Articoloazioni positive - istituzioni - pari opportunità - politiche

Consigliere di parità,
sentinelle sul territorio

Foto: Flickr/Eleni Preza

Consigliera di parità della Regione Liguria dal 2001 al 2016, Valeria Maione racconta lo spirito che aleggia oggi tra le addette ai lavori, "sentinelle sul territorio" tra centro e periferia

Articoli correlati

I consultori familiari istituiti nel 1975 sono oggi spesso scarsamente finanziati e sotto organico, con forti differenze regionali. Non è un caso se l'Italia è agli ultimi posti delle classifiche europee per la tutela della salute e dei diritti sessuali e riproduttivi

Nella crociata contro gli studi di genere, le associazioni di matrice cattolica e i neoconservatori hanno spesso portato il 'paradosso norvegese' a sostegno dei loro argomenti. Ma si tratta di un equivoco, nato da un caso di cattiva informazione

Donne e lavoro: cos'è cambiato dall’Ottocento a oggi. Ne parliamo con Alessandra Pescarolo, autrice del libro Il lavoro delle donne nell’Italia contemporanea (Viella, 2019) che ripercorre gli snodi fondamentali di una storia ancora tutta da scrivere

I tempi sono maturi, le banche centrali hanno bisogno di più donne ai vertici, non è solo una questione di quote. Serve un cambio di mentalità

Nata come organismo di tutela contro le discriminazioni sul mercato del lavoro che riguardino il sesso[1], e operativa da oltre un trentennio, l'istituzione delle consigliere (o dei consiglieri) di parità ha vissuto nel tempo diverse fasi delineate in letteratura e riprese in un mio articolo dal titolo provocatorio, Consigliere di parità o dame di carità? pubbicato proprio da inGenere qualche anno fa.

In estrema sintesi, e per rispondere alla domanda posta nel titolo di quell'articolo, posso rammentare che, con quello che già due anni fa definii un colpo di frusta, siamo tornate - uso la prima persona plurale in quanto dal 2001 al 2016 sono stata consigliera di parità della Regione Liguria - agli anni '90 che ci vedevano forti sulla carta ma deboli nella realtà, situazione alla quale la legge 196 del 2000 aveva posto rimedio garantendo, oltre che ragionevoli dotazioni finanziarie, il lavoro "in rete" che consentiva un continuo aggiornamento su quanto accadeva nelle aree, regionali e provinciali, di competenza.

Dai periodici incontri in sede nazionale, dai gruppi di lavoro tematici costituiti, da un sito fino a un certo punto aggiornato con tutte le problematiche e le relative soluzioni che ciascuna metteva in atto, abbiamo letteralmente creato dal nulla delle modalità di operare che oggi possiamo definire consolidate e collaudate. Talvolta mi ritrovo a riflettere su quanto abbiamo, tutte, concretamente costruito in questi anni, mettendo in campo intuito e preparazione specifica, audacia corroborata dalla consapevolezza di operare per il bene comune, spirito di corpo che ci ha messo in condizione di massimizzare l'esempio che le altre erano in grado di mettere a fattore comune.

Non nego che qualche errore sia stato commesso, ad esempio una duplicazione di interventi per farci conoscere sui territori, interventi tanto necessari quando poco coordinati per non ledere quella autonomia che la legge garantisce escludendo rapporti di subordinazione gerarchica tra livelli. Tali interventi hanno sicuramente arricchito le conoscenze dei soggetti coinvolti ma in un'analisi di costi e benefici è probabile che risulterebbero non adeguatamente produttivi.

Diverso discorso merita tutta la giurisprudenza che nel tempo l'azione delle consigliere ha prodotto per il superamento delle discriminazioni singole e collettive. Per non parlare di quell'ascolto continuo, e spesso corroborato da concrete soluzioni dei casi rappresentati, non necessariamente e sempre connessi alle competenze che la legge ci attribuisce, soluzioni trovate sovente prima e a prescindere dal ricorso al giudice.

L'ascolto è stato la cifra della azione quotidiana di gran parte di noi. Non uso volutamente un termine più generale perché sono consapevole che, lì dove qualche deficienza si è verificata, la copertura territoriale che la legge ha garantito prevedendo i più livelli già menzionati e le supplenti, ha condotto a soluzione numerose criticità. Molti casi potrei citare di interventi di surroga delle consigliere provinciali da parte delle regionali, e, anche, viceversa. Decisamente di più, le situazioni che hanno usufruito di un fattivo intervento congiunto.

