Articolofinanza pubblica

Le mani nelle tasche
delle cittadine

Una manovra recessiva in piena recessione: l'inquietudine per il paradosso delle misure del governo si diffonde. Meno diffusa è la valutazione del loro impatto sulle donne: colpite due volte, come protagoniste del pubblico impiego e come beneficiarie dei servizi tagliati. In tempi e quantità

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Ancora solo qualche mese fa i paesi membri del G8 erano impegnati in politiche di sostegno della domanda volte a impedire che la crisi, finanziaria e reale, degenerasse in una depressione stile anni Trenta. Gli effetti sui conti pubblici sono stati considerevoli: un peggioramento dei saldi di bilancio dell’ordine in media di 5 punti di prodotto interno e di 30 punti del debito1. Poi è venuta la crisi greca e l’attacco dei “mercati” finanziari ai conti pubblici dei paesi di mezza Europa e si è assistito al più straordinario rovesciamento di politica economica. Quasi all’unisono, ma in ordine sparso, governi intimiditi si sono affrettati a introdurre misure fiscali restrittive nell’affannoso tentativo di riconquistarsi la fiducia di mercati finanziari scelleratamente rilegittimati - quegli stessi mercati che hanno generato Lehman Brothers, Goldman Sachs, le agenzie di ratings, e le banche generosamente salvate con le finanze pubbliche2. Il summit dei G20 appena concluso ha visto gli Stati Uniti, soli, ammonire sul rischio che azioni di risanamento troppo precoci, e adottate simultaneamente, possano rinfocolare la recessione e peggiorare i conti pubblici, creando nuove e inutili sofferenze.3

Anche l’Italia si appresta a varare un manovra finanziaria volta a ridurre il disavanzo corrente attraverso un’azione combinata di tagli di spesa e aumento delle entrate. Il decreto economico varato dal governo il 31 maggio, in fase di approvazione al senato4, punta alla quantità. I tagli si applicano senza alcuna distinzione di rilevanza, di efficienza, di equità: non si cancella il ponte di Messina, ma si colpisce il pubblico impiego, e in particolare la scuola, e si spogliano le regioni e gli enti locali, cui, con la legge Bassanini, lo stato aveva affidato la delega per la fornitura di servizi essenziali: il taglio complessivo dei trasferimenti a regioni, provincie e comuni assomma al 65% del totale dei risparmi di spesa per il biennio 2011-12. Si trascurano completamente i potenziali effetti negativi di medio termine di una manovra fatta al 60% da tagli di spesa, che si vanta di non mettere le mani nelle tasche dei cittadini.

Sull’iniquità della manovra, molto si è già detto. Essa ha anche un forte impatto di genere, di cui poco si è parlato: colpisce l’occupazione femminile sia direttamente, riducendo i posti di lavoro in un settore tradizionalmente femminile, sia indirettamente, attraverso l’impatto negativo sulla fornitura di servizi pubblici.

La prima vittima di questi tagli indiscriminati è infatti il pubblico impiego. Preceduti da una lunga campagna stampa che ha identificato il settore come una riserva di fannulloni incorreggibili, i tagli ai dipendenti pubblici sono stati presentati come una manovra che ristabilisce la giustizia tra i lavoratori pubblici (più protetti) e privati, ovviamente schiacciando tutti al livello inferiore. I risparmi previsti, poco superiori ai 4 miliardi tra il 2011 e il 2013, riguardano sia il numero di occupati che le retribuzioni. Per i primi si prevedono riduzioni alla possibilità di ricoprire i posti lasciati liberi dai pensionamenti se non nella misura di 1 su 5 (con qualche eccezione) nei prossimi tre anni, per arrivare gradualmente al totale recupero solo nel 2015. A questo calo dei posti di lavoro a tempo indeterminato si aggiunge la riduzione del 50% della spesa per i contratti a tempo determinato. Sul fronte delle retribuzioni, si prevede il congelamento per tutti al livello del 2010 per i prossimi tre anni e blocco triennale – non recuperabile - degli scatti di anzianità per gli insegnanti.

Questa manovra colpisce la popolazione femminile in due modi. Innanzitutto diminuisce le possibilità di trovare o mantenere un’occupazione decente. Ricordiamo che in Italia lo stato è tradizionalmente uno dei principali datori di lavoro delle donne, e soprattutto delle laureate. Il blocco del turnover e i limiti alle assunzioni riducono le possibilità di trovare lavoro stabile per le donne che costituiscono più del 63% del personale a tempo determinato nella pubblica amministrazione. Sono poi donne, e quindi danneggiate dal blocco delle retribuzioni, la maggior parte dei dipendenti pubblici: costituiscono in media il 55%, ma questa percentuale arriva rispettivamente al 78 e al 62% nella scuola e nella sanità, dove si trovano più della metà dei posti di lavoro del pubblico impiego.

In secondo luogo, il taglio dei trasferimenti agli enti locali, dell’ordine del 20% per comuni e province, si tradurrà inevitabilmente in una riduzione dei servizi sostitutivi del lavoro di cura. La prospettata service tax, che dovrebbe compensare i comuni dei mancati trasferimenti, è un perfetto esempio di pioggia sul bagnato: se non interverranno meccanismi perequativi, darà un gettito maggiore in comuni dove i valori immobiliari sono alti ed elevata è la presenza di seconde case, che non sono quelli dove maggiore è la domanda di servizi pubblici; certamente non gioverà alla riduzione dei grandi divari nella fornitura di servizi per la conciliazione lavoro/famiglia che si riscontra nel nostro paese.

