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I "motivi di famiglia"
delle ragazze Neet

Le donne all'interno del mondo "Neet", ossia del gruppo - notevole in Italia - di giovani che non lavorano né studiano: quante sono, dove sono, e perché non cercano lavoro né formazione? I dati di una ricerca lombarda mostrano che ai fattori economici si aggiunge il peso di retaggi culturali. Soprattutto quando arrivano i bambini

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Nel rapporto di recente elaborato da ItaliaLavoro (2011) sul tema: “Neet: i giovani che non studiano, non frequentano corsi di formazione e non lavorano in Lombardia”, sono analizzate le caratteristiche del gruppo di popolazione tra 15 e 29 anni con residenza in questa regione (1).

È noto che i giovani dichiarano a volte di non cercare lavoro poiché sono scoraggiati, ma non è difficile immaginare che in realtà lo stanno cercando, a differenza di quanto dichiarano. Molti giovani inattivi sono quindi disponibili al lavoro, e se applichiamo troppo rigidamente la definizione di disoccupazione fornita dall’Oil (secondo la quale è disoccupato chi ha svolto un’attività di ricerca del lavoro nelle quattro settimane precedenti quella in cui è stata svolta l’indagine campionaria) rischiamo di tagliare fuori un gruppo potenzialmente numeroso, sia nel caso dell’Italia nel suo complesso che in quello della Lombardia. Questo gruppo di cui perderemmo traccia sarebbe ancora più numeroso di quello dei disoccupati. In effetti, il rapporto mostra che gli inattivi sono una percentuale maggioritaria dei Neet in Lombardia rispetto ai disoccupati.

I dati del fenomeno Neet

In base al rapporto di ItaliaLavoro, in Italia nel 2010 i giovani Neet sono stati circa 2,1 milioni, con un incremento di 134 mila unità rispetto al 2009. La crisi ha indubbiamente ridotto le possibilità di inserimento lavorativo dei giovani, tanto che la quota di Neet è passata dal 18,9% nel 2007, al 20,5% del 2009 fino ad arrivare al 22,1% del 2010.

Il caso della Lombardia, sul quale si sofferma il rapporto, è fra i più virtuosi se lo si confronta con l’intero territorio nazionale. In base ai dati del rapporto ItaliaLavoro, nel 2010, si rilevano circa 223 mila giovani tra i 15 e i 29 anni (il 15,7% della popolazione della stessa età). La percentuale della Lombardia è in linea con il valore dell’Unione europea (15,3%), ed inferiore di 6 punti percentuali rispetto alla media italiana (22,1%). Si tratta di valori di molto inferiori a quelli fatti registrare dalle regioni meridionali (30,9% in media).

Un elemento su cui riflettere è dato dalle forti differenze per sesso nell’incidenza del fenomeno Neet. Per il totale del paese, nel 2010 la percentuale delle donne sul totale dell’aggregato dei Neet è superiore a quella degli uomini in tutte le regioni: le donne rappresentano il 55,5% del totale dei Neet nella media del paese, il 53% nel mezzogiorno, il 57,9% nel centro ed il 59,4% nel nord.

Scendendo al dettaglio regionale, è possibile rappresentare la relazione tra valori percentuali dei Neet maschi e Neet donne (Figura 1). Prendendo come riferimento la bisettrice, corrispondente ai punti in cui vi è uguaglianza tra i due tassi, è possibile notare come in tutte le regioni ad eccezione della Sardegna, i valori si trovino al di sopra della bisettrice evidenziando dei tassi Neet femminili sempre superiori a quelli maschili.

Figura 1: Relazione tra tassi NEET femminili e tassi NEET maschili – Anno 2010

Fonte: elaborazioni ItaliaLavoro su microdati Istat

 

Le differenze di genere nella probabilità di essere Neet sono tanto più preoccupanti se consideriamo che ormai da anni le donne hanno in media un livello di istruzione di gran lunga superiore a quello degli uomini. Ciò potrebbe suggerire che  le donne dovrebbero avere una probabilità di essere Neet inferiore a quella maschile, invece succede esattamente il contrario; il che si potrebbe attribuire a diversi ordini di motivi: la minore esperienza lavorativa delle donne giovani, e/o il minore tempo a disposizione per le attività produttive, a causa della mancanza di adeguati servizi per la maternità e la cura dei figli (2).

