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Muoviamo
le montagne

Foto: Unsplash/Jim Desautels

Utopie dal passato. Nel romanzo fantastico pubblicato in America nel 1911, Charlotte Perkins Gilman anticipava le atmosfere della più contemporanea 'climate science fiction' e immaginava un mondo collocato nel futuro e guidato dalle donne

Il romanzo Moving the Mountains viene pubblicato originariamente nel 1911, dopo essere apparso a puntate nella rivista creata da Charlotte Perkins Gilman per poter discutere di questioni sociali a lei care, The Forerunner. È un romanzo estremamente moderno e anticipatorio per i temi trattati, e proprio per questo si rivolge a un pubblico ben definito, ovvero un pubblico perlopiù femminile e vicino a idee progressiste e moderniste, probabilmente lo stesso pubblico che non solo leggeva la rivista, ma era anche a conoscenza delle precedenti opere saggistiche di Perkins Gilman, Concerning children (1900), The home and its influences (1903) o Human work (1904), e che avrebbe letto un testo pubblicato nello stesso anno dal titolo più che esplicito, Man made world, or our androcentric culture.

Tutte queste opere coniugano le prime tesi femministe con il socialismo americano di Lester Frank Ward, in completa antitesi con il socialismo Darwiniano in voga all’epoca nel contesto americano, e riprendono alcuni tratti dell’utopia socialista di Edward Bellamy, Looking backward (1888), peraltro citato insieme a Thomas More nel Prologo al testo. Sono opere che possiedono la stessa forza utopica e propulsiva verso un domani migliore, più equo e democratico.

Charlotte Perkins Gilman era una donna straordinaria per quei tempi, nel senso di extra-ordinary, al di fuori dell’ordinario, una donna che aveva scelto una vita autonoma, che aveva divorziato dal marito e che aveva preferito lasciare la figlia alle cure della seconda moglie dell’ex-marito per poi dedicarsi alla causa femminile. Perkins Gilman era una femminista vittoriana. Nonostante il termine non fosse ancora coniato all’epoca, le si addice data la forza del suo pensiero e il suo agire in campo sociale e intellettuale.

All’uscita del romanzo Gilman era una nota intellettuale conosciuta per le sue conferenze sul rapporto tra donne, uomini ed economia (esposte nel volume Women and Economics del 1898), su una idea di forza della collettività per un miglioramento delle condizioni lavorative e personali dei cittadini e delle cittadine. There is no female mind. The brain is not an organ of sex. Might as well speak of a female liver, sostiene Gilman in quest’opera, ovvero non esiste un cervello femminile, perché l’intelletto non è organo sessuale o sessuato, al punto che dovremmo allora parlare di fegato femminile. Le parole di Gilman sono dirette, limpide, non lasciano dubbi sul loro significato e mostrano una donna determinata sia nella scrittura saggistica che nella creazione letteraria, una scrittura fortemente legata alla vita personale.

Sono parole forti che esprimono la necessità di giungere a una condizione femminile completamente diversa da quella dell’epoca e del contesto in cui viveva, affinché tutta la società possa migliorare per tutti, donne e uomini. Le sue parole erano dirette principalmente alle donne della borghesia americana di fine Ottocento e di inizio Novecento, che potevano trovare nei suoi scritti un modello per una rivoluzione domestica, sociale e culturale; erano parole per un pubblico femminile e maschile, che in quel periodo stava vivendo la lotta per il suffragio femminile e che vede nelle suffragette un simbolo di emancipazione economica e culturale.

Moving the Mountains non è un romanzo noto, sebbene sia il primo volume di una trilogia composta da altri due romanzi, Herland (1915) e With her in ourland (1916), pubblicati a distanza di pochi anni e sempre serialmente prima di arrivare alla stampa in volume. È un testo rimasto a lungo nel dimenticatoio anche in ambito anglosassone, perlomeno fino al 1979, anno in cui venne ripubblicato da Pantheon books con la definizione di lost feminist utopia, una perduta utopia femminista, definizione che sottolinea l’importanza della sua “riscoperta”, sia come piccolo gioiello della traduzione utopica scritta da donne, che come parte dell’intero universo narrativo dell’autrice.

Altri quarantadue anni sono passati per arrivare a una sua traduzione verso l’italiano, e inevitabilmente il testo dimostra fin da una prima lettura la sua età, ovvero la lettrice e il lettore contemporaneo devono fare un piccolo sforzo in più per comprendere a pieno l’importanza di questo scritto nella traduzione utopica.

