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Facciamo che non
sia un'eccezione

La Casa delle donne di Lecce lancia una campagna di comunicazione contro gli stereotipi di genere nel mercato del lavoro. Sei poster fotografici per superare pay gap, soffitti di cristallo, molestie e ricatti

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“Facciamo che non sia un’eccezione” è la campagna di comunicazione sociale della Casa delle Donne di Lecce nell’ambito del progetto Women At Work.[1] Sei poster fotografici per una campagna che affronta sei temi importanti per il mondo lavorativo e la vita delle donne: conciliazione vita-lavoro, tetto di cristallo, sessismo nei luoghi di lavoro, linguaggio stereotipato e disparità salariale.  

Facciamo che non sia un’eccezione” è il claim che ricorre in ciascuno dei sei poster fotografici per ribadire che ciò che oggi rappresenta una singolarità dovrebbe diventare una prassi, un’abitudine di vita condivisa tra uomini e donne, un contesto culturale entro cui tutti e tutte debbano riconoscersi, affinché ciascuno/a possa crescere e vivere come persona, con bisogni e necessità che vanno al di là dello stereotipo dei ruoli sociali.  

È il caso del congedo parentale (mio marito ha preso il congedo parentale!) che sebbene previsto anche per i neo-papà dalla legislazione italiana trova un’applicazione ancora marginale. La quota di uomini che ne usufruiscono è ancora modesta: 18,4% nel 2016 stando ai dati Inps.

È il caso del tetto di cristallo (in ufficio mi hanno assegnato un segretario!), barriera invisibile che impedisce tuttora alle donne di raggiungere posizioni dirigenziali e alti livelli manageriali in ogni campo del lavoro. A parità di curriculum vitae, gli uomini hanno più probabilità di accedere a ruoli dirigenziali e, a parità di performance, gli uomini hanno più probabilità di avanzamento nella carriera. 

È il caso del sessismo nei luoghi di lavoro (al colloquio ha valutato solo il mio curriculum/al colloquio non mi ha chiesto se vorrò figli!). Sono 1 milione e 173 mila in Italia secondo l'Istat le donne che durante la loro vita hanno subìto ricatti sessuali sul posto di lavoro. In modo particolare, le disoccupate più delle occupate perché più vulnerabili; le lavoratrici autonome più delle dipendenti; le impiegate più delle operaie. Solo lo 0,7% però ha sporto denuncia, sia per paura di perdere il lavoro che per 'vergogna' e timore di essere giudicate dalla società e dai familiari. 

 

È il caso del linguaggio – la discriminante gabbia del “lavori tipicamente maschili e/o femminili” (finalmente mi ha chiamato architetta guadagno come il mio collega Antonio!) Indagare il sessismo e la discriminazione di genere nel lavoro significa combattere stereotipi e pregiudizi sedimentati nello schema del lavoro “tipicamente” maschile e/o femminile, cioè delle mansioni tradizionalmente riservate all’uno o all’altro genere. Solitamente questa gabbia si traduce in una discriminazione a danno delle donne e in una forma di segregazione sessuale del lavoro. Spesso le donne per essere accettate si adattano a rientrare in cliché di scelta e/o di comportamento, cioè tendono a preferire lavori “tipicamente” femminili, oppure a imitare sul lavoro i comportamenti dei colleghi maschi. In alcuni casi le lavoratrici con mansioni tradizionalmente maschili (tipografe, camioniste, minatrici, guardie giurate, agenti di polizia, ma anche maestre d’orchestra e avvocate) modificano il loro modo di essere, confermando inconsapevolmente lo schema della segregazione e divisione sessuale del lavoro. Accade allora che, di una lavoratrice che dimostra buone capacità si dica che “è una donna con le palle”. 

È il caso della disparità salariale (mi pagano come il mio collega Antonio!). Al 2017 il divario retributivo fra uomini e donne in termini di paga oraria è pari al 5,5% (Istat). Il fenomeno viene generalmente attribuito a delle caratteristiche individuali delle donne e uomini occupati, in relazione all’esperienza e all’istruzione. Tuttavia, ciò che è andato costruendosi in Italia è una vera segregazione di genere a livello occupazionale, legata senza dubbio a fattori culturali, sociali ed economici che ben si legano al divario retributivo. Fra i paesi Ocse l’Italia è al quartultimo posto per gender pay gap e tale divario è in parte da ricondurre al carico di lavoro domestico non retribuito e agli ostacoli nell’inserimento nell’ambiente lavorativo derivanti dall’accesso limitato ad asili nido o alla possibilità di posti di lavoro che permettano flessibilità nella gestione della famiglia e del lavoro.

Note

[1] Progetto di cooperazione internazionale tra Italia e Albania, finanziato dalla Regione Puglia – Sezione Relazioni Internazionali e dedicato a donne inoccupate e disoccupate italiane, albanesi e delle comunità migranti presenti a Lecce e nel Salento e a giovani donne albanesi, che individua nel lavoro uno strumento di crescita personale, culturale, di emancipazione e contrasto alla violenza e alle discriminazioni. 

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