Oggi permane la tendenza a concepire e trattare spazi e dinamiche digitali come nettamente separati da ciò che accade in quella che viene chiamata “vita reale”, intendendo con questa espressione tutto ciò che si verifica nello spazio “offline”. Ma è davvero così? Per una lettura femminista della cyberviolenza è imprescindibile ridefinire la realtà
Ridefinire
la realtà
Negli anni, mi sono occupata molto di violenza di genere. L’ho fatto da un doppio posizionamento di ricercatrice-attivista transfemminista impegnata, insieme a tantɘ altrɘ, non solo passando il tempo a capire ma, soprattutto, a lavorare per smantellare quella che bell hooks nel 1984 ha eloquentemente definito “l’ideologia della dominazione che permea le culture occidentali a vari livelli”. In quest’ottica, ho sempre considerato la violenza di genere non solo come uno dei prodotti più evidenti di questa ideologia, ma anche come uno dei dispositivi principali attraverso cui essa si riproduce e persiste nel tempo. Chiaramente, tale persistenza non sarebbe comprensibile se la violenza di genere fosse un fenomeno monolitico, statico e invariante. Al pari di ogni altro dispositivo di dominazione e oppressione, essa funziona piuttosto come una malerba: si adatta a qualsiasi contesto e condizione, proliferando e riproducendosi rapidamente perché dotata di radici profonde che rendono difficile estirparla.
È sulla scorta di questa idea che ho dedicato gran parte del mio lavoro di ricerca e di attivismo alla violenza di genere digitale, confrontandomi con quello che, ancora oggi, rimane un problema aperto: la difficoltà, se non direttamente il rifiuto, di riconoscerla come “vera” violenza di genere. Certamente, la pervasiva ideologia della dominazione normalizza con grande efficacia la violenza di genere in generale, rendendo difficile riconoscerla perfino quando assume le forme più brutalmente definitive, come nel caso dei femminicidi derubricati a un effetto collaterale di un “raptus” o di un “dolore troppo profondo per la fine di un amore”. Nel caso della violenza di genere digitale, però, a questo si aggiunge un errore di valutazione drammaticamente diffuso: la tendenza a concepire e trattare spazi e dinamiche digitali come nettamente separati da ciò che avviene in quella che, altrettanto erroneamente, viene definita “vita reale”, intendendo con questa espressione tutto ciò che accade nello spazio cosiddetto “offline”.
Dal mio punto di vista, tale errore avviene per due motivi principali. Il primo è che le tecnologie digitali sono entrate a far parte delle nostre vite tutto sommato di recente, aprendo spazi e possibilità di azione che prima non erano disponibili ma che abbiamo continuato a immaginare, capire e praticare come qualcosa di altro, separato da contesti e grammatiche relazionali definiti “offline”. Il secondo è che negli spazi digitali non usiamo tutti i nostri sensi: non sentiamo odori, non assaggiamo sapori, non abbiamo percezione del calore e, con buona pace di chi ha investito milioni nelle tecnologie di realtà virtuale, non tocchiamo “con mano” proprio nulla. Sulla scorta di un antropocentrismo dominante, spazi e dinamiche digitali vengono spesso pensati come “incompleti”, se non addirittura “manchevoli”, perché non ci permettono di sentire appieno.
All’incrocio tra questi due elementi, i corsi di azione digitale sono sempre pensati non solo come disgiunti ma, in modo più rilevante, come “meno significativi” di quelli che si dipanano nella “vita reale”. Si dice: Le amicizie su Facebook e Instagram non sono come le amicizie nate tra i banchi di scuola. Si dice anche: Scrivere post con hashtags di protesta non è la stessa cosa di stare in piazza o di andare a votare. Ma si dice anche: Condividere foto e video intimi di qualcunɘ senza consenso non è come aggredirlɘ. E anche: Monitorare costantemente comunicazioni e interazioni sui social non è come lo stalking. Oppure: Incollare la faccia di una persona (perfino di una persona bambina) sul corpo di qualcunɘ in un video pornografico non è come uno stupro. In ognuno di questi casi, l’intento non è quello di marcare una distinzione tra forme diverse di azione o di violenza per poterle comprendere meglio. Quasi all’opposto, lo scopo è sminuire la rilevanza di ciò che accade negli spazi digitali in modo da poter legittimare corsi di azione violenta.
