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Il femminismo di Enrico Berlinguer

“Questo secolo ha avuto tre grandi rivoluzioni: quella sovietica e cinese, il movimento anticoloniale degli anni cinquanta e il movimento delle donne.” La parabola dello storico leader del Pci si accompagna all’evoluzione del femminismo. Dai giudizi severi degli anni 50, alla totale apertura, in parte osteggiata dal partito, verso il movimento. Pubblichiamo uno stralcio del libro di Chiara Valentini “Enrico Berlinguer”

Ogni volta che Berlinguer ripete queste parole, molti dei suoi compagni lo guardano con quell’aria fra lo sbalordito e il diffidente che negli ultimi anni riesce a suscitare spesso. Certo è passata molta acqua sotto i ponti da quando, negli anni cinquanta, aveva fatto l’esaltazione di Maria Goretti, la santa bambina morta per difendere la verginità, proponendola come esempio di virtù delle ragazze italiane.

Per parecchio tempo Berlinguer non era stato toccato dai temi del femminismo radicale. In tutta la fase di espansione del movimento aveva considerato con scetticismo l’idea della separatezza affermata dalle donne, la radicalità di una cultura d’importazione americana, venata dall’estremismo delle cose nuove. Fra l’altro non lo aveva aiutato la sua concezione piuttosto tradizionale dei ruoli e dei rapporti familiari. Al contrario di molti personaggi di sinistra della sua generazione, Berlinguer vive una vita lineare, senza quelle separazioni e quelle nuove unioni che c’erano state perfino nella vita di Togliatti e di Longo. Per un uomo che non conosce grandi inquietudini private è certo più difficile entrare nell’ottica di questa rivoluzione diversa da tutte le altre.

In un primo tempo i suoi giudizi sul femminismo sono severi. “Le femministe hanno scelto una trincea sbagliata. Non si può contrapporre l’uomo alla donna,” dice in un’intervista del 1972. Ancora per un po’ la sua posizione è quella tradizionale del Pci, valorizzare l’emancipazione delle donne, considerare la loro mancata parità come uno degli effetti del capitalismo. Un atteggiamento diverso comincia a trasparire in una lunga intervista che gli fa nel 1976 Carla Ravaioli (1). Qui Berlinguer fa autocritica (e critica il Pci) per non aver fatto abbastanza per le donne, non solo sul piano delle lotte sociali ma anche della lotta ai pregiudizi e alle discriminazioni che le colpiscono anche dentro il partito.

Verso il femminismo, che adesso guarda con curiosità ma senza piena conoscenza, resta però l’obiezione classica: “Non possiamo accettare un’ideologia che individua nel dominio dell’uomo sulla donna la caratteristica fondamentale dell’attuale società”.

L’obiezione cade da sola quando Berlinguer, dopo la sconfitta elettorale del 1979, riesamina non solo la politica del Pci ma le sue stesse posizioni teoriche. Nel suo sforzo per ripartire dai contenuti, Berlinguer incontra il movimento delle donne. Quasi naturalmente nel “rinnovamento della politica” e nella battaglia per la questione morale, le donne diventano uno degli elementi determinanti. In concreto, il Berlinguer “femminista” comincia a delinearsi dopo la campagna per il referendum sull’aborto. In quegli anni Enrico manifesta un particolare interesse per quel filone del femminismo che si misura con la politica. Chiede, per esempio, di essere informato minutamente sulla “doppia militanza” che si è diffusa nella base del Pci e nel sindacato.

Ricorda Giglia Tedesco: “Lo aveva molto colpito anche la ribellione delle donne di Lotta continua, che avevano denunciato l’oppressione di cui erano fatte oggetto dai loro compagni e avevano scelto di andarsene”.  Lo incuriosisce anche la notizia che stanno nascendo un po’ dappertutto nel mondo partiti delle donne, che rifiutano la rappresentanza all’interno di un partito “maschile”. Così, alla vigilia delle elezioni politiche del 1983, quando viene il momento di preparare le liste, lascia a bocca aperta Adriana Seroni e la responsabile femminile Lalla Trupia annunciando l’intenzione di presentare un vero e proprio gruppo autonomo, una specie di Sinistra indipendente al femminile. La proposta, come succede spesso con le conversioni recenti, testimonia di un entusiasmo un po’ da neofita, e infatti le due dirigenti cercano di dissuaderlo. Ricorda Lalla Trupia: “Quando gli dicemmo che il salto era troppo grosso rispetto alla mentalità corrente e che anche molte nostre elette non sarebbero state d’accordo, rimase male. ‘Vedete di studiare voi qualcos’altro che sia in questo spirito. Una rappresentanza femminile autonoma è il vero fatto nuovo che possiamo introdurre in questo sistema politico.’ Nascerà così il coordinamento delle parlamentari comuniste, molto osteggiato dentro il Pci. Non è ancora quel che avrebbe voluto Berlinguer, ma ha ugualmente la possibilità di proporre leggi ed emendamenti in modo autonomo dal gruppo del Pci. È il primo riconoscimento formale di un ruolo separato delle donne all’interno delle istituzioni.

