Articolofinanza pubblica - pari opportunità

Le nostre proposte
per il pink new deal

"Di sola austerità si muore". E allora: lavoro, servizi, infrastrutture sociali e un fisco "amico" per uscire dalla crisi. Ecco il testo dell'intervento di Francesca Bettio, economista di inGenere.it, dal palco della manifestazione di Roma dell'11 dicembre con le donne di "Se non ora, quando?"

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Quello che segue è il testo dell'intervento di Francesca Bettio, economista di inGenere.it, nel corso della manifestazione "Se non le donne, chi?", svoltasi l'11 dicembre a Roma. Il testo è frutto del lavoro di tutta la redazione di inGenere.it; in questa versione, segnaliamo anche tutti i link ad articoli e dossier che approfondiscono i singoli argomenti che, data l'occasione, non sono qui trattati nel dettaglio.

Siamo noi donne il motore fondamentale del rinnovamento politico, sociale e anche economico. Siamo qui a proporvi la nostra via per uscire dalla crisi.  Oggi chiediamo a tutte di siglare un pink new deal - un nuovo patto per lo sviluppo. Come accadde in America dopo la grande crisi del 1929. Ma questa volta il nuovo patto, il new deal, lo proponiamo noi.

Se la prima parte della crisi ha penalizzato di più i maschi, i giovani,  le giovani, gli immigrati uomini, sappiamo che la coda della recessione, quella indotta dalla crisi dei debiti sovrani e dalle misure di austerità, penalizza di più le donne. E questo sia a causa del  taglio dei servizi, che per la minore occupazione nei settori dove le donne sono più presenti: è una realtà già evidente in Spagna e Grecia, che rischia di accomunare le donne di tutt'Europa.

Vogliamo affermare in questa piazza che di sola austerità si muore. Non si esce dalla crisi senza crescita, se le imprese non tornano ad investire e a creare nuovi posti di lavoro e i nuovi occupati a consumare. Bisogna mobilitare le energie del paese per crescere e noi donne abbiamo energia e talento per questa crescita: lo dimostriamo ogni giorno.

Spesso siamo noi la fonte di reddito. In questi tempi di crisi, in cui la disoccupazione ha colpito i tradizionali settori maschili, spesso sono le donne che procurano o sostengono il reddito familiare, alcune mettendosi a lavorare anche se non lo facevano. Dall’inizio della crisi sono diminuite le coppie con capofamiglia maschio, mentre le coppie con un solo reddito con capofamiglia femmina sono cresciute di 6,3 punti percentuali e alla fine dell’anno contavano per quasi l’11% di tutte le coppie in età lavorativa con almeno un reddito da lavoro. Il lavoro della donna ha cioè permesso a moltissime famiglie di poter contare su almeno un reddito!

Eppure c’è ancora chi è innamorato dell’idea tradizionale di un capofamiglia maschio con moglie e figli a carico e propone la riforma fiscale del quoziente familiare che scoraggia il lavoro delle donne. Vogliamo piuttosto sostegno – sotto forma di crediti di imposta - per tutte quelle donne che vogliono lavorare ma non guadagnano abbastanza per sostenere costi impliciti nel farlo:  trasporti, rette per l’asilo o stipendio della baby-sitter e così via.

Abbiamo rifiutato da anni l’alternativa o famiglia o lavoro, ma le giovani rischiano di avere poco dell’una e dell’altro. Il lavoro delle donne, soprattutto giovani, troppo spesso è precario e pagato poco. Dobbiamo usare tutti gli strumenti per far uscire i giovani dalla precarietà. Ci sono già delle proposte per iniziare. Contratti che non incentivino il lavoro precario a vita, fine della pratica diffusa degli stage gratuiti e dei finti tirocini.

Ci sono alcune condizioni a cui possiamo accettare l’allungamento dell’età pensionabile, che è già una realtà praticamente in tutta l’Europa. La prima è una transizione più graduale. La seconda è una maggiore attenzione al problema dell’usura fisica anche per di chi svolge lavori tipicamente femminili quali quello di collaboratrice famigliare. La terza è che i risparmi che nascono dall’aumento dell’età pensionabile delle donne portino alla creazione di un welfare moderno, non più basato sulla famiglia e il lavoro gratuito delle donne. Siamo qua a vigilare perché tutto questo avvenga.

Ci dicono che occorre fare cassa. Che ora non si può spendere o spalmare i sacrifici nel tempo. Fare cassa è essenziale, ma il conto va presentato a chi evade le tasse o continua a godere di privilegi e sprechi oramai inaccettabili.

