Articolodiritti - istituzioni - pari opportunità

Pari opportunità,
la partita non è finita

Foto: Flickr/ Mathieu Jarry

Come stanno le pari opportunità in Italia? Dalle consigliere di parità alla Carta europea, passando per leggi e istituti. L'inchiesta curata per noi da Alisa Del Re e Lorenza Perini del Centro di ricerca sugli studi di genere dell'Università di Padova

Articoli correlati

Un'indagine su oltre 20mila donne nelle imprese di Giappone, Stati Uniti e Svezia mostra perché la leadership femminile continua a essere un percorso a ostacoli, tra pressioni e molestie

Le imprese femminili sono discriminate due volte nell'accesso ai finanziamenti. Un'analisi su Italia e Regno Unito mostra perché l’inclusione finanziaria è uno strumento cruciale per ridurre la diseguaglianza di genere nel sistema economico

In Europa le persone che dormono in strada sono aumentate del 70 per cento in dieci anni. Il World Big Sleep Out ha coinvolto oltre 50 città del mondo, l'obiettivo: dormire fuori per puntare l'attenzione su diritto alla casa e accoglienza. Un resoconto dalla Spagna, dove le donne tra i senzatetto sono in aumento

Da qualche settimana si è riaperto il dibattito pubblico sulla legge relativa alle quote di genere nei Consigli di amministrazione delle aziende quotate in borsa. Cosa dicono i dati, al di là delle opinioni

La scarsa presenza di donne elette in politica non è certamente cosa nuova. Un ampio dibattito in Italia e in Europa segnala che si tratta di un serio problema che ha cause diffuse. Su questo, prima di affrontare il tema centrale del dossier che abbiamo curato per inGenere per sondare lo stato di salute delle “pari opportunità” nelle istituzioni locali, vale la pena soffermarsi per chiarire alcune coordinate rispetto allo “stato dell’arte” del discorso e al posizionamento di chi scrive.
 
Argomentazioni superficiali pretendono che l’esigua presenza di donne elette abbia a che fare con la democrazia rappresentativa, che per questo risulterebbe incompiuta. Tuttavia, appare chiaro che una donna possa benissimo sentirsi rappresentata da un uomo, o meglio: che chi viene eletto possa rappresentare i cittadini indipendentemente dal loro sesso - ed è per questo che il nostro tipo di democrazia risulta comunque compiuta anche se le donne elette sono poche. Inoltre, si giustifica la richiesta di maggior partecipazione delle donne nelle arene decisionali con l’assunto che esse, se in numero adeguato, sarebbero in grado di modificare sia il modo che i contenuti stessi della politica. Anche in questo caso si tratta di un assunto molto dubbio, oltre che mai dimostrato. Se così fosse, ogni soggettività risulterebbe appiattita su una definizione univoca di donne non solo portatrici forzate di cambiamenti radicali, ma anche dotate di presunti poteri salvifici, cosa decisamente non plausibile.
 
Se un problema di “numeri” tuttavia esiste, esso segnala l’esistenza di una questione di giustizia: le donne sono metà della popolazione e metà della popolazione merita di essere non solo adeguatamente rappresentata, ma anche adeguatamente rappresentante. Ben sapendo che limitarsi alla computa della presenza femminile non fa che rafforzare quella che Lowenduski chiama “la sindrome” della sotto-rappresentanza, per cui essere minoranza diventa la forma tipica della rappresentanza delle donne, invece che affrontare il nodo delle politiche effettive, resta indubitabile che l'aumento della presenza femminile nelle arene decisionali sia auspicabile come azione democratica in sé, poiché capace di far emergere problematiche nuove a livello politico e tale convinzione induce a non cedere rispetto alla necessità di pensare a soluzioni che sostengano decisamente e concretamente le candidature delle donne.
 
