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Per la parità? In Europa
aspetteremo il 2080

Foto: Unsplash/Fábio Lucas

Gli ultimi dati diffusi dall'Eige mostrano i fragili progressi della parità in Europa e in Italia, dopo la pandemia del Covid-19: per una società senza gap di genere dovremo aspettare il 2080

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Il 24 Ottobre, lo European Institute for Gender Equality (Eige) ha pubblicato i risultati relativi all’Indice sull’uguaglianza di genere (Gender equality index), un importante strumento che dal 2013 monitora il progresso della parità di genere nell’Unione europea.[1] L’indice, ogni anno, attribuisce a ogni paese un punteggio complessivo della sua performance, da 1 a 100, in sei domini chiave: lavoro, reddito, conoscenza, tempo, potere e salute. A un punteggio più alto corrisponde una maggiore parità tra donne e uomini. A tal proposito, è fondamentale chiarire che l’obiettivo è quello di rilevare situazioni di disparità tra i generi e che quest’ultima si considera negativa qualunque sia il genere “avvantaggiato”.

L’indice mostra che l’Ue sta migliorando, anche se molto lentamente. Tuttavia, in Italia la situazione non sembra essere troppo rosea: il raggiungimento della parità di genere sembra un obiettivo ancora lontano, nonostante i significativi miglioramenti compiuti dal 2013 a oggi. Quest’anno, con un punteggio di 65 su 100, il nostro paese si colloca al quattordicesimo posto tra i paesi Ue, 3,6 punti in meno rispetto alla media europea (pari a 68,6 punti).

Per la prima volta, i risultati presentati dall’indice 2022 sono in grado di fornirci una misurazione, seppur parziale, dell’impatto della pandemia di Covid-19 sulla condizione femminile in Italia e in Europa. Molti indicatori, infatti, si basano su dati del 2020, anno in cui la pandemia è scoppiata e in cui ha cominciato ad avere rilevanti conseguenze sulle vite dei cittadini e delle cittadine.

In termini generali, le ricercatrici ed i ricercatori di Eige evidenziano che, al ritmo attuale al quale si registrano i progressi nell'Ue, ci si aspetta che la completa uguaglianza di genere sia conseguita non prima del 2080. Questo dato rappresenta dunque una sfida per l’Europa, non solo in vista dell’attuazione della Strategia europea per l’uguaglianza di genere 2020-2025, ma anche per tutte le politiche di rilancio e sviluppo (Green Deal, Digital Society, ecc.) su cui si stanno investendo ingenti quantità di fondi e risorse.

Vediamo ora cosa è emerso dall’analisi dei dati rispetto all’Italia.

Figura1.  Gender equality index 2022 nei paesi dell'Ue

Fonte: Eige, 2022

In Italia meno di una donna su tre lavora a tempo pieno

Nonostante i progressi registrati, le donne in Italia incontrano numerose difficoltà affacciandosi al mondo del lavoro. I dati sul lavoro, infatti, vedono il nostro paese come fanalino di coda con solo il 31% delle donne italiane occupate a tempo pieno, rispetto al 51% degli uomini.[2] Particolarmente preoccupante è l'immobilità in questo dominio: dal 2013 la partecipazione delle donne al mondo del lavoro è aumentata di appena un punto percentuale. Ne consegue che, nel dominio del lavoro, l’Italia è stabilmente in ultima posizione fra i paesi dell’Unione europea.

Senza sorpresa, la situazione non migliora quando si guarda alla distribuzione del reddito, che rimane iniqua. Le donne continuano a guadagnare meno degli uomini, con un salario medio mensile inferiore del 16%. Questo divario si acutizza tra le persone over 65, dove le donne guadagnano 36% in meno degli uomini, e tra le donne e gli uomini che hanno completato l’istruzione terziaria (con un gender gap di 35 punti percentuali). Le differenze di genere sui salari, nonché le differenti condizioni lavorative delle donne, hanno ripercussioni a lungo termine: le donne italiane over 65 hanno un reddito annuo del 11% inferiore a quello degli uomini della stessa età.

La percentuale italiana di laureati è tra le più basse in Europa

Senza dubbio la pandemia ha aggravato le disuguaglianze sociali nel campo dell’istruzione attraverso la chiusura delle scuole e il passaggio alla didattica a distanza. Infatti, per la prima volta dal 2013, a livello europeo si è registrato un calo nella partecipazione di donne e uomini all’istruzione pari a 0,4 punti: solo il 16% delle donne e 15% degli uomini hanno avuto la possibilità di partecipare ad attività educative – sia formali che informali – e il 27% delle donne e il 26% degli uomini hanno conseguito un titolo universitario. Allo stesso tempo, il numero di donne con istruzione terziaria è aumentato più di quello degli uomini, accentuando il divario di genere a scapito di quest’ultimi. L’Italia non ha fatto eccezione: durante la pandemia solo il 17% delle donne si è laureata, rispetto al 14% degli uomini. Queste percentuali sono tra le più basse dell’Ue – seguite solo dalla Romania.

Vale la pena notare, inoltre, che l’impatto della pandemia è stato particolarmente importante per i lavoratori e le lavoratrici essenziali e questo ci porta ad una riflessione più ampia sulla segregazione del mercato del lavoro italiano. Sempre Eige stima che il 48% delle donne è iscritta a un corso di laurea in settori come educazione, salute, arte e scienze sociali, rispetto al 25% degli uomini. Sebbene le statistiche siano in linea con la media europea, questi dati ci danno una prima misura del gender gap che ancora persiste nelle scelte delle carriere accademiche e lavorative.

