanno rafforzati i legami tra il mondo dell'educazione e della formazione, le imprese e i governi.  

Il W20 incoraggia i governi a investire in infrastrutture sociali, creando nuovi posti di lavoro qualificati che sostituiscano il lavoro di cura non retribuito. Nella discussione si è messo l'accento sul bisogno di creare sia servizi dedicati e specializzati che una cornice legale che garantisca la qualità e l'emersione del lavoro di cura. Inoltre, il documento sottolinea come la cura non sia una prerogativa delle donne ma una responsabilità sociale condivisa tra uomini e donne e che le politiche e misure devono muoversi in questa direzione.

Per promuovere la leadership femminile il W20 propone obiettivi molto concreti: entro due anni ogni paese dovrebbe aumentare del 25% le presenze del genere meno rappresentato, fissando al 25% la percentuale minima di donne presenti nei cda. La leadership delle donne nella creazione di modelli di consumo sostenibili e la crescita "verde" viene considerata una priorità politica: non solo viene chiesto l'intervento dei governi per incentivare la partecipazione delle donne alla green economy dedicando fondi a imprese femminili, ma anche garantendo che le donne siano ben rappresentate nella gestione dei fondi di investimento per la green economy.

Si chiedono interventi per facilitare l'accesso ai mercati, ai servizi finanziari e alle risorse produttive delle donne che vanno sostenuti e accompagnati da misure di promozione delle imprese di donne (come per esempio facilitare l'acquisto da parte della pubblica amministrazione e dei privati di beni e servizi prodotti da imprese femminili). Per quanto riguarda invece l'occupabilità, le condizioni  e l'ambiente di lavoro vengono chieste misure che incentivino l'occupazione femminile e un quadro legale che garantisca un accesso paritario al mercato del lavoro in termini di assunzione, paga e possibilità di reclamare includendo la possibilità di denunciare le molestie e la violenza sul lavoro. Le donne sono più vulnerabili sul mercato del lavoro e il proposito condiviso deve essere di contrastare le forme di vulnerabilità garantendo lavoro dignitoso e meglio retribuito così come l'estensione della previdenza (pensioni e altri benefici). Infine viene chiesto che il diritto del lavoro e la protezione sociale si adattino alle nuove forme di flessibilità di tempo e spazio di lavoro. 

Ci sono due temi che possiamo considerare trasversali, che riguardano la condivisione delle buone pratiche sia pubbliche che private e il networking, due strumenti considerati fondamentali per rafforzare il ruolo delle donne nell'economia. Durante il vertice è stato detto: "Quello che non possiamo misurare non lo possiamo realizzare" per questo sono stati identificati 10 indicatori che dovrebbero servirci a verificare i progressi verso la realizzazione di questi obiettivi.

Tutto questo suona molto bene. La domanda è: a cosa serve questo documento? Che fine farà? Riuscirà il W20 a fare in modo che i governi rispondano? 

In primo luogo, questo incontro è servito a portare intorno a un tavolo delegate di molti dei paesi del G20, a impegnarsi nella costituzione del W20 cercando una piattaforma di lavoro comune. Certo questo W20 2015 è il "ground zero" e molto ancora c'è da fare, sia nello stabilire una metodologia che consenta più trasparenza e più discussione che per la possibilità di sciogliere alcuni nodi importanti, per esempio sul ruolo della politica istituzionale e quello del mercato, sulla necessità o meno di strumenti legalmente vincolanti, sugli strumenti concreti che garantiscono trasferibilità ed efficacia. Il W20 deve pensare anche a come creare dei meccanismi che consentano una partecipazione ampia ai lavori del gruppo senza delegare ai governi, alle singole o alle organizzazioni la possibilità o volontà difinanziare la partecipazione creando una diplomazia delle donne/associazioni ricche o dei governi volenterosi. La capacità di cimentarsi anche con questo aspetto sarà fondamentale per garantire l'indipendenza e la pluralità del W20. 

Dei 100 milioni di donne che dovrebbero entrare nel mercato del lavoro almeno 2,7 dovrebbero essere italiane: secondo l'Istat è questo il numero di occupate che consentirebbe all'Italia, attualmente ultima in Europa per tasso di occupazione lavorativa femminile, di allinearsi con la media europea. Il nostro paese è ben lontano dall'obiettivo fissato già dalla strategia di Lisbona che prevedeva l'impiego del 60% di donne entro il 2010. Un obiettivo che, secondo la Banca d'Italia, avrebbe ricadute positive per tutta la società facendo crescere il PIL del 7%. 

Parlando di donne e inclusione lavorativa, l'l'Italia deve avere come obiettivo non solo quello di inserire più donne nel mercato del lavoro ma anche creare lavoro di qualità, riconoscendo capacità e competenze delle donne e trattenendole nel mercato del lavoro: non dimentichiamo che da un lato le donne hanno livelli medi di istruzione più elevati degli uomini e dall’altro il 22,5% delle donne che lavoravano al momento della loro prima gravidanza a due anni dalla nascita del figlio non lavorano più.

L'immagine che ci restituisce il W20 è che sono molte le azioni che avrebbero un ritorno positivo: alcune semplici, molte complesse, sono misure e politiche che possono essere messe in campo sia a livello pubblico che privato, di cui alcune in corso, altre in via di definizione, molte già sperimentate con successo in altri paesi o in atto con buoni risultati, ma solo in alcune realtà.