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Case senza
cucina

foto Flickr/H - - J

Sempre più spesso si ragiona su un abitare sostenibile e socializzato, basato sulla condivisione di spazi e funzioni. Questioni che furono sollevate per la prima volta da alcune studiose americane, pioniere di una pianificazione urbana attenta a diversità e diseguaglianze, anche di genere. Con Lorenza Perini ripercorriamo le tracce di questo prezioso lavoro

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La questione così attuale di un abitare che sia “sostenibile”, anche dal punto di vista del riconoscimento di diversità e diseguaglianze di genere, ha una genesi che va rintracciata indietro nel tempo.

Alcuni studi pubblicati a partire dalla fine degli anni settanta hanno avuto il merito di mettere in luce il nesso tra ruolo delle donne nella società e pianificazione urbana. Tra questi, ne troviamo diversi in area nordamericana, diffusi grazie alle ricerche di Dolores Hayden che, in un articolo dal titolo What a non sexist city be like?[1] riprendeva le teorie ottocentesche sull’abitare nella città industriale e le adattava alla città contemporanea valorizzando non tanto le pratiche più estreme dell’abitare in comune - in un disegno di costruzione di un’anti-città per sfuggire ai mali del capitalismo - quanto piuttosto le pratiche riformiste di un abitare socievole/socializzante che si svolge tutto dentro il tessuto stesso della città, e lavorando quindi non sugli elementi architettonici che la compongono ma sulle relazioni che la sostanziano – da quelle tra cittadini e istituzioni a quelle di grana più sottile come le relazioni che legano tra loro i “vicini di casa”[2].

Gli studi di Hayden hanno portato un contributo altamente innovativo in questo campo, evidenziando la partecipazione attiva delle donne sulla scena pubblica della pianificazione urbana già nell’Ottocento e ricostruendo per queste una presenza non casuale né sporadica, ma con radici storiche profonde[3]. In The Grand Domestic Revolution Hayden delinea la storia di due generazioni di donne che, investite del ruolo di interpreti di un progetto politico e filosofico, cioè costruire dal nulla una comunità abitativa, riescono a inventare letteralmente di tutto, dando vita a una storia di immensa creatività e fecondità di idee, la cui origine era data dalla semplice quanto immediata constatazione di quanto le donne fossero effettivamente “diverse” dagli uomini nel fruire gli spazi del quotidiano e, per questo – per la sola ragione del sesso-, in quegli spazi e rispetto a quelle pratiche esse fossero discriminate[4].

La tecnologia, le soluzioni innovative e ardite, il design, l’automazione: per le pioniere americane della pianificazione del XIX secolo, di cui Hayden e Spain ricostruiscono le storie, la creatività era la strategia primaria da mettere in atto rispetto a una condizione di inferiorità e costrizione nello spazio domestico cui le donne erano costrette dalla Storia e che si rivelava senza senso, dettata dagli stereotipi di un pensiero retrogrado e stereotipato e che nelle forme delle case e dei luoghi della domesticità trovava sistematicamente conferma. Il valore del contributo delle architette “pioniere” alle teorie della pianificazione di una “città nuova”, come sottolinea Hayden, non è tuttavia misurabile in termini di progetti effettivamente realizzati. Esso ha valore come elemento discorsivo nuovo che rompe la narrazione tradizionale sulla città e sull’abitare e che si pone in termini di “presa di coscienza” della società rispetto all’esistenza effettiva di un problema di competenze sull’abitare e l’organizzazione della vita domestica.

Case senza cucina

Nel sistema comunitario socialista ottocentesco le donne sono considerate le persone più “competenti in materia di urban planning” perché viene attribuito loro un sapere della casa “per esperienza” che agli uomini non è invece storicamente riconosciuto. Ecco che quindi appare naturale nelle comunità dell’utopia socialista, alla ricerca spasmodica di un modo nuovo di concepire l’abitare, affidare a una donna la pianificazione della citta “nuova”, opposta a quella esistente, alla città capitalista. Il compito, tuttavia, appare improbo, poiché i luoghi prescelti per dare forma alla nuova città di Utopia non di rado si rivelano degli anfratti inaccessibili, luoghi non adatti alla vita, privi anche delle risorse più elementari per installarvi strutture urbane. Così come “utopico” si rivelerà immaginare – come teorizzano i comunitari americani- che la soluzione per giungere a una società di “eguali” sia quella di liberare il tempo delle donne, oppresse dalla cura della famiglia, attraverso una “semplice” operazione di architettura: eliminare dalle case la cucina (Hayden 1978, 2004)[5]  e realizzare abitazioni in cui i rifornimenti di cibo siano affidati non al lavoro delle donne ma a un sistema di cucine comuni e di catering centralizzato, oppure tramite sistemi di tubazioni sotterranee direttamente collegati a depositi comuni – è il caso, interessante e curioso di Alice Austin che progetta e in parte realizza all’inizio del Novecento la comunità di Llano Del Rio, nei pressi di Los Angeles. Utopico si rivelerà pensare che orti rigogliosi per l’auto-sostentamento di una comunità di migliaia di persone possano crescere dal nulla in mezzo al deserto, o che nel clima torrido del sud della California sia plausibile costruire edifici di pietra con muri spessi come nella vecchia Inghilterra – è il caso del progetto di Marie Stevens Hawland per la comunità di Topolobampo nel Nuovo Messico.  

