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Taci, anzi parla piano.
Sessismo in parlamento

Foto: Flickr/LaVladina

Un rapporto appena diffuso dall'Unione interparlamentare racconta il sessismo nelle aule di 171 paesi, e di come i social network diventano il veicolo principale per pressioni e minacce. Pia Locatelli: "non si tratta di casi isolati"

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Politiche di pari opportunità, parità di genere e protezione sociale sono le sfide che il nuovo Parlamento europeo avrà il compito di affrontare nei prossimi mesi. Ne parliamo con Ruth Paserman, che ha seguito da vicino l’iter del Pilastro sociale europeo

In Italia le donne scelgono più spesso di studiare materie sociali e umanistiche all'università. E anche se sono di più a biologia, matematica e statistica, le informatiche e le fisiche sono ancora troppo poche. Ecco perché è importante un'inversione di rotta nelle politiche educative

I parlamenti del mondo non sono immuni da sessismo, molestie e violenze contro le donne. Anzi, il fenomeno sembra essere particolarmente in salute, e non è un caso, proprio negli anni in cui la partecipazione delle donne alla politica è diventata più massiccia. A confermarlo è un'indagine appena diffusa dall'Unione interparlamentare (Uip), che riunisce i rappresentati dei parlamenti di 171 stati, basata su interviste approfondite che sono state rivolte a 55 deputate provenienti da 39 paesi di cinque regioni del mondo. 

I risultati dello studio mostrano che la forma di violenza più diffusa tra le parlamentari è quella psicologica. A riportare di averne subita è l'81,8 per cento delle intervistate. Tra queste, circa il 44 per cento ha dichiarato di aver ricevuto in corso di mandato parlamentare minacce di morte, di stupro, di percosse o di sequestro, comprese minacce di rapimento o morte nei confronti dei loro figli. In questo i social network, sottolinea il rapporto, sono diventati il veicolo per eccellenza. "Una volta, per un periodo di quattro giorni, ho ricevuto più di 500 minacce di stupro su Twitter" testimonia un'intervistata.

Si oscilla dai commenti umilianti durante il mandato (riportati dal 65,5 per cento delle intervistate) a molestie di tipo sessuale (20 per cento) a pressioni specificamente rivolte alla consumazione di un rapporto sessuale (7,3 per cento). Il 20 per cento ha riferito di violenze fisiche di vario grado e il 12,7 per cento di minacce rivolte all'uso di armi o avvenute per mezzo delle armi stesse.

E poi, c'è quella fitta rete di atteggiamenti verbali e prossemici capaci di rafforzare così tanto gli stereotipi. Una parlamentare europea ha riportato che se una donna in aula prende parola con un tono di voce alto accade anche che le venga fatto segno di abbassare la voce portando un dito alle labbra, come si fa con i bambini. "Cosa che non succede mai quando è un uomo a parlare ad alta voce". Altre descrivono gesti e suoni impregnati di connotazioni sessuali e regolarmente utilizzati nei confronti delle parlamentari, come fischi, "baci volanti", strette di mano che prevedono l'uso "molesto" di un dito. 

Le intervistate riportano di dover costantemente affrontare critiche o commenti relativi al loro aspetto, al modo in cui si esprimono e si comportano e al ruolo che dovrebbero svolgere. Più in generale, è costantemente al centro della discussione il loro essere troppo o troppo poco "femminili". Lo stesso vale per il loro stato coniugale, emotivo, sessuale e per la loro vita familiare, immaginata o reale.  

Tra le violenze riscontrate, anche quella economica. Il 14,5 per cento delle intervistate dichiara di non aver più visto fondi a cui aveva diritto durante il mandato (come le indennità per le riunioni), 12,7 per cento racconta di non aver ricevuto risorse di cui invece godevano i loro colleghi in parlamento (uffici, computer, automobili, personale, sicurezza). Il 18,2 per cento dichiara di aver ricevuto beni danneggiati o distrutti. 

Le conseguenze sul pieno e corretto svolgimento dei mandati politici sono facilmente immaginabili. Perfettamente in linea con quella più ampia e tramandata narrazione secondo cui le donne "non sono fatte per" o "non devono immischiarsi in". In questo caso, in politica.

Una delle caratteristiche e degli obiettivi principali della violenza di genere in questo settore, spiega il rapporto citando la campagna internazionale #NotTheCost, è infatti proprio quello di "scoraggiare le donne, in particolare a essere o diventare attive in politica". Questo "costituisce chiaramente una violazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali, tra cui l'obbligo di garantire che le donne possono partecipare ai processi politici pienamente, liberamente e in sicurezza, come sancito in diversi strumenti internazionali, ad esempio il Patto internazionale sui diritti civili e politici, la Convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne (CEDAW), la Piattaforma d'azione di Pechino e gli obiettivi di sviluppo sostenibile (OSS)" ricorda il rapporto.

"La cosa che colpisce maggiormente di questa indagine è il suo mettere in evidenza che non si tratta di casi isolati" commenta Pia Locatelli, che ha coordinato la presentazione e il dibattito attorno al rapporto, presentato a Ginevra nel corso della 135esima assemblea dell'Uip. "Non stiamo parlando qui di un singolo uomo contro una singola donna, ma di una logica raffinata e sofisticata, volta alla creazione di una barriera che scoraggi le donne alla partecipazione politica, è quasi una strategia scientifica, e ne siamo ancora troppo poco consapevoli" continua Locatelli.

"Poi, se quella barriera la superi, ti trovi in difficoltà a svolgere il tuo lavoro e a sfruttare al massimo le potenzialità che ci sono dentro" spiega Locatelli. "Un esempio concreto: pensiamo ai continui attacchi ricevuti da Laura Boldrini, attacchi che hanno teso a metterla in grande difficoltà ma anche a demolirne il lavoro con l'intento di renderla impacciata. Certo, Boldrini ha resistito, perché ha una robustezza psicologica, altre avrebbero fatto passi indietro e si sarebbero lasciate scoraggiare. Ma è qualcosa che è successa a tutte quelle che lavorano nelle istituzioni e in politica, pensiamo anche a frasi come io una così non la sposerei mai o se avete i calori, trovatevi un fidanzato che vengono proferite proprio nel momento in cui agiamo il conflitto". 

L'indagine dell'Uip prende in esame anche quelle che possono essere le ragioni di tali atti o comportamenti, le loro conseguenze per tutti, e le soluzioni disponibili nei vari paesi per prevenire questi comportamenti. L'invito alle istituzioni è proprio quello della prevenzione. "I parlamenti devono fare ordine in casa propria se vogliono dare l'esempio e fermare la discriminazione e la violenza contro le donne a tutti i livelli della società" ha dichiarato Martin Chungong, segretario generale Dell'Uip. "L'efficacia dei parlamenti, i progressi verso la parità tra uomini e donne e la vitalità della democrazia stessa dipendono da questo impegno".

Ma l'unica soluzione efficace, commenta Locatelli, è quella dell'educazione alla parità tra i banchi di scuola. E intanto "cerchiamo di fare didattica anche all'interno dei nostri parlamenti, ad esempio ci stiamo provando in seno al comitato dei diritti umani dei parlamentari, ancora troppo poco attento al genere".