Radicale, femminista, libertaria. Ci lascia Emma Bonino, figura indispensabile per i diritti e la libertà delle donne, in Italia ma non solo. Al centro del suo sguardo il legame tra autodeterminazione ed economia è rimasto sempre saldo. Un ricordo
Abbiamo incontrato Emma Bonino ogni volta che è servita un'alleanza tra donne che articolasse il rapporto tra il dentro e il fuori delle istituzioni.
L'ultima volta per la negoziazione del Pnrr, quando una grande cordata di donne si è organizzata per definire e fare pressione affinché questo grande investimento pubblico non amplificasse le disuguaglianze e diventasse un'occasione per colmare gli enormi divari di genere che caratterizzano il nostro paese. Un coordinamento tutto online, in piena pandemia, ognuna con lo sfondo di casa, senza trucco, abiti comodi, riunioni che sembravano quasi domestiche, ognuna di noi si ritagliava pezzi di stanze sottratti al resto della famiglia per parlare di infrastrutture sociali, piani per l'occupazione, misure di sostegno alla cura.
Emma aveva spesso uno sfondo di armadi e il turbante, la voce non più la stessa, ma la forza, quella sì. Non solo la sua forza, ma anche quella che, per molti molti anni, ha dato a tutte le altre.
Oggi ci lascia una pietra-miliare nella storia della politica italiana. Radicale, femminista, libertaria. In economia, questo la portava – con il suo partito – su visioni e ricette liberiste, con le quali come economiste abbiamo spesso (a nostra volta radicalmente) dissentito e polemizzato.
Fermo resta che, senza la sua visione e il suo coraggio, le donne non avrebbero probabilmente avuto accesso all’aborto e al divorzio in Italia – e bisogna avere l’età necessaria per ricordare le posizioni che aveva assunto il Partito Comunista che su questo piano fu trascinato a forza.
Emma Bonino ha incarnato una visione della politica come impegno totale, che l’ha portata dalle battaglie sulla strada, a farsi arrestare, e allo stesso tempo a rispettare con fedeltà le istituzioni in cui ha assunto ruoli apicali. In questo, come una intera generazione di donne e uomini del Novecento, che ci mancano, ci mancheranno moltissimo in tempi distruttivi per le istituzioni e dello stato di diritto
Nel 1975 si autodenunciò, dopo un aborto vissuto in prima persona, per aver praticato aborti clandestini insieme ad altre (con il Centro d'informazione sulla sterilizzazione e sull'aborto, che aveva fondato nel 1973 insieme ad Adele Faccio e altre femministe radicali). La portata politica di quel gesto fu proprio di trasformare un’esperienza individuale in un atto di disobbedienza civile in un paese che allora si reggeva su pratiche di fortuna per interrompere le gravidanze indesiderate, pratiche che mettevano a rischio la salute delle donne.
Da quel momento l’aborto non è più una faccenda privata, ma una questione politica, sanitaria, di libertà. Da qui la mobilitazione e il lavoro che avrebbero portato poi al disegno e all’approvazione della 194. Bonino, che nel frattempo passava dalla disobbedienza civile a cariche altamente istituzionali, fu una delle figure più riconoscibili di quella battaglia, e per tutta la vita continuò a difendere la piena applicazione di una legge che ad oggi resta l’unica garanzia formale per una donna di scegliere in maniera autonoma una gravidanza.
Lo sguardo di Bonino non è mai stato svincolato dalla dimensione economica dell’esistenza. Il legame fra libertà riproduttiva e disuguaglianza economica era al centro del suo discorso: erano le donne senza risorse quelle maggiormente esposte ai rischi delle pratiche clandestine, e questo spiega molto di quello che sarebbe accaduto dopo.
Protagonista della battaglia radicale che contribuì a trasformare il diritto di famiglia e l'autonomia delle donne rispetto all’istituzione del matrimonio, durante il suo periodo da vicepresidente del Senato Bonino diede particolare spazio al tema della partecipazione delle donne alla vita economica del paese, mettendo bene in chiaro che non sarebbe bastato avere sulla carta gli stessi diritti, se poi di fatto una donna aveva meno accesso al lavoro, al reddito, alle pensioni, ai posti in cui le decisioni venivano prese.
Combattere la segregazione economica, equiparare l’età pensionabile, promuovere politiche di conciliazione che riconoscessero il lavoro di cura non retribuito come una questione economica, la proposta insieme ad altre di un’Authority per la parità, e poi le battaglie internazionali per i diritti delle donne e non solo (contro le mutilazioni genitali, i matrimoni precoci, l’apartheid di genere, gli stupri di guerra - come quella nei balcani, rispetto a cui ha assunto una postura coraggiosa denunciando il genocidio di Serebrenica, e promuovendo l'istituzione del tribunale penale internazionale per l'ex-Jugoslavia), diventeranno i capisaldi di un percorso iniziato dal basso che ha saputo permeare le istituzioni in Italia, in Europa e negli altri paesi.
Bonino è stata una convinta femminista, si è sempre battuta per i diritti delle donne e per la parità. Quando era vicepresidente del Senato ha chiesto ad alcune di noi di tenere un corso di formazione al personale e ha promosso il bilancio di genere del Senato. Non lo aveva fatto nessun altro prima e c'erano stati presidenti e vicepresidenti di sinistra.
Erano in pochi allora a sapere cosa fosse o a cosa potesse servire un bilancio di genere, idea che per alcuni aveva ancora un’aria esoterica, ma Emma si spese per portare il tema laddove si decidono le sorti del paese. Era una donna che amava il confronto, quindi una persona di cui fidarsi. Era schietta, e non era nella sua cifra entrare nelle grazie di qualcuno per perseguire i suoi obiettivi. Eppure, sapeva davvero lottare per ottenerli.