Nel suo La rivoluzione al punto zero. Lavoro domestico, riproduzione e lotta femminista, appena ripubblicato in Italia, Silvia Federici fornisce chiavi di lettura indispensabili per capire il presente e le sue crisi, e ripensare l'economia in una prospettiva femminista
Pubblicato originariamente in inglese nel 2011, in un momento caratterizzato dalla rinascita del femminismo anti-sistema e dalle mobilitazioni delle primavere arabe e di Occupy Wall Street, il libro La rivoluzione al punto zero. Lavoro domestico, riproduzione e lotta femminista, (D Editore, 2025), antologia di scritti di Silvia Federici, rimane una lettura necessaria anche oggi, in un contesto in cui l’avanzare degli autoritarismi e delle guerre sembra aver fatto venir meno le ragioni che hanno sostenuto in passato la sempre difficile alleanza tra democrazia e capitalismo.
Al centro di questi scritti di Silvia Federici, filosofa, scrittrice e attivista femminista, c'è il lavoro di riproduzione sociale, inteso “come complesso di attività e relazioni tramite cui vengono riorganizzati la nostra vita e il nostro lavoro” quotidianamente. Una chiave di lettura sempre più ineludibile per comprendere il funzionamento del sistema capitalistico e la crisi economica, sociale ed ecologica contemporanea, nonché per immaginarne una via d’uscita. Il lavoro riproduttivo, infatti, come osserva Federici, ha un “doppio carattere”: “ci ‘valorizza’ non solo alla luce della nostra integrazione nel mercato del lavoro, ma anche contro di esso”, in opposizione ad esso, attraverso la resistenza all’idea che la vita possa essere misurata sulla base dei valori del mercato capitalista.
Questo ricco volume – il secondo di Silvia Federici pubblicato da D Editore, dopo Oltre la periferia della pelle. Ripensare, ricostruire e rivendicare il corpo nel capitalismo contemporaneo (2023) – offre l’opportunità di ripercorrere le tappe principali dell’evoluzione intellettuale dell’autrice ed è, da questo punto di vista, anche un’utile introduzione al suo pensiero per chi si avvicina per la prima volta alla lettura dei suoi scritti.
I quattordici articoli che lo costituiscono sono ordinati in tre parti e un’appendice: la prima è dedicata al lavoro domestico, la seconda alla più ampia nozione di lavoro di riproduzione sociale e la terza, ai commons come prospettiva per una riorganizzazione comunitaria della riproduzione. L’appendice, aggiunta nella terza edizione, contiene uno scritto in cui l’autrice si confronta con quelli che, secondo lei, sono i limiti della nozione di “lavoro affettivo”, proposta da Antonio Negri e Michael Hardt, rispetto a quella di “lavoro riproduttivo”, e un articolo in cui in modo originale vengono esplorati non solo il lavoro riproduttivo ma anche quello “cognitivo” delle donne migranti che svolgono lavoro domestico e di cura nelle nostre case, e l’influenza che la loro esperienza ha avuto e può avere sul movimento femminista.
Gli articoli raccolti nella prima parte nascono dalla militanza, tra il 1972 e il 1977, all’interno del movimento Wages for Housework. Con le lenti teoriche di un marxismo riletto criticamente attraverso il filtro dell’operaismo italiano, del movimento per i diritti civili delle persone nere e del femminismo, Federici ci offre qui una provocatoria analisi dell’invenzione della casalinga e del lavoro sessuale ed emotivo che è stata chiamata a svolgere all’interno dello spazio domestico.
Il sistema ha bisogno di queste attività per la riproduzione della forza lavoro, ma attraverso la loro naturalizzazione e segregazione nella sfera privata, è riuscito a scaricarne il costo sulle donne, influenzando in profondità le loro soggettività e i loro desideri. La naturalizzazione del lavoro casalingo è riuscita a trasformarlo “in una caratteristica naturale della forma e della psiche femminile, in un bisogno interiore, un’aspirazione, in un qualcosa che proviene dalle profondità dell’essere donna”, una vocazione, insomma, nel senso di una vera e propria chiamata. Non pagarlo ha contribuito a rafforzare l'idea comune che non si tratti di lavoro vero, trasformandolo in un atto d'amore.
Secondo Federici, questa trasformazione è stata essenziale per la costruzione dell'egemonia del capitale: le donne sono state inserite nel sistema della divisione del lavoro con il ruolo sociale non solo di soddisfare i bisogni fisici primari del lavoratore, ma anche di “rimettere in sesto il suo ego”, di offrire una valvola di sfogo alle frustrazioni derivanti dal lavoro duro e alienante della fabbrica.