Nel rapporto di Italialavoro (2011) viene rivolta una domanda specifica per comprendere quali sono le ragioni familiari che inducono i giovani Neet (15-29 anni) all’inattività, ovvero: "Lei non ha cercato lavoro perché nella zona in cui vive i servizi di supporto alla famiglia, compresi quelli a pagamento, sono assenti, inadeguati o troppo costosi? Consideri anche baby-sitter o assistenti a pagamento”. La percentuale di giovani Neet che dichiara di essere inattivo a causa dell’assenza, inadeguatezza o dell’eccessivo costo dei servizi di cura è crescente dal Nord al Sud: 15,4% nel Nord, 19,1% nel Centro e 29% nel Mezzogiorno. Ne deriva che la quota di giovani Neet  che per motivi familiari diversi dalla carenza di servizi di cura decidono di non entrare nel mercato del lavoro è decrescente dal Nord al Sud Italia, passando dall’84,1% del Nord, all’80,3% del Centro al 70,8% del Sud.  

Se si considerano le giovani Neet in coppia residenti al Nord, circa i due terzi non sono disponibili a lavorare, con un’incidenza superiore a quella registrata nel Mezzogiorno (circa il 56%). Di queste ultime i tre quarti sono straniere, legate quindi a modelli culturali diversi. In particolare, l’incidenza delle donne Neet straniere sulla popolazione di riferimento è molto più elevata nelle tre ripartizioni nord, centro e sud (con valori pari al 45,4%, 36,6% e 43,6% rispettivamente), rispetto ai valori delle donne italiane Neet presenti nelle medesime ripartizioni (12,7%, 16,2% e 33% rispettivamente).

Considerando le diverse nazionalità, le maggiori differenze fra il tasso di Neet degli uomini e delle donne si registrano tra i giovani del Bangladesh (per gli uomini 12,4% e per le donne 79,5%), della Tunisia (per gli uomini 19,6% e per le donne 83,2%), dell’Egitto (per gli uomini 17,2% per le donne 76,7%) e dell’India (per gli uomini 14,3% per le donne 71,6%).

Perché le Neet sono Neet?

Di notevole interesse sono le risposte fornite dai Neet residenti in Lombardia circa le ragioni del loro allontanamento dal mondo del lavoro, come riportate da ItaliaLavoro. In un terzo dei casi, l’uscita dal mercato del lavoro è stata una scelta in parte volontaria (condizionata da fattori culturali, dalla carenza di servizi di cura dei bambini) o in parte è stata determinata da condizioni di salute e quindi non dettata dalla volontà dei giovani Neet. Il 40% dei Neet presenti in Lombardia, costituito per il 75% da giovani donne, dichiara di non cercare un’occupazione e di non essere disponibile a lavorare. Tra le ragioni di tale scelta giocano un ruolo preponderante i motivi familiari (seguono altri motivi, come essere impegnati in attività formative informali, inabilità o problemi di salute, mancanza di interesse per o di bisogno del lavoro). Paradossalmente, coloro che non lavorano per motivi familiari (81,9%, di cui 32 mila, in grande maggioranza, donne) affermano che la decisione non è dovuta alla scarsità o inadeguatezza di servizi di cura. Soltanto 7.000 giovani circa (18,1%) sarebbero, infatti, interessati ad entrare nel mercato del lavoro se ci fosse la disponibilità e la convenienza economica nell’utilizzo dei servizi di cura.

E' questo il dato interessante: un consistente numero di donne le quali dichiarano di avere “problemi familiari” che le spingono a non cercare lavoro, ma affermano che non lavorerebbero neanche se fossero disponibili più servizi per la maternità e l’infanzia. Queste risposte colpiscono, ma non sono strane. Esse denotano piuttosto un modo di sentire e di pensare molto comune, ma sbagliato, secondo cui l’unico soggetto in grado di fornire una cura adeguata dei figli sono le loro madri. È questo preconcetto tipicamente italiano, forse ancor più diffuso nel Mezzogiorno, che spiega come mai secondo una recente indagine Istat il 27% circa delle donne occupate abbandonano il loro posto di lavoro dopo la nascita del primo figlio. Dei preconcetti ideologici e culturali circa gli effetti del lavoro delle madri sullo sviluppo e la crescita dei bambini hanno recentemente scritto Daniela Del Boca e Silvia Pasqua (2010), evidenziando come la frequenza da parte dei bambini di asilo nido determina lo sviluppo di capacità non cognitive e relazionali, molto importanti per la loro vita. (Si veda anche "I nidi fanno bene a genitori e figli", su questo stesso sito; sullo stesso tema torneremo in un nostro articolo di prossima pubblicazione sempre su questa rivista).