Infine, così congegnata, la manovra non potrà non avere effetti negativi sulla qualità dei servizi. Pur senza escludere la possibilità di guadagni di efficienza offerti da una migliore organizzazione del lavoro, è difficile pensare che in settori come la scuola e la sanità, dove il rapporto numerico personale/utente è cruciale per la qualità del servizio, questi possano essere tali da compensare i tagli occupazionali. Nella scuola la manovra non aggrava il taglio di 87.431 cattedre già previsto dalla legge 133 del 2008 per il triennio 2009-2011, a fronte di una crescente domanda per il tempo pieno e per servizi di integrazione di bambini con genitori non-italiani il cui numero è aumentato del 282% negli ultimi otto anni. Si può prevedere, come diretto effetto della manovra, solo una riduzione degli insegnanti di sostegno come conseguenza della revisione dei criteri per la definizione della disabilità. Tuttavia, è difficile non pensare che sulla qualità dell’impegno dei (migliori) docenti non gravi lo scoraggiamento per il mancato riconoscimento del valore del proprio lavoro, creato dal blocco delle retribuzioni, dalla presenza di un 16% del corpo docente precario e senza quasi speranza di uscire dalla precarietà, dalla decisione di stornare ai debiti contratti dalle scuole per pagare i supplenti le risorse liberate dalla riduzione dell’organico, che erano state promesse per miglioramenti retributivi.

Relativamente risparmiata dalla crisi5, l’occupazione femminile rischia dunque ora di essere pesantemente colpita dagli effetti di una politica di risanamento dei conti pubblici tutta giocata su tagli di tempo, di quantità e di qualità dei servizi.

L’inquietudine per i risultati recessivi di manovre di questo tipo adottate simultaneamente da molti paesi serpeggia ormai anche nella stampa più vicina a idee finanziarie ortodosse6. L’esempio dell’Irlanda, che ha preceduto tutti nell’adozione di misure draconiane (aumento delle imposte, tagli fino al 20% dei salari dei lavoratori pubblici, inclusa sanità e scuola) è agghiacciante: a due anni di distanza, queste politiche non hanno impedito la caduta del Pil del 7,1% e l’aumento della disoccupazione al 13%, del rapporto disavanzo/Pil al 14,3% e del debito al 77% (da valori inferiori al 30% ancora nel 2007), e ciò nonostante l’Irlanda si trova in prima fila, insieme a Grecia, Portogallo, Spagna, Italia, a sopportare le bordate della speculazione.

Da più parti si sottolinea come, in una situazione di recessione, l’aumento degli investimenti pubblici, lungi dallo spiazzare gli investimenti privati, avrebbe un effetto di stimolo e di sostegno. Rovesciando la logica sottostante gli interventi fiscali restrittivi adottati, si suggerisce dunque di perseguire il risanamento dei disavanzi attraverso politiche volte ad aumentare l’occupazione piuttosto che a tagliare le spese7. Agli effetti di supporto di breve periodo, si aggiungerebbero i rendimenti positivi di medio periodo collegati a investimenti, per esempio in istruzione, formazione, migliori servizi pubblici. La partecipazione femminile al mercato del lavoro se ne avvantaggerebbe.

La necessità di politiche volte ad agevolare l’occupazione femminile comincia a farsi strada. A livello governativo Francia e Belgio hanno già avviato piani di sostegno dell’occupazione nei servizi alla persona (torneremo su questo punto in un prossimo numero); in Portogallo le misure di austerità hanno tagliato opere pubbliche, ma non i servizi di sostegno al lavoro di cura8. Anche in paesi tradizionalmente avversi alla promozione dell’occupazione femminile, come la Germania, se pure ancora solo a livello accademico, Klaus Zimmermann ha proposto una politica di sostegno dell’occupazione femminile, attraverso il potenziamento dei servizi, come via per il perseguimento di una strategia di uscita dalla crisi win-win-win: migliora la performance dell’economia tedesca nella produzione di servizi, diversifica le fonti della crescita stimolando la domanda interna, e riduce la dipendenza dell’economia tedesca dal surplus con l’estero, che sta creando risentimento e malumore all’interno dell’Unione monetaria9.

 

 

1 Devillanova C. e Artoni R., “Dal 1931 al 2010”, Short Notes, Dipartimento di Economia Pubblica, Università Bocconi.

2 Marani, U. “L’Europa e la “shock doctrine”, Economia e Politica, 25-5-2010.

3 La situazione fiscale dell’area dell’euro sembra più sana di quella americana: si prevede che nel 2010 il disavanzo dei 16 paesi dell’area euro sarà intorno al 6,5% del PIL e il rapporto debito/PIL intorno all’85%, contro valori del 10% e del 116% per gli USA (sommando il debito del governo federale, statale e locale).

4 Decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, recante misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica

5 Cfr. Bettio et al., su inGenere

6 Gli ultimi dati sembrano indicare che i pur deboli cenni di ripresa economica in Europa si siano spenti : il Conference Board's Leading Economic Index per l’area euro per esempio è caduto dello 0,5%, la prima riduzione in 14 mesi.

7 Jared Bernstein, Deficit reduction is not the enemy of jobs, The Financial Times, June 28 2010

8 Si veda l’intervento di Virginia Ferreira, su inGenere

9 Klaus Zimmermann, “Germany must make it easier for women to work”, Financial Times, June 4, 2010.