Il testo presenta chiari punti di forza nel suo essere precorritore di temi centrali nelle utopie e nella fantascienza femminista come, ad esempio, un ripensamento del tema della sessualità, della maternità, della corporeità femminile, la proposta di una società basata su valori di condivisione e uguaglianza tra donne e uomini, di una società pacifica e pacifista, attenta al benessere dell’individuo e della collettività. La maternità diventa una forza della visibilità sociale delle donne, e non più un motivo di impossibilità a uscire dalla sfera privata.

Questo tema era caro all’autrice che nel 1892 aveva pubblicato nel New England Magazine un racconto in tolato The yellow wallpaper proprio sulla depressione post-parto. Il racconto si basa va sulla sua esperienza personale, costretta alla cosiddetta “cura del riposo”, che prevedeva che alle donne venisse consigliato di evitare qualsiasi occupazione intellettuale e di scrittura, attività considerate non adatte a loro. Questo racconto, probabilmente il più noto di Perkins Gilman, è stato tradotto in italiano e curato da Bibi Tomasi e Laura Mc Murphy nel 1976 con il titolo La carta gialla, dalla casa editrice La Tartaruga, che pochi anni dopo nel 1980 pubblicò anche Terra di lei, nella traduzione di Angela Campana. Un’altra edizione uscì nel 1988 con il titolo La carta da parati gialla, a cura di Franco Venturi e traduzione di Cesare Ferrari per La vita felice, una terza nel volume La terra delle donne: Herland e altri racconti, curato da Anna Scacchi e pubblicato da Donzelli nel 2011 e l’ultima nel 2019 curata da Alessandra Calanchi, con la traduzione di Luca Sartori per la casa editrice Galaad.

La traduzione di Muoviamo le montagne, curata da Beatrice Gnassi per le plurali, è molto importante nel panorama letterario italiano, perché fornisce a lettrici e lettori la possibilità di comprendere in modo più approfondito la scrittura utopica e progressista dell’autrice. La stessa scelta del titolo in italiano “muoviamo” le montagne ci prepara all’idea di una possibilità di cambiamento, alla necessità di una agency femminista, che già Perkins Gilman perorava a inizio secolo ben prima delle contemporanee teorie femministe.

Anche le montagne si possono muovere, ci obbliga a pensare l’autrice, non vi è infatti staticità nel pensiero umano né nelle possibilità che abbiamo di fronte a noi per poter vivere meglio e in armonia.

Molti sono i temi incredibilmente attuali in questo romanzo, come ad esempio le questioni legate all’ecologia, al benessere, all’alimentazione, alla cura di tutti gli esseri viventi, gli animali, le piante, questioni che proprio in questi ultimi anni hanno arricchito la narrativa fantascientifica attraverso il genere 'Clifi', Climate science fiction.

È un romanzo dove lettrici e lettori ritrovano spunti di riflessione contemporanei su pari diritti e pari opportunità per donne e uomini, un luogo dove le donne non devono rinunciare alla maternità per riuscire a realizzarsi in campo professionale, anzi dove la capacità riproduttiva diventa risorsa del potere femminile, grazie a un ben organizzato sistema collettivo, che permette alle donne di accudire la prole ma avere anche tempo per sé, per la propria carriera e il proprio privato. […]

L’autrice rappresenta un mondo collocato trent’anni nel futuro, nel 1941, in cui il protagonista si ritrova dopo trent’anni di lontananza in Tibet. Il “risveglio” del protagonista avviene gradualmente attraverso la sua osservazione del “nuovo mondo”, in cui tutto è così diverso da ciò che ha lasciato. Il viaggiatore in utopia non scopre quindi un mondo lontano o nascosto, ma riscopre il proprio proiettato in un futuro tutto sommato non così lontano, e lo riscopre attraverso la sua famiglia. Il mondo di Muoviamo le montagne è organizzato secondo ben definiti principi socialisti ed è guidato esclusivamente da donne. Le donne sono ingegnere, dottoresse, rettrici, possono intraprendere qualsiasi carriera e realizzarsi sia professionalmente che economicamente; ricoprono ruoli pubblici importanti e sono centrali nel funzionamento dell’intera società. […]

Muoviamo le montagne è un testo con descrizioni precise e puntuali, a tratti forse anche eccessive, che consentono alla lettrice e al lettore di entrare in questo nuovo mondo e scoprirne le possibilità di cambiamento per il proprio. Un testo di non facile traduzione sia per i contenuti che per lo stile dell’autrice, ma che qui magistralmente ritroviamo grazie all’incisivo lavoro sulle parole della traduttrice.

Estratto dalla prefazione di Eleonora Federici per gentile concessione della casa editrice.

Charlotte Perkins Gilman, Muoviamo le montagne, le plurali, 2021