Nonostante la scarsissima percentuale di realizzazione di questi progetti, agli occhi dei comunitari il ruolo delle donne pianificatrici resta fondamentale e anzi gran parte dei loro progetti pur non realizzati né realizzabili, si fa occasione di discussione pubblica presso le stesse comunità e presso altre vicine, fertile terreno su cui innestare nuove “utopie” rispetto a un abitare che contempli la vita comunitaria e soprattutto la parità. 

Di fatto fino a quel momento nessun architetto si era posto le domande che le architette di Utopia stavano invece ponendo alla società del tempo: 

  • Nella città le donne vivono come gli uomini l’interscambio tra spazio pubblico e spazio privato o c’è qualche differenza che può essere utile evidenziare, sottolineare e/o nel caso provare ad eliminare? 
  • Quello che le donne fanno nello spazio domestico della casa è lavoro vero e proprio: perché non viene considerato come tale, al pari del lavoro fuori casa svolto dagli uomini? 
  • Quante possibilità hanno le donne di fruire realmente dello spazio pubblico della comunità inteso in termini di liberazione di spazio per sé se sono oberate dal lavoro domestico e se la gestione di quello spazio pubblico alla fine le vede ancora una volta uniche protagoniste sotto forma di lavoratrici? 

Domande, che le progettiste formulano con grande forza e consapevolezza proprio nel pieno della rivoluzione industriale, in un momento della storia in cui, se da un lato evolvono velocemente i contesti produttivi, gli ambiti e i rapporti di lavoro, le fortune economiche, gli standard di vita, i sistemi di trasporto che rendono più evidenti le differenze tra città e campagna mutando la forma stessa delle città, dall’altro le donne sono invece ancora profondamente lontane dal veder riconosciuti i loro diritti di cittadine. Pur lavorando e faticando alla pari degli uomini, esse non votano, non rappresentano, non hanno personalità giuridica, non contano socialmente, non hanno voce. 

In questa prospettiva, l’organizzazione scientifica dello spazio abitativo e del lavoro domestico diviene il fulcro dei progetti delle “utopiche” e la soluzione che propongono è la più provocatoria e simbolica possibile: per liberare le donne dalla schiavitù della cura bisogna eliminare dalla casa l’elemento responsabile primario dell’oppressione, vale a dire la cucina. 

E questo faranno nei loro progetti. Le case di Utopia nasceranno tutte senza la cucina così come tradizionalmente concepita. Secondo il loro ragionamento portare nello spazio pubblico – e quindi rendere “comune” – una serie di funzioni che prima erano rigorosamente individuali e rinchiuse nel privato della casa, pone la necessità di attribuire a tali funzioni di cura un nuovo significato e quindi ridiscutere i ruoli. 

Come organizzare la riproduzione in termini di “tempo di lavoro” senza dare per scontato che siano le donne a compierla? Non si tratta solo di ridistribuire i compiti, si tratta di organizzare le azioni della cura in termini diversi, di risparmio non solo di materie prime e di denaro, ma di tempo, di tempo che viene così liberato per sé. Poiché storicamente le donne hanno sempre occupato lo spazio domestico ventiquattro ore al giorno, nessuno ragionevolmente si era mai posto il problema di come organizzassero le loro vite e di quanto potesse valere il loro tempo in termini di salario.

Dal momento in cui parte consistente di queste funzioni riproduttive – di cui la nutrizione costituisce una fetta importante – viene socializzata nello spazio pubblico, il lavoro domestico diviene un lavoro come gli altri, è produzione di beni tanto quanto costruire utensili o coltivare campi e non è più competenza esclusiva delle donne.

Housing in città

Al di fuori dell’esperienza delle comunità socialiste, nelle aree urbane più degradate delle città industriali di fine Ottocento trovarono posto anche altre sperimentazioni. 

