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La città delle migranti,
appunti sugli ultimi dati romani

foto: Flickr/Pimoo the french photographer

Qual è il ritratto delle migranti che abitano nelle città italiane? Che significa pensare a una città che sappia tener conto dei vissuti e delle esigenze delle donne arrivate da altri paesi? Appunti femministi sul nuovo rapporto Osservatorio romano sulle migrazioni

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La città metropolitana di Roma è al primo posto in Italia per la presenza di residenti con cittadinanza straniera. Si tratta di 523mila persone, vale a dire più del 10% del totale degli immigrati e delle immigrate residenti in tutta la penisola. Spicca inoltre il fatto che le donne migranti a Roma siano in leggera maggioranza (52,4%) rispetto agli uomini. Partiamo da questi dati, pubblicati nell'ultima edizione dell’Osservatorio romano sulle migrazioni - rapporto curato dal Centro Studi e Ricerche IDOS con il sostegno e la collaborazione dell’Istituto di Studi Politici S. Pio V -, per proporre un’analisi femminista della realtà migratoria nella capitale, prendendo in considerazione quindi non soltanto il dato quantitativo della presenza di donne migranti, ma cercando di comprenderne il significato dal punto di vista della trasformazione dei rapporti di genere, sia nella relazione con gli uomini migranti che con la società italiana nel suo complesso. Per parlare di Roma come "città delle donne migranti", c'è da guardare agli ostacoli e alle opportunità che i percorsi di migrazione al femminile comportano.

Iniziamo dai numeri. In primo luogo è interessante notare la differenza nei gruppi nazionali più rappresentativi quando si parla di donne o di uomini migranti. Nonostante la Romania rimanga il primo paese di origine per entrambi i sessi, la Roma migrante è popolata principalmente da donne filippine, ucraine, peruviane, polacche, cinesi, bangladesi, moldave, ecuadoriane e indiane. Questo è significativo nel confronto con i primi dieci gruppi nazionali per presenza maschile (Tabella 1), dove non figurano nè uomini dall’Europa orientale non comunitaria (Ucraina e Moldova) nè dall’Ecuador. Si inseriscono invece in posizioni di rilievo gli uomini provenienti da Egitto, Sri Lanka e Albania.

Tabella 1. Gruppi nazionali più rappresentativi

Lo squilibrio fra le graduatorie distinte per sesso è tendenzialmente spiegato dalla forte femminilizzazione di quei gruppi nazionali che sono principalmente impiegati nel lavoro domestico e di cura, come nel caso di persone originarie da Filippine (59% donne), Ucraina (79%), Polonia (65%), Moldavia (63%), Perù (61%) e Ecuador (60%). 

Dicevamo inoltre che le donne sono il 52,4% delle persone straniere residenti nella città metropolitana di Roma. Ma la percentuale sale al 60% per la fascia di età 45-64 e supera il 66% per le over 65. Si tratta quindi di una popolazione femminile in età matura, ancora una volta da spiegare con l’ampia partecipazione delle donne straniere al mercato del lavoro domestico e di cura, un settore di forte attrazione per donne che emigrano verso l’Italia nell’ultima fase della propria carriera lavorativa o durante il pensionamento.

Le migranti in Italia sono però anche donne giovani e con un tasso di fertilità in aumento, specialmente nel confronto con le donne italiane. Il tasso di natalità fra le migranti è superiore di 3,3 punti rispetto al valore medio nazionale. Si stima che le migranti siano responsabili della crescita demografica del paese per oltre i 2/3. Di conseguenza, nella provincia di Roma, i minori di origine straniera sono sempre di più, con una quota del 18% dei migranti residenti. 

A Roma il lavoro si conferma come il motivo principale per le presenze regolari, sia per le donne che per gli uomini, un dato in controtendenza rispetto a quello che accade in altri paesi europei dove esiste una distinzione più netta fra lavoro come motivo di migrazione per gli uomini e ricongiungimento familiare come motivo per le donne.

In particolare, la città di Roma si caratterizza per la quota relativamente bassa di permessi di soggiorno concessi per motivi familiari a donne straniere: 10 punti percentuali in meno della media nazionale. Le donne migranti residenti a Roma sono principalmente in possesso di un permesso di soggiorno per lavoro (45,9% dei casi) e solo secondariamente per motivi familiari (33,9%). Inoltre, le donne hanno la metà dei permessi concessi a Roma per studio e un quinto di quelli per asilo e motivi umanitari.