Ci dicono che per rilanciare l’economia la ricetta sono le grandi opere pubbliche: che bisogna costruire autostrade e tunnel. Vogliamo costruire infrastrutture per uscire dalla crisi? Scuole, asili, università, assistenza agli anziani sono infrastruttura. Allora costruiamo infrastrutture sociali. E’ un investimento che genera occupazione qualificata e favorisce l’occupazione delle donne. Le nostre infrastrutture sociali sono disastrate. Guardiamo in che stato è stata ridotta la scuola, il nostro investimento per il futuro, con le classi affollate, il tempo pieno ridotto al minimo. Guardiamo in che condizioni è l’assistenza agli anziani, che è risolta con l’aiuto del lavoro, spesso irregolare, delle donne immigrate, che lasciano la loro famiglia per aiutarci a tenere in piedi la nostra. I servizi non sono fatti solo di lavoro dequalificato e poco pagato. Al contrario, possono essere uno strumento di innovazione e di sviluppo. Si pensi al possibile ruolo della robotica, della domotica e della ricerca medica nella cura per gli anziani.

C’è una grande domanda di servizi di qualità e se aumentano i servizi aumentano le donne che vanno a lavorare fuori casa. Oggi meno di una donna su due lo fa, meno di una su tre nel Sud, e i tagli rischiano di peggiorare la situazione. Siamo il fanalino di coda dell’Europa sia per investimenti sui servizi che per occupazione femminile. Se c’è domanda di servizi, prosperano anche le imprese che li forniscono, che spesso sono imprese gestite da donne che hanno dato prova di riuscire a stare sul mercato, nonostante le maggiori difficoltà che incontrano nell’accesso al credito, nonostante le scoraggianti pastoie burocratiche.

In Italia si fanno pochi figli, è una situazione che presto diventerà socialmente insostenibile. Siamo un paese di vecchi, ma non c’è niente che favorisca il desiderio di fare figli. Le case per le nuove famiglie costano troppo: la politica ha favorito la rendita e gli evasori fiscali, e la criminalità organizzata.

I dati ci dicono che le donne che non lavorano non fanno figli, ma le donne che lavorano hanno paura di perdere il lavoro: dobbiamo dire della vergogna delle dimissioni firmate in bianco da utilizzare in caso che la lavoratrice resti incinta? Chiediamo che immediatamente sia reintrodotta la normativa che impediva questa pratica.

Lo stato, che pure parla sempre di famiglia, quando diventiamo madri ci lascia sole. Quasi la metà delle lavoratrici giovani non ha alcun sostegno per la maternità. Vogliamo servizi e pretendiamo un assegno di maternità universale.

Ma non basta cambiare le leggi. Le cose devono cambiare anche dal basso, nell'impresa e nella famiglia. La maternità non può essere vista come un ostacolo al lavoro, deve cambiare l’organizzazione del lavoro, concordando con le lavoratrici e i lavoratori orari diversi, più flessibili, con controlli che guardano al risultato e non alle ore passate in un ufficio. Dobbiamo introdurre il diritto dei lavoratori a concordare con le aziende l’orario flessibile in certe circostanze , come avviene in Inghilterra, in Finlandia, in Norvegia o in Slovenia per chi ha un anziano da accudire Le imprese, soprattutto le piccole, devono essere aiutate in questo sforzo di organizzazione che migliora la loro produttività.

E dobbiamo iniziare a parlare di genitorialità e di condivisione: deve cambiare anche l’organizzazione della famiglia. Gli uomini devono farsi carico della loro fetta del lavoro di cura. E chiediamo che sia introdotto un congedo di paternità obbligatorio, che non risolve il problema, ma ha un forte valore simbolico a sottolineare che i figli si fanno in due e in due si crescono: saranno più felici anche i padri.

Non sono tutte riforme a costo zero, ma i costi si misurano nel lungo periodo. Quelli che oggi sembrano risparmi, possono trasformarsi in costi e viceversa. Noi crediamo che il contributo delle donne porti il paese a crescere e soprattutto a crescere in un modo che tenga maggiormente conto della qualità della vita.

Negli ultimi anni l’economia del welfare ha lasciato il posto all’economia del bankfare, dove la finanza ha fatto da padrona e i suoi eccessi li stanno pagando tutti. Poco si è fatto e poco si vuole fare, a livello nazionale e internazionale, per frenare questo strapotere che di sacrifici ne ha fatti molto pochi. Spetta alle donne riportare l’economia al suo vero scopo: non l’arricchimento di pochi, ma il crescente benessere di tutti.