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Come volare
ad alta quota

Quote elettorali, istruzioni per l'uso. Rispondiamo ai luoghi comuni e cerchiamo di capire meglio come, ma soprattutto a quali condizioni funzionano. Pre-requisito necessario: fare politiche paritarie

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Da qualche settimana si è riaperto il dibattito pubblico sulla legge relativa alle quote di genere nei Consigli di amministrazione delle aziende quotate in borsa. Cosa dicono i dati, al di là delle opinioni

Quanto dovremmo essere contente quando a vincere sono donne che non rappresentano la nostra visione politica? Domande da porsi e distinzioni da fare, in una riflessione di Mara Gasbarrone

In Italia si torna a parlare di quote, ma si vuole davvero risolvere questo problema? A parole sembra di si: quasi tutti i partiti ormai hanno nel loro statuto un’intenzione di parità di genere, l’art. 51 della Costituzione italiana è stato opportunamente modificato, molte leggi regionali contengono delle (differenti) indicazioni di quote per le candidature, al Senato è in discussione un proposta di legge per imporre delle quote di genere nei consigli di amministrazione. Se però si passa dalle promesse ai fatti e alle urgenze, le cose cambiano. La pesante e confusa campagna elettorale che sta iniziando prevede come punto focale e di non ritorno la modifica della legge elettorale: ma non sembra proprio che uno dei punti fermi del cambiamento riguardi le quote o la parità.
 
Il termine “quota” copre una larga gamma di strategie. Le quote possono essere di diverso spessore quantitativo, solitamente dal 20% al 50%. L’idea alla base delle ‘quote di genere’ consiste nel tentativo di porre le donne in posizioni apicali e assicurarsi che siano in numero sufficiente per poter contare sulla scena politica ed economica. Drude Dahlerup definisce “soglia critica” la barriera del 40% di presenza femminile (cioè la percentuale al di sotto della quale non è possibile percepire una “presenza di genere” nelle pratiche politiche). Esistono diversi sistemi di quote. La distinzione principale è tra le quote volontaristiche dei partiti e quote costituzionali o legislative. Molti sistemi  sono costruiti gender-neutral,   mirano cioè a garantire una rappresentanza paritaria, fissando una soglia massima comune per entrambi i sessi. In questo caso, la richiesta dovrebbe essere che nessuno dei due sessi possa occupare più del 60% o meno del 40% dei seggi. Una quota elettorale minima di donne  implica, d’altra parte, un tetto massimo di candidature maschili. Una quota 50-50% è  neutra dal punto di vista di genere e  consente alle donne di raggiungere il massimo risultato, cosa che una previsione minima di seggi, di fatto, non permette (Dahlerup, 1998). Le quote e le altre forme di azioni positive sono quindi un mezzo verso la parità di risultato. In questa prospettiva, le quote non sarebbero una discriminazione nei confronti degli uomini, ma piuttosto una compensazione per le barriere strutturali che le donne incontrano nel processo elettivo. Questo sistema pone l’onere del reclutamento non sulla singola donna, ma su coloro che controllano il processo di reclutamento politico.

Gli argomenti sollevati contro l’uso delle quote sono diversi:
Le quote sono contro il principio di pari opportunità per tutti, poiché le donne ne risulterebbero avvantaggiate. Dire che le donne sarebbero avvantaggiate dalle quote vuol dire non prendere in considerazione gli svantaggi sociali (derivati soprattutto dalla divisione sessuale del lavoro e dalla ripartizione storica e tradizionale della sfera pubblica e della sfera privata tra i sessi) che, di fatto, hanno impedito alle donne di occupare i posti di potere che sarebbero spettati loro.
Le quote non sono democratiche, perché sono gli elettori che devono decidere chi sarà eletto. Un elettore non può mai scegliere chi non è nelle liste elettorali, chi non è candidato. E nelle nostre democrazie sono i partiti i monopolizzatori delle liste elettorali. Con la legge elettorale vigente (proporzionale a liste chiuse) possiamo addirittura parlare di “nominati” piuttosto che di “eletti”.
Le quote implicano che il sesso interviene al posto delle competenze e così alcuni canditati tra i più competenti vengono scartati. La tematica delle competenze emerge misteriosamente solo quando si parla di quote e soprattutto solo e se si parla di donne. I candidati uomini sarebbero competenti per natura.
Alcune donne non vogliono essere elette solo perché sono donne. L’esperienza delle donne è necessaria alla vita politica, ed è evidente che i gate keepers dei partiti sceglieranno tra le donne quelle maggiormente in grado di attirare voti (avrei voluto scrivere: le migliori e le più competenti, ma questi sono criteri secondari nelle scelte delle candidature).
L’introduzione delle quote crea gravi conflitti all’interno degli stessi partiti. E’ vero, si tratta  di far posto a nuovi soggetti che nutrono legittime aspirazioni ad occupare posti di potere. Ciò non può avvenire se non a discapito di candidati (dirigenti e militanti, o candidati esterni) già presenti nelle strategie di potere dei partiti stessi.