La lotta per il salario per il lavoro domestico apre una “prospettiva politica” che l’autrice amplia successivamente negli articoli raccolti nella seconda parte, rivelando la capacità del sistema capitalista di trarre profitto non solo dallo sfruttamento del lavoro salariato, ma anche da una grande quantità di lavoro non pagato necessario per la generazione e la rigenerazione della vita.
Questa prospettiva andava oltre la posizione politica della sinistra tradizionale, con la sua individuazione della classe rivoluzionaria nella classe operaia e nel lavoro all’interno della fabbrica, e con la conseguente marginalizzazione delle battaglie per il riconoscimento del lavoro domestico, in quanto considerato estraneo ai rapporti capitalistici e, in qualche modo, ancora relegato piuttosto a una sorta di stadio feudale.
D’altra parte, secondo Federici, la posizione della sinistra tradizionale rispecchiava quella che è stata la cecità di Marx di fronte all’importanza del lavoro riproduttivo non pagato delle donne nel processo di produzione capitalista. Una cecità che, in ultima analisi, l’autrice riconduce a una ragione principale: la fiducia in un’emancipazione attraverso le forze liberatrici della scienza e della tecnologia.
Questo tema ritorna nella critica alla lettura del lavoro digitale proposta da Negri e Hardt nell’appendice, e approfondita in Genere e capitale. Per una rilettura femminista di Marx (DeriveApprodi, 2020). Secondo Federici, che in questo si discosta dalle letture ecosocialiste contemporanee di Marx, quella stessa fiducia lo avrebbe reso cieco anche di fronte al disastro ambientale e alla crisi climatica che l’appropriazione della natura da parte del capitale avrebbe prodotto.
Se la battaglia per il salario del lavoro domestico mirava a riorganizzare il lavoro riproduttivo, desessualizzandolo e incentivando la fornitura di più servizi sociali gratuiti, a partire dagli anni Settanta, l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro, e il loro rifiuto del lavoro domestico, è stato preso a pretesto dal sistema capitalista per la produzione di nuove soggettività femminili e una riorganizzazione su base commerciale dell’ambito della riproduzione che ha fatto esplodere il lavoro dei servizi – a cominciare dagli asili nido, dall’intrattenimento e dall’industria legata alla cura del corpo – mentre ha offerto lo spunto allo stato per smantellare i precedenti programmi di assistenza, e all’economia per mantenere bassi i salari maschili (a partire dal presupposto che le famiglie potessero ora contare sul doppio salario).
Negli scritti raccolti nella seconda parte del volume, intitolata Globalizzazione e riproduzione sociale, per interpretare il fenomeno dello sfruttamento del lavoro informale all’interno del sistema capitalista, Federici utilizza la lente dei processi di accumulazione originaria del capitale. Nell’uso di questa chiave interpretativa l’autrice è stata influenzata dall’esperienza di lavoro universitario in Nigeria, dalla militanza nel movimento antiglobalizzazione e dall’ecofemminismo di autrici come Maria Mies e Ariel Salleh.
Lo sfruttamento del lavoro non pagato, nella forma del lavoro informale, servile o di sussistenza, non riguarda ora più soltanto le casalinghe, ma anche i popoli colonizzati, la forza lavoro razzializzata e la natura stessa. Tutto ciò emerge con ancor più evidenza alla luce degli effetti prodotti dalla globalizzazione e dalle politiche neoliberali di adeguamento strutturale e privatizzazione promosse nel Sud globale dalla Banca mondiale e dal Fondo monetario internazionale agli inizi degli anni Novanta.
Tali politiche, in nome della retorica dello sviluppo – criticata già qualche decennio prima dai teorici della dipendenza e della World-System Theory, tra cui André Gunder Frank e Samir Amin – sono all’origine di una nuova fase di sfruttamento coloniale e neocoloniale, caratterizzata da una diffusa “femminilizzazione della povertà” e da una nuova ondata di appropriazioni e distruzioni della natura.