Per restare al personale, nel frattempo il mio mandato è arrivato alla sua conclusione già nel settembre del 2015. In prorogatio le funzioni che la legge mi attribuisce non risultano attutite e ovviamente non ho mai fatto mancare ai miei sempre più numerosi interlocutori l'ascolto, il sostegno e l'intervento concreto che nel tempo ho imparato a gestire. Ovviamente nell'attesa di un avvicendamento che oggi sembra più vicino, visto che la designazione regionale della nuova consigliera è già avvenuta e si aspetta soltanto la firma ministeriale del decreto di nomina, il mio lavoro non è stato ispirato da quella visione di lungo periodo che ho cercato di non disattendere nel corso del mio, lungo, mandato. In analoga situazione si trovano molte delle colleghe con le quali il mio percorso si è dipanato in questi anni. Tutte "in uscita" in quanto la recente normativa non consente un rinnovo per più di due volte. È indubbio si sia tutte stanche e forse anche demotivate vista la concreta impossibilità di garantire quella tutela giudiziale che, pur corroborata da sapienza e buona volontà, necessita di una base finanziaria che oggi manca del tutto.

La consigliera nazionale sta cercando di aiutare i territori mettendo in campo uno strumento centrale di intervento che possa supportare i casi più meritevoli, ma non possiamo nasconderci che ciò introdurrà un elemento esterno e discrezionale che potrebbe a sua volta generare, senza volerlo, delle discriminazioni. Un paradosso, se si considera il ruolo esclusivo attribuito alle consigliere, pubblici ufficiali che, val la pena ripetersi, attraverso la ricerca di una conciliazione tra le parti in via stragiudiziale, o l’azione in giudizio così come previsto dagli articoli 36 e 37 del Codice delle pari opportunità, possono contribuire a rimuovere le discriminazioni lavorative di genere.

Date queste premesse, e l'ottimo rapporto con chi è destinata a prendere il mio posto, sono determinata a non far mancare il mio contributo e, soprattutto, la condivisione concreta della casistica incontrata, quanto mai necessaria per ottimizzare e rendere più snello e meno oneroso l'intervento. Aggiungo che con un gruppo di colleghe stiamo operando per fornire a tutte le subentranti ulteriori documentazioni e supporti, anche recuperando e attualizzando i lavori che sono stati prodotti dai gruppi e dalle esperienze territoriali.

Confesso una certa personale inquietudine, riconducibile agli effetti che il decreto legislativo 15 gennaio 2016, n. 8, attuativo della legge 28 aprile 2014, n. 67, potrebbe esser destinato a produrre mutando il quadro normativo di riferimento in forza della intervenuta depenalizzazione di numerose ipotesi di reato in materia di lavoro e di previdenza obbligatoria, tra le quali finiscono pure le discriminazioni di genere.

Originariamente sanzionate in sede penale con un'ammenda da 250 a 1.500 euro[2], le condotte discriminatorie nell'accesso e nello svolgimento del rapporto di lavoro, sono ora punite con sanzione amministrativa da 5.000 a 10.000 euro. Un inasprimento dunque della sanzione ma poiché il pagamento della stessa non estingue l'illecito commesso, se a detto pagamento non fa seguito la rimozione della discriminazione operata, di fatto impegna la consigliera ad azioni in giudizio con costi che la stessa non può più onorare, mentre in precedenza gli ispettori del lavoro potevano accertare la discriminazione nel luogo di lavoro e attraverso la prescrizione[3] obbligare il datore di lavoro a rimuovere la discriminazione (salariale, di accesso alla formazione, di riqualificazione, ecc.) entro quindici giorni, senza costi per le istituzioni denuncianti, vale a dire le consigliere.

Pur nella consapevolezza che sia necessario uno snellimento delle procedure per rendere più rapido l'intervento giudiziale e di conseguenza meno affollati i relativi organismi, spero fortemente che per effetto di quanto rilevato non si finisca per considerare la discriminazione un comportamento a basso rischio sociale, come l'ingiuria, che peraltro spesso costituisce un prodromo per reati ben più gravi, quelli di violenza in primis. Ovvio dunque che in un tale contesto risulti quasi doveroso che le consigliere tengano alta l'attenzione.