Le quote funzionano? Da tempo ci si interroga su quali siano gli strumenti più idonei per perseguire e per raggiungere l’obiettivo di un’equilibrata rappresentanza fra i sessi, focalizzando l’attenzione sull’utilità e sulla praticabilità dell’azione di quote. A livello europeo, analizzando i dati della presenza di elette, si evince che non esiste, in assoluto una “quota” che dia la certezza del risultato. Esistono piuttosto un insieme i fattori che, se presenti contemporaneamente, possono permettere lo sviluppo di una rappresentanza paritaria. Si tratta, innanzitutto, di adottare un sistema elettorale favorevole, sostanzialmente un sistema elettorale proporzionale, con voto di lista (senza preferenze, e con presenza di quote). Un ulteriore fattore che influenza in modo decisivo l’operatività delle quote, è rappresentato dalle norme che ne regolano l’applicazione. Queste devono prevedere rigidi sistemi sanzionatori che puniscano chi non rispetta le indicazioni paritarie. In questo caso, la soluzione più efficace è l’irricevibilità delle liste, così da impedire ai partiti di eludere le regole. Altri sistemi, ma non altrettanto efficaci, possono prevedere ammende finanziarie (le uniche possibili applicabili nei sistemi maggioritari) oppure la riduzione dei rimborsi elettorali che però non fungono da deterrente (si pensi al caso della Francia, dove l’ammontare dei rimborsi elettorali è direttamente legato alla percentuale che manca al raggiungimento della parità: nel 2004 tutti i partiti che parteciparono alle elezioni all’Assemblée nationale del 2002 si videro decurtati in varie misure i rimborsi elettorali). In via complementare alla sanzione dell’irricevibilità, si potrebbe pensare ad incentivi economici (sempre in termini di rimborsi elettorali) ai partiti che  eleggono un numero significativo di donne.


L’efficacia delle quote è poi strettamente legata alle modalità di applicazione nelle liste elettorali. Nei sistemi elettorali proporzionali, sono necessarie misure sull’alternanza dei candidati affinché le posizioni in cui vengono collocate le donne assicurino una probabilità positiva  di elezione. Sono perciò preferibili sistemi “a cerniera”, per gruppi di candidati oppure “a zebra”. Per i  sistemi “a cerniera” l’esempio più noto è quello delle elezioni amministrative in Francia per le municipalités: i candidati devono essere posti nelle liste per gruppi di sei in posizioni di parità tra i sessi (tre e tre, due, due , due, oppure in alternanza). Il sistema a zebra, più evidente visualmente, prevede l’alternanza uno a uno (una riga bianca, una riga nera; un uomo, una donna). Ovviamente il rischio di porre dei vincoli quantitativi è di farne delle  soglie oltre le quali non si possa andare. Per questo motivo, sarebbe bene adottare sistemi di quote incrementali.

Tuttavia, il prerequisito senza il quale nessun sistema di quote può funzionare riguarda la capacità delle istituzioni pubbliche di essere presenti come promotrici di parità effettiva in tutti i campi del vivere sociale e nella loro stessa composizione. A questo proposito, possiamo citare casi in cui  si è ottenuta una rappresentanza paritaria senza ricorrere a quote legislative o di partito (Finlandia), grazie ad una capillare messa in atto di politiche paritarie.    Non si dà il contrario: sistemi di quote costituzionali, come nel caso della Grecia, sono sostanzialmente inutili se manca un intervento sociale che elimini le disuguaglianze fra donne e uomini. Certamente, le quote possono favorire un effetto spill over, cioè possono innescare il cambiamento anche in altri domini pubblici, che non siano solo le istituzioni politiche rappresentative (mondo dell’economia, della ricerca, ecc…). Per questo motivo, ritengo che questo strumento indichi la strada da percorrere, soprattutto nei paesi come il nostro in cui la legislazione sulla parità, se esiste, non è applicata con rigore.

La nozione di parità si pone come un concetto legato alla modernità, alla giustizia sociale, in un’ottica di democrazia sostanziale che rimette in questione il funzionamento sociale e l’immagine simbolica degli uomini e delle donne nella società. E’ la rivendicazione di un’uguaglianza tra i sessi nella rappresentanza politica, mentre le quote non sono che un mezzo per raggiungere la parità. La parità uomo-donna costituisce l’applicazione di un principio e non  di una percentuale. L’affermazione del principio di parità, in politica come in tutti i settori e gli ambiti di vita degli individui, dovrebbe apparire come naturale espressione di una società composta di uomini e donne. Il fatto che queste ultime siano state escluse per secoli dal dominio pubblico e politico, non può più costituire motivo perché continuino ad esserlo.

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