Articolopaternità - storie

Una conversazione sulla paternità
con Claudio Rossi Marcelli

foto Love Makes a Family

Cosa significa essere padri oggi? Ne parliamo con Claudio Rossi Marcelli, giornalista, blogger esperto di genitorialità, e autore di "Hello daddy! Storie di due uomini, due culle e una famiglia felice"

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Inizio la mia conversazione con Claudio Rossi Marcelli facendogli gli auguri per la festa del papà. Al telefono dalla Danimarca mi ringrazia e mi risponde che però lì non si festeggia oggi. Non in tutti i paesi, infatti, la ricorrenza è legata al ricordo di San Giuseppe, a guardar bene il primo padre non strettamente biologico di cui si abbia notizia. Gli spiego che sono molto contenta di poter chiacchierare con lui di padri e genitorialità, e che mi interessa sapere cosa significhi secondo lui essere un padre oggi, a partire dalla sua esperienza di blogger esperto di genitorialità[1]e di papà in una famiglia con due papà.

“Guarda, secondo me va innanzitutto chiarito ed accettato pacificamente che la famiglia e i ruoli all’interno della famiglia cambiano e cambiano anche velocemente, basta guardare agli ultimi cento anni per rendersi conto che concetti che noi pensiamo scritti nella pietra, nella natura sono invece frutto della cultura contemporanea e cambiano ad ogni generazione”. Prosegue tracciandomi un identikit del padre contemporaneo: è un padre che ha i figli dopo i 35 anni, “perché cresciamo tardi e si comincia a pensarci tardi però anche perché c’è una maggior responsabilità dei padri verso la paternità e verso le proprie compagne, quindi i figli non si fanno tanto per fare intanto poi ci pensa lei ma si fanno quando tutti e due hanno raggiunto una certa stabilità sentimentale, professionale, finanziaria. È un padre molto più presente rispetto alle generazioni precedenti, cambia i pannolini, accompagna i figli a scuola, ritiene che i figli appartengano anche a lui e non solo alla sua compagna però non è un padre paritario. Quello che vedo qui in Danimarca, a cui forse in Italia si arriverà alla prossima generazione, è che i due ruoli sono praticamente interscambiabili, dal primo giorno in cui il bambino viene al mondo i suoi genitori si organizzano in modo pratico rispetto alla logistica e non c’è nulla che venga fatto in automatico solo perché uno dei due genitori è donna e quindi deve fare per forza farsi carico di una serie di cose. Anche rispetto all’allattamento qui in Scandinavia sono molto più aperti, se la mamma vuole tornare al lavoro ed il papà può stare a casa con il bambino si passa al latte artificiale e non muore nessuno”.

Sante parole, mi viene da pensare. Ma certo, in Scandinavia… A queste latitudini, mi permetto di ricordagli, sembra quasi di tornare indietro, come mi ricorda mia madre quando le racconto di certe conversazioni con i genitori di alcuni compagni dei miei figli, conversazioni che ai suoi tempi, nei mitici anni settanta, non avrebbero mai avuto luogo. “Secondo me la crisi economica in atto in Italia incide come succede sempre anche sulle questioni sociali. Tutti fanno un passo indietro, hanno nostalgia del tempi in cui si stava meglio, hanno paura del futuro, perdono fiducia, perdono coraggio. E in situazioni come queste i ruoli tra uomini e donne sono chiamati a rientrare nella tradizione. Si spingono le donne a tornare a casa anche per recuperare posti di lavoro. Però io sono ottimista credo che anche in Italia, sebbene più lentamente che nel resto d’Europa la direzione è presa e non si può tornare indietro. I padri saranno sempre più presenti”.