Avrei voluto concludere proponendo una serie di dati e informazioni quantitative che ho cercato di raccogliere in preparazione di questo articolo, dati che possono essere desunti dalle relazioni annuali che le consigliere debbono presentare, pena la decadenza. Tali relazioni sono di fatto molto disomogenee tra loro e non consentono perciò quella aggregazione necessaria per produrre un dato nazionale. Quanto mai opportuno, dunque, un recente intervento della consigliera nazionale per fornire indicazioni univoche alla compilazione.

Ripiego perciò sulla trascrizione di alcune frasi con le quali le mie colleghe hanno ritenuto di sintetizzare la nostra attuale situazione e lo spirito che aleggia oggi tra le addette ai lavori. "Un filmato che si riproietta tornando indietro. Un sogno finito non troppo presto. Un aborto che si spera spontaneo tenendo 'a stecchetto' puerpera e nascituro. Un'occasione, anzi per restare in tema, una opportunità persa. Ieri con poco faccio tanto, oggi vorrei ma non posso. Una vecchia signora che per rendersi ancora appetibile taglia letteralmente pezzi di sé, per innestare carne fresca nella speranza che attecchisca. Un corpaccione reso flaccido e insicuro dalla mancanza di ossigeno. Una un po' svampita che crede di risolvere i suoi problemi con un bel maquillage. Una affermazione perentoria, destinata a restare tale. Un ruolo tanto importante quanto sconosciuto..."

La mia personale stagione induce a bilanci che preferisco differire o comunque non proporre come definitivi. Ho l'impressione che oggi si ritenga preferibile il rinnovare al rottamare, perché apparentemente garantisce di più il futuro a chi si vede in qualche modo messo in discussione, e poi è decisamente più "fine". Ma la sostanza cambia poco. I peccati e le omissioni appaiono più lievi e non certo mortali. Rimediabili dunque. Manca la consapevolezza che tutte le distorsioni del sistema costituiscono uno spreco di risorse continuo e inconcludente, un vulnus che diventa sempre più difficile superare. Si è innescato un circuito vizioso fatto non soltanto da scarsa partecipazione delle donne al mercato del lavoro ma anche bassa natalità e quindi mancato rinnovamento demografico. A chi dovrebbe intervenire si danno "consigli", di fatto a fare il proprio dovere nei ritagli di tempo, si propone alle istituzioni preposte di retribuire "eventualmente" chi si mette giornalmente in gioco per difendere e tutelare, da lavoratore, altri lavoratori, insomma si invita ad arrangiarsi. Mi sembra sia sempre la solita storia...italiana!

Eppure le potenzialità dell'istituzione sono notevoli. Penso ad esempio a quella collega che, dovendo tutelare una lavoratrice demansionata al ritorno dalla maternità, chiese agli Ispettori del lavoro di andare nell'azienda coinvolta per accertare quanti lavoratori fossero in analoga situazione o in part time e quante ore di straordinario venissero effettuate, con l'accortezza di fornire i dati disaggregati per genere. Ciò permise non solo di dimostrare la discriminazione nei confronti della diretta interessata ma anche di appurare l'esistenza di un differenziale retributivo tra maschi e femmine che doveva essere rimosso, come avvenne. Con il che si dimostra anche l'importanza dei protocolli d'intesa con gli enti territoriali, in particolare con gli ispettorati, che molte di noi hanno siglato e necessitano oggi una riconferma, considerate le consistenti modifiche organizzative in atto.

Sono fondamentalmente un'ottimista e voglio concludere accennando ad alcuni segnali recepiti in questi giorni, che sembrerebbero indurre alla positività. Ci si è accorti, diciamo così, che siamo di fatto delle "sentinelle sul territorio", espressione che usai qualche anno fa per chiarire le idee ad un ministro che sembrò apprezzarla molto. E che possiamo servire da trait d'union tra il centro e la periferia, per monitorare, tutelare e garantire diritti. Sono certa che se si continuerà con questo necessario e legittimo riconoscimento e si provvederà a renderlo palese anche attraverso boccate di ossigeno finanziario imprescindibili, si potranno mettere in moto delle proficue collaborazioni. Perché per usare una frase di una collega, "la passione e la voglia di continuare comunque e nonostante le difficoltà ci arriva dalle donne e da tutti quei soggetti che aspettano ogni giorno con fiducia il nostro aiuto".

Note

[1] Con le leggi 863 del 1984 e 56 del 1987.

[2] Dall’art. 41, comma 2, d.lgs. n. 198/2006.

[3] Art.15 del Dlgs 124/2004.

Leggi tutto il dossier di inGenere Lo stato delle pari opportunità