Nel report pubblicato dall’Istat il 28 dicembre 2011 sulla “Conciliazione tra lavoro e famiglia”, un dato sembra confermare questa ripartizione tradizionale di ruoli. E’ stato chiesto ad occupati uomini e donne tra i 15 e 64 anni che svolgono attività di cura (verso figli coabitanti con meno di 15 anni, altri bambini e adulti anziani o disabili) se fossero disposti a modificare l’equilibrio tra tempo per il lavoro e tempo per la cura. Il 61,2% delle donne ha dichiarato di non voler cambiare, contro il 66,3% degli uomini. Delle restanti donne occupate (38,8%), il 30,8% ha affermato di voler lavorare di meno e dedicarsi di più ad attività di cura (contro il 27,8% degli uomini), mentre l’8% che ha dichiarato di voler lavorare di più e svolgere meno assistenza (per gli uomini il corrispondente valore è pari al 5,3%).

Ci si deve interrogare su risultati come quelli relativi alle donne Neet in Lombardia, ma anche nel resto del paese. Al fine di individuare delle proposte di policy, ci sono due possibili modi di affrontare il problema. In primo luogo, andrebbe verificato se davvero gli incentivi economici siano inutili. Probabilmente, molte donne che oggi si dichiarano scettiche cambierebbero idea se si trovassero di fronte ad una offerta di servizi diversa più ampia e soddisfacente. Se si crea la convenienza economica, offrendo a più donne servizi per l’infanzia, soprattutto asili nido, a basso costo, si potrebbe scoprire che in realtà sarebbero molte quelle che cambierebbero idea e sarebbero disposte a utilizzarli. Anche se a volte dichiarano il contrario, vale a dire che si tratta di una scelta volontaria, in realtà l’abbandono del lavoro al primo figlio e l’affermazione che non accetterebbero un’offerta di lavoro neppure se ci fossero più servizi è una scelta in larga parte dettata da motivi economici: conviene non lavorare, piuttosto che lavorare e pagare una badante tutto il giorno per anni.

Oltre agli asili nido, si può pensare anche di concedere congedi parentali più generosi e mirati a favorire una maggiore condivisione del lavoro di cura fra i genitori, riducendo il peso sulle donne. Non mancano altre proposte per favorire la conciliazione fra attività lavorative nella famiglia e nel lavoro, già illustrate in numerosi articoli già pubblicati su Ingenere.

 

Note

(1) L’analisi degli autori del rapporto si fonda sui microdati dell’Indagine continua delle forze di lavoro condotta dall’Istat nel 2010.

(2) In uno studio molto interessante di Betrtrand, Goldin e Katz (2010), condotto di recente su giovani statunitensi appena diplomati con un Master in Business and Administration, si evidenzia che le differenze di genere nelle prospettive occupazionali e salariali di questo gruppo molto omogeneo emergono già entro pochi anni dal conseguimento del titolo. Pastore (2010) trova risultati simili con riferimento ad un campione statistico di giovani di età compresa fra i 15 e i 29 anni in Mongolia.


Testi citati

Bertrand, Marianne, Claudia Goldin and Lawrence F. Katz (2010) “Dynamics of the Gender Gap for Young Professionals in the Corporate and Financial Sectors,” American Economic Journal: Applied Economics, 2(3): 228-255.

Del Boca D. and S. Pasqua, (2010), “Esiti scolastici e comportamentali, famiglia e servizi per l’infanzia” Programma Education Fga Working Paper, 36.

Italia Lavoro (2011), NEET: i giovani che non studiano, non frequentano corsi di formazione e non lavorano in Lombardia, a cura di Scorcioni, M. e ad opera di R. Cicciomessere, L. Mandauto e S. Calabrese, Milano.

Pastore (2010), “The Gender Gap in Early Career in Mongolia”, International Journal of Manpower, 31(2): 188-207 (also available as IZA DP, n. 4480, November).