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Famiglie sotto vuoto - Alice Ceresa

Uno stile sperimentale asciutto per dissezionare la famiglia con precisione radiografica. Abbozzi di vita quotidiana di nuclei patriarcali, tratteggiati con meticolosità e gelida precisione dalla prosa stringata di una scrittrice che affermava di scrivere da sempre, ma pubblicare poco

Nata a Basilea da un padre italiano e una madre di lingua tedesca, Alice Ceresa cominciò presto a scrivere, e a vent’anni vinse con un racconto il premio Schiller. Esercitò il giornalismo principalmente a Zurigo prima di trasferirsi nel 1950 a Roma; qui lavorò come redattrice e traduttrice, da Longanesi e presso alcune riviste. Insieme alla compagna Barbara, condusse una esistenza riservata tutta tesa a indagare la radice dell’ineguaglianza femminile. In una intervista degli anni ’70 spiegava che “non potersi considerare un essere umano a pieno titolo è un’esperienza tremenda … non c’è accesso naturale, libero, gioioso alla vita per chi nasce donna”.

Affermava di “scrivere da sempre”, e di “pubblicare poco”: soltanto due libri e un racconto. Con La figlia prodiga (1967), accolto con entusiasmo dal Gruppo 63 e dagli amici Giorgio Manganelli e Edoardo Sanguinetti, vinse il Viareggio Opera Prima. I successivi La morte del padre (1979) e Bambine (1990) consacrarono uno stile sperimentale asciutto, che utilizzava per dissezionare la famiglia con precisione radiografica, ed era spesso definito con gli aggettivi ‘crudele’, ‘tremendo’, ‘glaciale’. Gli interni di famiglia disegnati con meticolosità e gelida precisione dalla prosa stringata di Ceresa, ricordano infatti raffigurazioni di nature morte piuttosto che rappresentazioni di essere umani in relazione.

Negli abbozzi di vita quotidiana della famiglia patriarcale -  bene espressa nell’affermazione del padre in Bambine: “Io sono il signore e padrone di questa casa” - genitori e figlie si scambiano frasi come fossero oggetti o pezzi di cartone; loro stessi assumono l’aspetto di figurine da ritagliare, animali impagliati, alberi pietrificati; simili a marionette, giocattoli o ninnoli, attraversano l’esistenza in uno stato di congelamento. La prosa di Ceresa si piega a delineare scenette di interazione domestica con lo stile asettico del manuale di istruzioni per mettere in moto una lavatrice o montare un armadietto per le scarpe. Così all’inizio di Bambine: “In un interno respirano e si muovono i componenti di una piccola famiglia. È un nucleo sotto vuoto che si esprime in operazioni infinitesimali di cui è difficile se non impossibile seguire percorsi meno banali delle semplici incombenze del vivere materiale”. Il mobilio della casa, porte e finestre, le pietanze per il pranzo, le conversazioni intrafamiliari, le abitudini del mangiare e dormire, sono sistemati sullo stesso piano, allineati in un processo di scambio egualitario, dove le frasi degli uni vengono equiparati alla immobile consistenza degli altri; “compaiono e appaiono insieme nel loro angusto involucro isolante”.

Non si tratta tuttavia di lucida sperimentazione letteraria unita a gusto per la dissacrazione, ma di una precisa strategia che ha lo scopo di denunciare la famiglia borghese, e la diseguale condizione delle donne nella società. Nella sua postfazione al Piccolo dizionario dell’inuguaglianza femminile, uscito postumo nel 2007 da Nottetempo, Jacqueline Risset lo definiva un’opera “di furore e di ironia”, stabilendo uno specifico paragone tra Ceresa e Gadda. Entrambi, per Risset, proprio nell’utilizzazione parodistica del “linguaggio del diritto, della legge, della norma” fanno “apparire l’arbitrarietà e l’aberrazione dalla norma”.