Un ultimo dato interessante riguarda i matrimoni “misti”, ossia i matrimoni in cui almeno una delle due persone coniugate non possiede la cittadinanza italiana. Nel 2014 sono stati 1.766, il 22% del totale, mentre quelli fra coppie in cui entrambe le persone sono straniere rappresentano il 6,8%. Interessante notare come le donne straniere che più di frequente tendono a sposare un italiano siano donne di altri paesi europei (Eu e non Eu) o provenienti dal continente americano. L’atteggiamento degli uomini stranieri è molto diverso: i coniugati con donne italiane provengono principalmente da paesi nordafricani.

Entriamo ora nel dettaglio di alcune valutazioni in riferimento a due casi presentati dall'osservatorio che possono avere un carattere emblematico.

Il primo è quello delle trasformazioni avvenute all’interno della comunità tunisina, a cui è dedicato uno dei primi capitoli del volume. Roma è oggi la prima città per numero di presenze tunisine (2.323), seguita da Mazara del Vallo e Vittoria in Sicilia. Quella tunisina è una presenza tradizionalmente mascolinizzata, impiegata nei lavori manuali dell’edilizia, dell’agricoltura o, in Sicilia, della pesca. Tuttavia il numero di donne tunisine in Italia è in crescita, e oggi a Roma corrisponde al 40% del totale, seppur con bassi livelli di partecipazione lavorativa. Un altro 30% è composto da minori nati in Italia, per la maggior parte di età inferiore ai 14 anni.  La popolazione di cittadinanza tunisina nelle scuole romane primarie e secondarie è pari a 18.209 unità.

Assistiamo quindi a una trasformazione interessante che per certi versi è in linea con quello che, come accennato, avviene più comunemente in altri paesi europei, con le donne che arrivano in una seconda fase per ricongiungersi con i mariti partiti precedentemente, dedicandosi principalmente alla cura della famiglia. Si tratta di un modello che in linea generale non offre grandi opportunità di trasformazione dei ruoli di genere e in cui permane la segregazione femminile nell’ambito domestico e la dipendenza economica dai mariti. 

Un altro caso interessante è discusso nel capitolo dedicato al settore infermieristico come opportunità lavorativa per persone migranti nella città di Roma. La tematica è decisamente rilevante da un punto di vista di genere vista la forte femminilizzazione della categoria. Si tratta inoltre di un settore chiave per un’eventuale professionalizzazione e stabilizzazione economica di persone impiegate nella cura domiciliare, che riescono a ottenere un titolo da infermiere in Italia oppure il riconoscimento di titoli conseguiti nel paese di origine.

Secondo i dati dell’albo Ipasvi, su un totale di 32mila infermiere e infermieri iscritti nella città di Roma, 4.977 sono persone straniere. Le nazionalità più rappresentate sono quella romena, indiana, polacca, albanese, peruviana e filippina.

Si tratta tuttavia di un quadro negativo a causa della progressiva riduzione della percentuale di infermieri stranieri in Italia: dopo la cifra record del 10% nel 2010, la quota è scesa al 6,8% nel 2013. Il dato è in realtà in linea con un più generale abbandono dell’Italia da parte di tutta questa categoria professionale. Sia italiani neo-laureati che infermieri stranieri lasciano il paese per lavorare in paesi dove ricevono stipendi migliori e con maggiori opportunità di stabilizzazione, cioè Svizzera, Germania, Regno Unito e Norvegia, oppure, al di fuori dell’Europa, Stati Uniti, Australia ed Emirati Arabi.

In conclusione, il volto di Roma come città delle migranti è in primo luogo quello delle moltissime donne, soprattutto dell'Europa orientale e del Sud America, che vi lavorano come domestiche e badanti e per le quali la fuoriuscita da questo settore, ad esempio nella carriera infermieristica, rimane difficile. In secondo luogo è anche il volto delle giovani donne, in particolare asiatiche e nordafricane, meno impegnate nel lavoro retribuito ma occupate nella cura dei propri mariti, figli e figlie. Immaginare una Roma più accogliente e - perché no - femminista, significa pensare anche a come dare piena cittadinanza ai bisogni di donne come queste.

Leggi tutto il dossier "Che genere di città" a cura di inGenere.it