Nel Sud globale, le donne impiegate nelle fabbriche situate nelle zone di libero scambio lavorano per salari a livello di sussistenza, in condizioni lavorative precarie, con scarse garanzie di sicurezza e spesso con forme di controllo invasive sui loro corpi. In quel periodo storico, tra l’altro, hanno avuto inizio i grandi movimenti migratori che hanno dato origine al fenomeno delle “catene globali della cura”, segnando una nuova fase di sfruttamento del lavoro riproduttivo. Mentre, a partire dagli anni Settanta, sempre più donne occidentali rifiutano il lavoro domestico (spesso anche la scelta del matrimonio e della maternità) e migrano verso la forza lavoro salariata, la nuova divisione del lavoro di cura su scala globale crea fratture inedite per le politiche e la solidarietà femminista a livello internazionale.
Nella prospettiva di Federici, le politiche sui diritti delle donne come diritti umani promosse dalle conferenze delle Nazioni Unite sulle donne di quegli anni non faranno che rivelare i limiti dell’istituzionalizzazione del femminismo delle cosiddette “femocrats” e del suo tentativo di “genderizzare” organismi quali il Fondo monetario internazionale, L'Organizzazione mondiale del commercio (World Trade Organization, WTO) e la Banca mondiale.
Questo approccio, infatti, non è in grado di mettere in discussione l’ordine economico come origine delle forme di sfruttamento, di povertà e di violenza vissute dalle donne, ovvero come manifestazione di un insieme di fattori che includono: “la violenza intrinseca del processo di accumulazione capitalista, la violenza delle carestia, delle guerre e dei programmi che, tra gli anni Ottanta e Novanta, hanno spianato la strada alla globalizzazione economica”.
Secondo Federici, ciò che ha prodotto la violenza e la povertà di cui le donne, le bambine e i bambini sono le prime vittime, non è il fatto che le istituzioni e le organizzazioni internazionali siano governate da uomini, ma che queste organizzazioni e istituzioni siano al servizio degli obiettivi del capitale, che – come racconta nel libro Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l'accumulazione originaria (Mimesis 2020) – ha sempre, fin dalle sue origini, preso di mira in primo luogo le donne, ingaggiando con loro una vera e propria guerra.
Le donne, infatti, sono “le principali sostenitrici di un uso non-capitalista delle risorse naturali (terra, acqua, foreste) e dell’agricoltura orientata alla sussistenza, e perciò sono di ostacolo sia alla mercificazione completa della 'natura' che alla distruzione degli ultimi terreni di proprietà collettiva”. I tentativi di una parte del femminismo di “genderizzare” gli organismi internazionali avrebbero di fatto soltanto consentito, secondo l’autrice, a questi organismi di appropriarsi delle battaglie delle donne e di neutralizzarne il significato.
Gli articoli raccolti nella terza parte, intitolata Riprodurre beni comuni, nascono dalla riflessione sulla nozione di “comune”, che sarà sviluppata ulteriormente in Reincantare il mondo. Femminismo e politica dei "commons" (Ombre Corte, 2021). Una riflessione che si sviluppa alla luce delle esperienze comunitarie nate dalle lotte antiausterità e come forma di resistenza alla mercificazione degli spazi pubblici prodotta dalle politiche neoliberali negli ultimi decenni e rappresentano uno sviluppo coerente delle conclusioni a cui l’autrice era giunta nella seconda parte, laddove era arrivata a sostenere che il potere delle donne “deve essere costruito dal basso” e che “è solo attraverso l’autorganizzazione che le donne possono rivoluzionare la propria vita”.
La crisi della riproduzione prodotta dalla sua mercificazione – a cominciare dalla mercificazione della produzione alimentare e dei suoi effetti sulla salute – mostra che lì si trova oggi il principale terreno di lotta su cui deve impegnarsi il movimento femminista per creare un’alternativa al capitalismo.
Per Federici, che non sia un’utopia lo dimostrano sia esperimenti come gli orti urbani, gli squat, le cucine comunitarie, come in Cile e in Perù, sia la diffusione di esperienze di mutuo aiuto, il ruolo dell’agricoltura di sussistenza e del credito comunitario diffusi in varie parti del Sud globale per rispondere al ricatto del debito (nuovo e più recente strumento di disciplinamento della forza lavoro rispetto al salario). Tutte realtà che parlano di un’economia “altra” che pone al centro la vita e promette la liberazione del lavoro riproduttivo attraverso forme di organizzazione cooperativa della riproduzione.
A questo livello, secondo Federici, ovvero al livello di una trasformazione delle relazioni sociali e una valorizzazione delle ordinarie e quotidiane attività che sostengono la vita, che richiedono non solo un reddito di autodeterminazione, ma anche tempo e servizi pubblici, deve avvenire la rivoluzione: questo è il suo “punto zero”.
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