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Come cambia la cura
con l'economia globale

Foto: Flickr/ Marco Nedermeijer

Cura e genere, relazione complicata ai tempi dell'economia globale. Intervista a Rhacel Parreñas, docente di Sociologia e Studi di genere alla University of Southern California, che da anni osserva le vite e le migrazioni delle lavoratrici domestiche

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In Italia il valore del lavoro di cura svolto dalle famiglie gratuitamente supera i 50 miliardi di euro. La maggior parte di questo lavoro viene svolto ancora dalle donne che, tra attività retribuite e non, lavorano più degli uomini ma guadagnano meno

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Il nuovo decreto flussi non introduce nessuna norma effettiva per l'ingresso e la regolarizzazione delle lavoratrici domestiche, ancora una volta trattate come cenerentole da un sistema culturale e legislativo sempre più inadeguato a capire il paese

A pagare il prezzo più caro delle politiche che stanno smantellando l'accoglienza saranno le donne, ormai protagoniste dei flussi migratori, anche se spesso se ne parla come se a migrare fossero solo gli uomini

Genere e cura, relazione complicata ai tempi dell’economia globale. Da anni osservi le vite e le migrazioni delle lavoratrici domestiche in diversi paesi del mondo. Quali sono secondo te gli elementi che caratterizzano il nostro tempo, e cosa è cambiato rispetto al passato nella cura delle case e delle famiglie?

In molti hanno osservato come la progressiva affermazione delle famiglie a due redditi abbia reso più diffusa l'esternalizzazione del lavoro di cura. Una delle sfide per queste famiglie è di farlo a prezzi accessibili. Così tendono a prediligere il lavoro di cura non retribuito, affidandolo ad amici e parenti, oppure assumendo qualcuno part-time. Alcune famiglie però hanno bisogno di lavoro di cura a tempo pieno. E le persone disposte a svolgere questo lavoro a un prezzo accessibile sono sempre di più le donne immigrate.

È da poco uscita la nuova edizione di Servants of Globalization il libro che ti ha resa nota al grande pubblico e in cui raccontavi la vita delle domestiche filippine a Roma e Los Angeles. A dieci anni di distanza, come si sono evoluti i percorsi di queste donne e cosa è cambiato nelle comunità di riferimento? Si apre qui un tema interessante e ancora forse poco esplorato, quello delle ageing migrants

La prima generazione di domestiche filippine migranti – che ha lasciato le Filippine negli anni ’80 e ‘90 –  sta invecchiando e deve pensionarsi. Qui a Los Angeles però le vediamo continuare a lavorare anche quando sono molto in là negli anni e questo accade perché molte non sono mai riuscite a regolarizzare la loro presenza negli Stati Uniti e quindi non hanno avuto l’opportunità di costruirsi una pensione. Questo processo ci mostra uno specifico ciclo di vita nel lavoro domestico: negli anni in cui sono più giovani queste donne sono impiegate soprattutto nella cura dei bambini e man mano che invecchiano passano invece alla cura degli anziani, transitando così da un’attività più dispendiosa ad una meno faticosa in termini di energie. A Roma vediamo una comunità spaccata in due, tra quelle che possono permettersi di tornare nelle Filippine perché hanno raggiunto i contributi per la pensione e quelle che invece sono costrette a restare in Italia per accedere alla pensione minima. Dobbiamo tenere a mente che il lavoro domestico è un lavoro a bassa retribuzione, perciò è davvero difficile per queste lavoratrici risparmiare per quando dovranno andare in pensione. Mandare i figli a scuola nella speranza che poi le sostengano nella vecchiaia è una strategia plausibile, ma il problema è che non tutti i bambini diventeranno adulti di successo o autonomi da un punto di vista finanziario. Queste donne spesso si ritrovano a continuare a prendersi cura dei familiari a carico, compresi i figli adulti. 

Parliamo di “seconde generazioni”. Che vita fanno oggi i figli e le figlie di una migrante che lavora nel settore del lavoro domestico? Che prospettive hanno anche rispetto ai percorsi di formazione e di inserimento lavorativo? 

L’Italia è uno dei pochi paesi di destinazione a offrire un percorso di cittadinanza alle lavoratrici domestiche. In tutti gli altri paesi di destinazione è possibile ottenere soltanto un visto di lavoro. Il Canada, per esempio, prima offriva la possibilità di accedere alla cittadinanza e poi ha annullato del tutto questo diritto. In Italia abbiamo una seconda generazione di filippini grazie al ricongiungimento familiare e al diritto alla cittadinanza. La mobilità di questi bambini è tuttavia limitata dal sistema italiano perché quando diventano adulti la loro permanenza viene salvaguardata se entrano nel mercato del lavoro (domestico) più che se accedono all'istruzione. Per i giovani adulti cresciuti in Italia rimanere come studenti appare quindi come una soluzione più precaria. È interessante notare come molti filippini di seconda generazione non siano cresciuti in Italia ma nelle Filippine. Questo perché i costi lì sono più bassi. È durante l'adolescenza, dunque, che i figli raggiungono i genitori. Quelli che lo fanno prima – verso i 14 anni – di solito apprendono la lingua e trovano lavoro come commessi nel settore della vendita al dettaglio. Quelli che lo fanno dopo – verso i 17 – di solito trovano impiego nel settore del lavoro domestico.

Nel 2011 è uscito un altro tuo libro, un’inchiesta sulle lavoratrici filippine nel mercato del sesso giapponese che aveva l’ambizione di liberare il discorso da alcune etichette. Qual è il risultato più interessante, in termini di analisi, che ti porti dietro da quel lavoro e che chiavi di interpretazione ci può dare rispetto al settore del lavoro di cura?

Il lavoro ha messo in luce lo status delle lavoratrici migranti: lavoratrici non libere, la cui situazione giuridica dipende dall’attività che svolgono continuamente per lo stesso datore di lavoro, e impossibilitate a cambiare datore di lavoro. Questo studio mi ha portata a capire che questo stato di precarietà non riguarda solo loro, ma la maggior parte delle lavoratrici domestiche migranti a livello globale.

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