Nelle vicinanze delle fabbriche di New York e di Chicago, ad esempio, alcune donne, definite come filantrope ed educatrici[6] , organizzavano “oasi di vicinato” in cui sperimentare un nuovo tipo di “abitare sociale” e multiculturale, atto ad accogliere e rendere più agevole l’inserimento e l’assimilazione degli operai migranti provenienti dalla vecchia Europa che trovavano lavoro nelle industrie americane. L’idea era di affrontare non tanto con le tecnologie, ma con i mezzi della pedagogia, ciò che si andava evidenziando come il problema strutturale della società americana: l’accoglienza dell’altro da sé, del diverso, dello straniero. 

Jane Addams – “sociologa” e riformista, vicina alle idee e alle esperienze della scuola di Chicago- tra il 1875 e il 1925 dà vita e dirige nella capitale del carbone la comunità di “Hull House”, accogliendo quei migranti – soprattutto italiani – che avevano trovato lavoro nelle fabbriche della città diventata il più grande polo industriale dell’epoca, la capitale mondiale del carbone[7] . 

Analogo è il caso di Anna Smhikovitch, anch’essa fondatrice come Addams di una comunità abitativa in un’altra capitale industriale di inizio Novecento, New York, dove realizza una serie di “social settlement” improntati alla valorizzazione dell’esperienza delle donne rispetto al domestico, alla loro “educazione” al “fare casa” e quindi a “curare”, “accogliere” e trasmettere questo sapere per creare le condizioni per una reale integrazione. Smhikovich si impegna anche a tradurre in politica, vale a dire in vere e proprie linee guida di riforma del welfare urbano, quello che sta sperimentando nei suoi insediamenti[8] . 

In un confronto tra pianificatrici dell’anti-città e esperte di housing della città reale, l’interesse della storia sembra volgere a favore di quest’ultime, che Hayden definisce come esponenti di un “femminismo materialista”, nel senso di una volontà delle donne non solo di teorizzare le ragioni delle diseguaglianze, ma di mettere in pratica la trasformazione dello spazio fisico della casa e della città in modo tale da rendere visibile l’invisibile (“make visible the invisible”). 

La trappola delle case con giardino

Al di là del giudizio di valore che si può dare al prodotto dell’agire di queste “pioniere”, il vero problema storico è che tutto il lavoro e lo sforzo creativo che queste donne hanno impiegato per immaginare una casa e una città diverse – il loro lavoro di studio e di pianificazione, di competenza scientifica e tecnica manuale – tutto questo “sapere” sulla vita quotidiana, sulle relazioni tra i sessi e tra le culture, viene ben presto dimenticato. Di questo sapere non se ne fa carico nessuno, non si traduce in nessuna politica né temporanea né duratura.

Impreparate ad affrontare gli sviluppi del capitalismo monopolista che porta con sé quel grandioso sviluppo dei trasporti che scardina completamente i confini tra città e campagna e modifica il concetto stesso di abitare, le autodidatte dell’anti-città così come le autodidatte di quel social housing che avrebbe dovuto rigenerare dal degrado la città industriale, ritornano in poco tempo prigioniere tra spesse mura domestiche, in un mondo di case piccole e isolate in periferie sterminate che avanzano come una marea che si richiude su di loro. 

Nell’ideologia dell’abitare unifamiliare, seriale, che domina non solo i progetti di urbanizzazione della prima metà del Novecento, ma l’intero impianto della politica sociale ed economica americana del XX secolo basata sullo sviluppo del trasporto su gomma, le donne restano di fatto intrappolate. 

L’aver posto il problema della gestione della riproduzione, cioè la necessità di un riconoscimento di dignità e di nuovo spazio – non più solo privato – al lavoro di cura, non produce come risposta né il riconoscimento politico di un problema, né, tanto meno, l’apertura di un dibattito sulla necessità di ripensare i ruoli tra i sessi – non subito almeno. 

La posizione delle “utopiche” di fine Ottocento ha il merito di segnalare, pur in un momento prematuro ma con estrema forza, il disagio di una parte sostanziale della società, che di fatto è segregata, costretta per la sola ragione del sesso ad una diminuzione dei propri diritti di accesso allo spazio pubblico e ad un carico di lavoro effettivamente maggiore. 

Ma se per un verso con una decostruzione degli spazi stessi della casa (via la cucina) viene messo a tema il problema della relazione tra i sessi, dall’altro si evidenzia una clamorosa contraddizione: anche nel nuovo abitare delle comunità del socialismo sono sempre e comunque le donne le uniche deputate a svolgere i lavori di cura e riproduzione – sebbene in luoghi e con modalità che sono divenute “pubbliche”, “comuni”, “collaborative” e “condivise”. 

