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24 milioni di incassi in poco più di un mese, tre milioni e mezzo di persone che lo hanno visto. Perché il film di Paola Cortellesi, nelle sale dal 26 ottobre 2023, sta ottenendo un consenso senza precedenti in Italia per una regista

C'è ancora
domani

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C'è ancora domani
Credits Unsplash/Tom Rogers

Le due, Paola e Paola, si sono viste. Il corteo del 25 novembre era lunghissimo, i cartelli tanti, ma quello con due fotogrammi da C'è ancora domani non è passato inosservato: la madre che dice alla figlia: "Te però sei in tempo", l'altra che risponde: "Pure te, ma'". 

E così Paola – la ragazza del cartello che in realtà si chiama Caterina Cesari, ma che da subito è stata rinominata così nel corteo – e Paola Cortellesi, regista del film che continua a riempire le sale, in quel sabato romano si sono viste, abbracciate e reciprocamente ringraziate. Guarda, c'è Paola: qualche lacrima, molta emozione, dicono le cronache. È potente un film quando si mescola così tanto alla vita – ed è raro.

I numeri di C'è ancora domani, anche se non dicono tutto, già da soli dicono molto: uscito il 26 ottobre, in poco più di un mese il film ha incassato 24 milioni, ed è stato visto finora da tre milioni e mezzo di persone.

Cose, in Italia, successe assai di rado negli ultimi tempi – bisogna tornare alla comicità di Zalone per trovare exploit simili. E poi gli applausi, tanti e sentiti, alla fine delle proiezioni. 

Della trama non si parla più tanto: anche chi non lo ha visto ormai sa che si tratta della vita dura, raccontata in bianco e nero, di Delia, nel "normale" patriarcato della Roma popolare dell'immediato dopoguerra. 

Va fatta però menzione dell'ottima soluzione adottata per rappresentare la violenza maschile: risolvere come fosse una danza, un ballo a due, l'aggressione del marito "nervoso perché ha fatto due guerre" (il bravo Valerio Mastandrea) evita di inchiodare noi che guardiamo solo ai lividi e al sangue e mette invece utilmente a fuoco l'intreccio malato tra amore e violenza di cui le donne per prime dovrebbero essere avvertite.

Di questo film si è molto scritto e letto. Forse allora è interessante guardare a chi, in platea, era seduto accanto a noi. Ovvero, grazie a un passaparola formidabile, tutti e tutte: donne, tantissime, uomini, ragazze, ragazzi, generazioni diverse una accanto all'altra. 

Quelli e quelle che possono dire, se non di aver vissuto, di aver costeggiato il mondo di Delia; che hanno assistito – per dare un'immagine di sintesi – a scene di uomini seduti a tavola e donne in piedi affaccendate; quelle che poi lo spazio se lo sono conquistato e per cui la fatica è stata grande e mai finita, dentro e fuori casa; quelle che in piazza ci sono andate per prime o che comunque hanno respirato l'aria del cambiamento (la rivoluzione riuscita delle donne) giù fino alle ragazze, alla loro libertà di oggi che però scoprono essere sempre da contrattare, difendere, rilanciare.

Un film ottimamente nazionalpopolare e intergenerazionale, dunque. Che arriva e tocca generi e generazioni perché, parlando di ieri, in qualche modo scavalca il tempo e se ne svincola: ciascuna donna nel suo intimo sa che Delia avrebbe potuto essere una delle oltre 100 uccise in questo crudele 2023, esattamente come sa di non poter dire con certezza: "a me non succede". 

E in queste settimane, dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin, in cui il discorso pubblico sulla violenza di genere ha conosciuto un salto di consapevolezza – rompendo i confini delle "cose da donne" e registrando voci di uomini che l'hanno finalmente riconosciuta come una grande questione maschile – un pezzo di merito si può ascrivere anche a C'è ancora domani.

Perché ci ha fatto uscire dal cinema, uomini e donne, facendoci pensare a com'era ieri e a come siamo oggi, a quanto ancora non sia cambiato dentro e fuori di noi, persiste, resiste – e fa male; ma anche, ed è l'altro prezioso piano narrativo del film, a quanto le donne hanno fatto nel chiuso delle case perché la vita delle figlie fosse altro dalla loro e nello spazio pubblico, per diventare, finalmente, cittadine. 

Il 1946 di Delia non è infatti un anno qualunque: nessuno voleva dare il voto alle donne, né la Democrazia cristiana di De Gasperi, che aveva paura di una dismissione dal ruolo familiare, né il Partito comunista di Togliatti, che temeva un voto pesantemente orientato dalla Chiesa. 

Tuttavia, seppur inizialmente mutilo, il voto già conquistato in molti altri paesi venne alla fine "concesso": le donne avevano dato troppo durante la guerra e la lotta di Liberazione, forte la spinta del trasversale Comitato pro voto messo in piedi dall'Unione donne italiane per ridare protagonismo alla battaglia delle donne per il suffragio. 

E il 2 giugno del 1946, data in cui si votò per il referendum costituzionale e l'Assemblea costituente, fu il giorno delle donne che in massa (12 milioni 998.131 su 14 milioni 610.984 aventi diritto) andarono a votare, dei vestiti della festa e dei seggiolini portati da casa per affrontare la lunga fila. Fu il giorno in cui, racconta la giornalista Anna Garofalo, le conversazioni tra uomini e donne ai seggi ebbero "un tono diverso, alla pari".

Ricordando quella vicenda appassionante e complessa, una che c'era, Tina Anselmi, ci ha consegnato una riflessione che perfettamente si attaglia e spiega la viva capacità comunicativa della storia di Delia: "gli uomini pensavano non fossimo pronte per il voto, non emancipate abbastanza, perché il tempo delle donne è sempre stato un enigma per gli uomini", scriveva. 

Appunto, il tempo delle donne: da Delia, dalla sua capacità di camminare, di forzare il suo tempo e prendere in mano il destino parte una catena che passa per sua figlia e arriva fino a qui, a oggi, fino alla ragazza incontrata in piazza a Milano il 25 novembre con un altro, lucidissimo cartello: "vi spaventa più il femminismo del femminicidio".