 

LA RIVOLUZIONE DIVERSA

“Qual è la cosa di cui va più fiero?” avevo chiesto a Enrico Berlinguer nell’estate del 1983. Il segretario del Pci ha un’esitazione lunghissima, quasi un attacco improvviso di ritrosia. Quando ormai stavo per passare a un’altra domanda si decide a rispondere: “Non lo dico perché sto parlando con una donna (e per questo esitavo tanto), ma credo che sia l’aver dato una grandissima importanza a quella che io considero la maggior novità accaduta nella società italiana negli ultimi dieci anni: la nascita di un movimento di massa delle donne”. (2). Soprattutto nel suo ultimo periodo le donne comuniste lo ricambiano con grande fiducia e simpatia, considerandolo il “loro” leader, proprio come i giovani della Fgci con le battaglie per la pace.

Sono anni in cui nel Partito comunista ci sono sempre più donne elette nelle assemblee rappresentative, in cui ci si apre a tutti i temi del femminismo, perfino i sentimenti e l’amore, e in cui le feste delle donne comuniste diventano appuntamenti di grande spicco. Più difficile si dimostra l’impresa di trasformare la mentalità di un partito dalle tradizioni rigidamente maschili. Berlinguer cerca di fare tutto il possibile. Anni prima aveva ricordato con un po’ di scetticismo a Carla Ravaioli che un segretario non è un taumaturgo.

“Che cosa può fare un dirigente politico? Parla, scrive, esorta...”

Adesso Berlinguer è cambiato. Parla delle donne come di una forza “storicamente giovane che si scrolla di dosso un’oppressione di secoli” e che per questo ha in sé una straordinaria capacità innovativa. Sostiene che “la rivoluzione in Occidente può esserci solo se ci sarà anche la rivoluzione femminile e che se non c’è la rivoluzione femminile non ci sarà alcuna reale rivoluzione in Occidente”. Mette le donne sullo stesso piano del proletariato con l’affermazione che “liberando se stesse contribuiscono a liberare tutta l’umanità”. Sembra passato molto tempo da quando aveva sostenuto che le donne erano soltanto uno degli alleati della classe operaia.

La sorte vuole che sia rivolto alle donne l’ultimo grande discorso politico di Berlinguer, quello alla conferenza delle comuniste nel marzo del 1984. La conferenza si svolge in

un nuovissimo albergo della catena degli Sheraton, alle porte di Roma. Le partecipanti si affollano in una sala tutta specchi e moquette che non riesce a contenerle. Moltissime sono sedute per terra. Sarebbe molto difficile distinguere l’incontro da una riunione femminista, e già questo dà il segno di quanto siano cambiate le militanti del Pci. C’è parecchia tensione, c’è il desiderio di fare i conti con le resistenze che il partito dimostra verso le donne nonostante gli sforzi del suo segretario. “La rivoluzione femminile è cominciata da poco. Ha avuto e avrà i suoi alti e bassi, in un percorso

imprevedibile, ma che andrà avanti,” afferma Enrico fiducioso. Cita il giovane Marx secondo cui “dal rapporto dell’uomo con la donna si può giudicare ogni grado di civiltà dell’uomo”. E tocca un tema cruciale del movimento femminista sostenendo che l’emancipazione e la parità con le conquiste maschili non bastano perché “non realizzano pienamente la liberazione della donna”.

Quando Lalla Trupia, nella sua relazione, afferma che le donne comuniste rifiutano il modello maschile di dirigente, scoppia un applauso lunghissimo. Poche ore dopo è convocata d’urgenza alle Botteghe Oscure. “Berlinguer mi disse: ‘Puoi spiegarmi cosa volevi dire con la tua frase sul modello maschile?’. Gli risposi che avevo voluto sottolineare il disinteresse e la chiusura nei nostri confronti di tanti dirigenti del Pci. E lui allora: ‘Hai perfettamente ragione. Ma dovevi dire maschilista. Io faccio parte del modello maschile di dirigente comunista, eppure sono un vostro sostenitore’.”11 Il giorno dopo Berlinguer nel suo discorso affronta la questione terminologica. “Le difficoltà, le insufficienze, le resistenze che le compagne incontrano nel partito hanno una spiegazione: antico e greve è il bagaglio che ingombra tanti di noi e di esso non ci si libera d’un colpo. Ci vuole una fatica: appunto perché c’è il maschilismo.”

 

(1)  Carla Ravaioli, La questione femminile. Intervista con il Pci, Bompiani, Milano 1976. Nel libro, oltre a Berlinguer, sono intervistati sullo stesso tema alcuni dei maggiori dirigenti del Pci. La posizione del segretario appare senza dubbio la più aperta.
(2) Dell’autrice, Le paure di Berlinguer, in“Panorama”, giugno 1983.

 

Chiara Valentini, giornalista e saggista, responsabile dei servizi culturali di “Panorama” e poi inviato speciale dell'“Espresso”, ha pubblicato vari libri, fra cui: La storia di Dario Fo (Feltrinelli, 1977), Berlinguer (Mondadori, 1989; Feltrinelli, 2014), Il nome e la cosa. Viaggio nel Pci che cambia (Feltrinelli, 1990), O i figli o il lavoro(Feltrinelli, 2012). È autrice de Le donne fanno paura (il Saggiatore, 1997), uno dei primi libri ad aver messo in luce le discriminazioni delle italiane e La fecondazione proibita (Feltrinelli, 2004). È stata caposervizio cultura e inviato speciale di “Panorama” e poi de “L’Espresso”, cui attualmente collabora.