Va bene, mi fa piacere sentirlo dire ma rispetto al tema della conciliazione tempi di vita e tempi di lavoro, un padre che decida di essere il genitore principale di riferimento come trova un equilibrio e come riesce a tenersi un lavoro “Guarda nella nostra famiglia, dove non c’erano soluzioni automatiche e preconfezionate rispetto al genere abbiamo potuto scegliere sulla base dei nostri mestieri e delle nostre personalità chi avrebbe fatto cosa. Nella mia testa la soluzione preferibile è che, potendoselo permettere, almeno uno dei due genitori riesca a lavorare meno, a lavorare part-time e a crescere i figli. È però importante che non sia automaticamente la donna a fare a questa scelta. Mi è capitato in Danimarca ed in Svizzera di conoscere padri che hanno seguito le loro compagne all’estero in casi in cui la carriera di lei era più importante per l’equilibrio della famiglia. Sono padri che fanno i padri a tempo pieno, lo fanno bene anche se in modo diverso, mantenendo il loro approccio mascolino alla visione del mondo. Ad esempio li vedi al parco che fanno scatenare in maniera sconsiderata i figli mentre le madri, culturalmente condizionate a crescere i figli in modo diverso, magari sarebbero più apprensive. Questi padri portano un approccio diverso alla genitorialità principale, del genitore che sta a casa, un approccio maschile che è diverso ma non meno valido. Anche se va detto che i papà che vogliano dedicarsi principalmente ai figli trovano barriere culturali e professionali, sono ancora considerati un’eccezione. C’è poi un tema di relazione all’interno delle coppie, mi è capitato di conoscere donne che non vivono bene il fatto di delegare gli aspetti di cura al proprio compagno e farsi carico della principale responsabilità economica, vedono l’uomo che decide di dedicarsi prevalentemente ai figli come un uomo poco virile, non rispondente al ruolo che si aspettano da lui, in una sorta di maschilismo interiorizzato. E poi, dal punto di vista sociale, rimane il fatto che se un padre decide di fare questa scelta, ed io lo vedo anche in paesi socialmente più aperti, si ritrova in un mondo al 90% costituito da donne, in cui passi da essere il pesce fuor d’acqua a diventare una sorta di attrazione del momento”

E i bambini? Sono pronti ad accettare, in una coppia con due padri così come in una coppia con un padre ed una madre, che il genitore principale di riferimento sia il padre?

“Guarda il segreto per abbattere la certezza che il bambino abbia bisogno di una madre, sta nell’articolo possessivo. Nel senso il bambino non ha bisogno di una madre, ha bisogno della sua mamma, del suo papà. Noi parliamo per generalizzazioni senza renderci conto che i bambini si affezionano agli individui. Chi dice che i bambini hanno assoluto bisogno di una madre pensa alla propria esperienza, a come sarebbe stata la sua vita senza la persona che è stata sua madre. Però in realtà è veramente limitante ridurre ad una questione genitale la genitorialità. Perché poi, nella realtà, una famiglia con due papà riproduce meccanismi molto simili a quelli delle famiglie con un padre ed una madre. Il resto sono differenze concettuali che ai bambini non interessano.”

Io sono perfettamente d’accordo con lui. Però non è questo il clima che si respira in questo paese in questo momento. Anzi si assiste a manifestazioni rumorose di chi paventa chissà quali tragedie solo a metter i ruoli tradizionali un po’ in discussione. “Guarda secondo me quello a cui stiamo assistendo è un po’ un colpo di coda per questioni economiche ma anche un colpo di coda di minoranze omofobe che anche prima c’erano ma non si facevano sentire più di tanto perché non c’era motivo di fare rumore. Secondo me però la maggioranza silenziosa degli italiani va avanti in un’altra direzione. Queste minoranze c’erano anche prima e oggi si fanno sentire perché, anche se molto lentamente, alcune cose si stanno muovendo. Non dimentichiamoci che il governo sta parlando in modo concreto di fare una legge che mette regole molto vicine al matrimonio per le coppie dello stesso sesso. E questo, indipendentemente da come andrà a finire, suscita reazioni. Come è successo in Francia, anche se in Italia assistiamo a delle reazioni prima ancora che le azioni, cioè la legge, siano concrete”.

A chiusura di questa conversazione gli chiedo se c’è qualcosa che gli piacerebbe aggiungere.

“Sì, mi piacerebbe che si smettesse di santificare i padri che fanno il loro dovere. Tutte queste reazioni positive quando si vedono padri che cambiano i pannolini o si occupano dei figli è come se facessero parte di un’attesa al ribasso. I padri fanno il loro mestiere, quello che fanno con i bambini lo fanno perché sono tenuti a farlo, non va trattato come qualcosa di eccezionale. E di fatto lo è sempre meno. I padri che fanno i padri ci sono e sono sempre di più. Stupiamoci di chi non lo fa. Secondo me invece di cercare storie di padri che conciliano dovreste cercare storie di padri che dichiarano di non volersi occupare dei loro figli, se ne trovate tra le nuove generazioni. Sono loro che fanno scalpore, quelli che propongono un immagine di padre che non ci appartiene più.”



[1] Claudio Rossi Marcelli tiene da anni una divertente e molto interessante rubrica su Internazionale ed é autore di Hello daddy! Storie di due uomini, due culle e una famiglia felice