La cura e l’assistenza continuano a pesare sulle spalle delle donne

L'isolamento sociale, la chiusura delle scuole e i periodi di lockdown hanno portato alla luce bisogni di assistenza informale senza precedenti, minando gli equilibri già precari tra lavoro e vita privata. In particolar modo, le donne e le madri single hanno sopportato il peso maggiore di questa nuova realtà, non solo la maggior parte del carico di cura ma anche le conseguenze socioeconomiche più acute della crisi innescata dalla pandemia.

Figura2. Distribuzione della cura e supervisione dei bambini (0-11 anni)

Fonte: Eige, 2022

A tal proposito, il recente report pubblicato da Eige evidenzia che in Italia il 48% delle donne dichiara di accudire completamente o per lo più da sola i figli o nipoti di età compresa tra zero e undici anni.[3] Durante la pandemia, circa quattro donne su dieci hanno dedicato più di quattro ore al giorno alla cura dei bambini (39% rispetto al 16% degli uomini). Anche la cura e l’assistenza agli anziani o persone con disabilità riflette la marcata divisone dei ruoli esistente nel nostro paese: il 66% delle donne dedica abitualmente da una a quattro ore al giorno a compiti di assistenza facendo affidamento in minima parte alle strutture residenziali. Tra gli uomini che forniscono assistenza, invece, circa tre uomini su cinque dipendono da aiuti esterni.

Più donne nei processi decisionali, ma la parità di genere è ancora lontana

Un risultato positivo si riscontra nel dominio del potere. La presenza delle donne negli organismi decisionali (politici, economici e sociali) è in crescita e questo dato ha contribuito complessivamente all’incremento dell’indice dell’uguaglianza di genere, compensando i minori incrementi o i passi indietro registrati negli altri ambiti.

A seguito delle ultime elezioni politiche, l’Italia ha per la prima volta una donna premier. Tuttavia, la percentuale di donne nel parlamento appena eletto ha subito una riduzione rispetto ai precedenti (circa il 31% contro il 34% della legislatura precedente), così come la presenza delle donne al governo (solo un ministro su quattro è donna).

La percentuale di donne che siedono nei consigli di amministrazione delle maggiori società quotate in borsa è invece aumentata dal 37% nel 2019 al 40% nel 2022. Ciò è dovuto segnatamente all’introduzione delle quote obbligatorie previste dalla Legge Golfo-Mosca (L.120/2011).[4] Questo risultato è comune ad altri paesi dell’Unione europea, in particolare quelli in cui le quote di genere sono previsteper legge. Osservando inoltre i valori rilevati per l’Italia nei sei domini considerati per il calcolo dell’indice sull’uguaglianza di genere, risulta che sia stato proprio il dominio del  potere a trainarne i progressi, generando quindi un effetto di “parziale assorbimento” dello shock causato dalla pandemia.

Uno sguardo al futuro

L’importanza della parità di genere non risiede solo nel fatto che si tratta di un diritto umano fondamentale ma essa rappresenta anche la pietra angolare di una società giusta, prospera e sostenibile. L’uguaglianza di genere non va a beneficio solo delle donne ma della società nel suo complesso.

Per far fronte alle disuguaglianze del nostro paese, nell’agosto 2021 il Governo Draghi, attraverso il Dipartimento per Pari Opportunità, ha adottato la Strategia nazionale per la parità di genere 2021-2026 che annovera tra le sue priorità, la risalita di cinque punti nel ranking dell’indice sull’uguaglianza di genere. Questo vorrebbe dire che l’Italia, entro il 2026, dovrebbe fare enormi progressi nella parità di genere fino a raggiungere un punteggio di 68,5 punti.

Rispetto al 2021, l’Italia ha registrato un incremento di 1,2 punti in questa direzione. Tuttavia, l’obiettivo sembra mal posto e pericolosamente squilibrato: i dati relativi a ciascuno dei sei domini dimostrano che reali passi avanti sono stati fatti nel dominio del potere, dove il punteggio dell’Italia è cresciuto di 4,7 punti dallo scorso anno e di 31,7 punti dal 2013, stanziandosi a 56,9 punti su 100.

Ne consegue che progressi nella parità di genere riguardano solo un parte ristretta e per lo più  privilegiata della popolazione femminile italiana, mentre le disuguaglianze nella partecipazione e segregazione nel mercato del lavoro, nell’educazione, nella salute, nelle possibilità di conciliare carriera e famiglia, non solo persistono ma tendono pericolosamente ad allargare il divario tra la parte della popolazione femminile più fragile e quella più avvantaggiata dal mercato del lavoro.

Note

[1] EIGE, The Gender Equality Index.

[2] Il dato è misurato in equivalente a tempo pieno (Etp). L'equivalente a tempo pieno misura l’orario di lavoro delle persone occupate in modo comparabile  e corrisponde al totale delle ore di lavoro effettivamente fornite divise per le ore mediamente lavorate in un impiego a tempo pieno.

[4] La legge Golfo/Mosca ha imposto una presenza di almeno 1/5 di ciascun genere per la prima elezione degli organi successiva al 12 agosto 2012. La quota è poi aumentata a 1/3 per le due elezioni successive, ed ha poi raggiunto il 40% nel dicembre 2019 per le ulteriori tre elezioni.