Ciò che è avvenuto è semplicemente uno spostamento di luogo, ma tutto si svolge esattamente come prima, con le stesse dinamiche che dominavano nella casa, senza nulla risolvere rispetto a quel modello sociale che vedeva le donne e gli uomini agire in ambiti diversi. Ora lo spazio è pubblico per entrambi, con la differenza che i ruoli ricoperti dalle donne continuano a perpetuare nel pubblico la condizione di subalternità che vigeva per loro nello spazio privato. 

Nemmeno nella nuova dimensione comune dell’abitare progettata dalle donne stesse quindi i due sessi svolgono le mansioni intercambiabili: uomini e donne non lavorano mai nello stesso luogo e compiono gesti assegnati per cui ci sono solo donne nelle cucine comuni, ci sono solo donne negli asili comuni e nelle scuole comuni così come ci sono solo uomini a occuparsi dei giardini, delle macchine, della gestione effettiva della vita economica della comunità. Dentro o fuori casa, con o senza cucina: la differenza sta “solo” nel salario, nessuna sottolineatura di un continuo perpetuarsi delle stesse discriminazioni.  

La contraddizione dunque non si risolve; i ruoli assegnati storicamente alle donne non vengono scalfiti in nessun modo, né dentro la città reale con la pianificazione di vicinato né nella pianificazione utopistica dell’anti-città. I ruoli non si scambiano per osmosi nemmeno in condizioni di parità effettiva, le mansioni non si invertono né si intrecciano per il semplice fatto che “si abita insieme”. Un errore di prospettiva - se di errore si può parlare, visto che all’inizio del XX secolo anche le donne americane, non solo quelle europee, erano molto lontane da una conquista piena dei diritti politici e le riflessioni su spazio pubblico/spazio privato erano ancora del tutto premature. O piuttosto, per citare Chiara Saraceno, "un dilemma inespresso"[9]  su cui si inizierà a riflettere solo dopo la rottura culturale degli anni settanta.

Leggi tutto il dossier "Che genere di città" a cura di inGenere.it

NOTE

[1] Apparso sulla rivista Sign nel 1978, e quindi nel volume The Grand Domestic Revolution del 1982

[2] Jane Jacobs, Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane, Edizioni di Comunità, 1961, riedito da Einaudi nel 2009. L’autrice introduce il concetto di “neighborhood planning”.

[3] Dolores Hayden, The grand domestic revolution. A history of feminist designs for American homes, neighborhoods and cities, Cambridge University Press, 1982. Gli studi di Hayden spostano l’origine delle pratiche di vicinato socializzante dalla Danimarca di metà anni settanta del Novecento all’America di fine Ottocento.

[4] Sulla problematica della diversa fruizione degli spazi tra i sessi fondamentali gli studi di Daphne Spain, che in un libro del 1992 dal titolo Gendered Spaces riflette sull’influenza degli spazi della vita quotidiana nella segregazione della conoscenza. “Lo spazio”, dice Spain, “determina il sapere” (Daphne Spain, Gendered Spaces, University of North Carolina Press, 1992).

[5] Dolores Hayden, Redisigning the American Dream. Gender, Housing and Family Life, Norton&Company, 2004; Id, What would a non sexist city be like? Speculation on housing, urban design and human work, in Feinstein S. S. – Servon L. (a cura di), Gender and planning. A reader, Rutgers University Press, 2005, pp.47-64 (già pubblicato in “Signs”, V, 3, 1978, p. 170-187.

[6] Loro si definivano però “sociologhe”, come sostiene fermamente Jane Addams, rivendicando la vicinanza con la scuola di Chicago di Robert Park e portando con questo l’attenzione su un altro problema di discriminazione delle donne rispetto agli uomini  nell’accesso alle università. Di fatto alla fine del XIX secolo le donne non potevano fregiarsi del titolo accademico di sociologhe e quindi Addams rimane una “sociologa autodidatta”. 

[7] Jane Addams, Twenty Years at Hull House, with Autobiographical Note, Macmillan, 1911

[8] My story of Greenwich house di Anna Smhikovich è un testo che può essere assunto come una vera proposta di riforma  generale dello stato sociale negli Stati Uniti e di revisione degli standard abitativi. Allo stesso modo anche Edith Elmer Wood nel suo Housing in my time  del 1938 propone  ragionamenti generali per un allargamento del benessere abitativo.

[9] Chiara Saraceno, Dimensioni della disuguaglianza in Italia: povertà, salute, abitazione, (Bologna: Il Mulino, 2009).