È vero che la diffusione non consensuale di materiale intimo non è la stessa cosa di un’aggressione fisica, come del resto sono vere tutte le distinzioni che ho portato ad esempio. Ciò che è falso è che ci sia meno o addirittura nessuna violenza nella diffusione non consensuale di materiale intimo o nella creazione di un deepfake pornografico in virtù della natura digitale di questi atti. Il faticoso riconoscimento della pervasività della violenza di genere si deve totalmente al lavoro di messa al centro dei corpi e alla rivendicazione del diritto di autodeterminazione che sono propri dei movimenti femministi e transfemministi. Tuttavia, in nessun modo riflessioni e pratiche femministe e transfemministe hanno fatto coincidere i confini del fenomeno della violenza di genere con quelli del corpo fisico. Quando ciò accade, è in virtù di un’operazione strategica volta a ristabilire un predominio sulle vite altrui che è l’oggetto principale a cui si oppongono le lotte femministe e transfemministe. Vi è anche un’abbondante dose di ipocrisia in questa operazione, giacché nessuna delle pratiche attraverso cui la violenza di genere digitale si realizza mostra alcun rispetto o cura per i corpi – basti pensare a quanto accade nei branchi digitali su gruppi Facebook e canali Telegram, o alle conseguenze che possono avere pratiche come il doxxing (la pubblicazione in chiaro di informazioni sensibili come l’indirizzo di residenza o le informazioni di geolocalizzazione).
Per quanto strategica ed ipocrita, la delegittimazione della violenza di genere digitale continua ad avere conseguenze estremamente gravi, non solo per le persone che la subiscono ma, più in generale, in riferimento a quello che, forse in modo ingenuo, viene spesso chiamato “buon vivere democratico”. Viviamo in un contesto in cui lo spazio sociale diventa ibrido perché il confine tra online ed offline non può più essere tracciato (ammesso e non concesso che ciò sia mai stato possibile) e nel quale, come ha detto la sociologa Sophie Maddocks nel 2018, “non esistere online non è un’opzione”.
Cancellare i propri profili dalle piattaforme digitali, limitarne l’uso per non ricevere minacce o insulti, essere soggettɘ a un flusso continuo di derisione, umiliazione, mortificazione, assistere alla violazione della propria intimità e al continuo abuso del proprio corpo provocano un serio deterioramento delle condizioni di vita individuale – finanche a determinare l’impossibilità di averne una. Eliminare donne e soggettività Lgbtqia+ dallo spazio pubblico digitale o spingerle ad auto-eliminarsi priva la collettività di una componente che non solo è fondamentale per qualunque società che voglia definirsi “civile” ma che, molto più semplicemente, ha pieno diritto di esistere liberamente in ogni modo ed in ogni spazio, digitale o fisico che sia. Più in generale, la violenza di genere digitale implica per sua stessa natura (grazie anche al supporto immutato ed immutabile delle piattaforme stesse) la diffusione massiccia di contenuti sessisti, razzisti, classisti, abilisti, misogini che creano un humus antidemocratico nel quale tutte le altre forme di violenza, discriminazione e oppressione crescono rigogliose.
Possiamo continuare a nasconderci dietro a un dito continuando a sostenere l’insostenibile posizione per la quale ciò che accade online resta online e, comunque, conta poco. Oppure possiamo prendere atto della realtà e ingaggiare una lotta vera e consapevole contro la violenza di genere riconoscendo che essa permea le nostre vite in molti modi e che il formato che assume conta meno della logica di dominazione che le accomuna. A seconda della scelta che faremo, si capirà chi siamo.
Questo articolo nasce dall'intervento tenuto in occasione del convegno Ctrl+Shame, Canc. La Cyberviolenza di genere tra rappresentazioni, riconoscimenti e resistenze, che si è tenuto il 4 dicembre 2025 presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell'università di Bologna.
Riferimenti
hooks, b. (1984). From Margin to Center: Feminist Theory. South End Press.
Maddocks, S. (2018). From Non-consensual Pornography to Image-based Sexual Abuse: Charting the Course of a Problem with Many Names. Australian Feminist Studies, 33(97): 345-361.