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L’imbroglio della parità

Foto: Flickr/ Brayan M. Blanco

La nuova legge elettorale prevede per la prima volta a livello nazionale l’alternanza di genere nelle liste di partiti e collegi, una misura che avrebbe dovuto allineare l’Italia ad altri paesi occidentali e garantire una rappresentanza di donne non inferiore al 40 per cento alla Camera e al Senato. 

Dopo queste elezioni, nonostante l’alternanza, siamo rimaste al di sotto del 40 per cento

Cosa non ha funzionato?

I partiti hanno ovviato all’alternanza di genere candidando le stesse donne su liste diverse. Così le candidate sono state “spalmate” in più collegi mantenendo di fatto al di sotto del 40 per cento la quota delle candidate. 

Ecco perché i risultati delle elezioni confermano un 33% di donne elette alla Camera (210 donne su un totale di 630 deputati) e un 34% al Senato (107 su 315 senatori eletti). Davvero poco di più della tornata elettorale precedente, quella del 2013, che però neanche prevedeva strumenti per garantire la parità. 

Ma garantire la presenza delle donne in Parlamento non è una formalità e la scarsa presenza delle donne in politica non è qualcosa che si può liquidare con il presunto disinteresse delle donne per la politica. Il dibattito è ampio in Italia e in Europa e segnala che si tratta di un problema serio e che ha cause diffuse

Soprattutto se consideriamo che la presenza in Parlamento è solo il primo passo per una piena inclusione, come ci dimostrano i dati sulle donne nelle istituzioni politiche italiane ed europee e quelli sulle pressioni che le donne si trovano a fronteggiare quanto più hanno un ruolo di rilievo nelle istituzioni. 

Per colmare questo vuoto di rappresentanza, c’è bisogno di volontà concrete, c’è bisogno dell’attenzione di tutti e di tutte. Non ci sarà una piena partecipazione alla politica senza un patto tra le donne, una sfida doppia per le elette e per le elettrici.