Rispetto al “dove” esse avrebbero più possibilità di essere elette, un’idea comunemente ammessa segnala che sarebbe più facile per una donna essere eletta a livello locale anziché a livello nazionale e che un mandato locale costituirebbe una tappa necessaria verso un’eventuale carriera nazionale. I dati raccolti dal Consiglio delle Regioni d’Europa attraverso diversi studi a partire dal 2005 portano tuttavia a sfumare quest’idea: in quasi metà dei paesi dell’Unione si trovano infatti più donne elette nella Camera bassa (o camera unica) che nelle municipalità locali e questo induce ulteriori riflessioni sulle traiettorie del potere - dove si sposta il denaro, in sostanza - e su come avviene la selezione dei candidati/e – chi sono i gatekeepers, dove porta l’estrema personalizzazione della politica cui stiamo assistendo ormai da decenni.
 
Tutti elementi che giocano un ruolo pesante nel posizionamento delle donne in un’arena in cui i posti sono forzatamente in numero finito e all’entrata di un elemento corrisponde l’uscita di un altro.
 
Per tornare all’oggetto della ricerca e come corollario di quanto appena detto - il punto di osservazione che vogliamo tenere appare leggermente spostato rispetto ai numeri delle donne. L’obbiettivo che ci si pone è capire innanzitutto di quali politiche si occupano le donne e toccare con questo il tasto delle cosiddette “politiche di pari opportunità” che, per tradizione e per cultura politica del nostro Paese, sono considerate appannaggio delle donne nella dimensione locale così come a livello nazionale.
 
Successivamente, ci si propone di spostare ancora più avanti lo sguardo e ritrovare il punto di vista di genere nelle politiche, indipendentemente da chi le fa, e questo, per decostruire la pericolosa e stereotipata sovrapposizione di significati tra “genere”, “pari opportunità” e “donne”, prospettiva evidentemente distorta tanto quanto ben radicata, che porta con sé non solo un notevole fardello di “colpa” per tutte quelle donne che in politica già sono e che, tuttavia, non riescono ad essere “all’altezza” delle aspettative salvifiche di cui sono state investite, ma soprattutto produce una totale deresponsabilizzazione degli uomini rispetto all’effettiva mancata attivazione di politiche attente alla parità e alla non discriminazione che si riscontra sul territorio.
 
La partita della “parità” e quindi dei diritti sarebbe in questo modo tutta sulle spalle delle donne - nel bene, in quanto salvifiche, e nel male, in quanto responsabili. Una situazione decisamente troppo onerosa che sembra rispondere a un disegno interessato di mantenimento delle diseguaglianze. In sostanza, se è vero che non è politically correct dire no a una maggior partecipazione delle donne nelle arene decisionali, è vero anche che la loro presenza in realtà può destabilizzare, non essere utile al mantenimento dello statu quo.
 
Ciò che per il sistema è importante, in sostanza, non è rifiutare la loro presenza ma digerirla per poi riassestarsi in un processo di “resilienza”. Prova ne è che, nonostante le donne siano più presenti rispetto agli anni Settanta nei luoghi decisionali, la disparità comunque continua a riprodursi, quando addirittura non peggiora assestandosi su posizioni di “inedita regressione e rimessa in discussione di quanto ad oggi acquisito in termini di diritti e di partecipazione”[1]. Questo perché, dal punto di vista della scienza politica, la dimensione di genere non ha evidentemente mai avuto un particolare rilievo come chiave di lettura della vita locale. Non c’è nessun interesse a decostruire completamente gli stereotipi che governano la scena. Una volta rappresentata la marginalità, combattuta a parole l’ingiustizia che perpetua questo stato di cose, il meccanismo si ferma. Le donne in qualche modo ci sono nel quadro, e se sono poche e non riescono ad incidere verso un cambiamento finisce per essere colpa loro.
 
Il nostro gruppo di ricerca[2] prova a tracciare un percorso di analisi raccogliendo innanzi tutto le voci di chi vive e percorre il territorio del nostro paese ricoprendo un ruolo istituzionale rispetto alla parità e alla non discriminazione di genere, vale a dire le consigliere di parità provinciali - Rossana Mungiello per la provincia di Belluno - e regionali - Lucia Basso già consigliera regionale in Veneto e Valeria Maione già consigliera regionale in Liguria e coordinatrice della rete nazionale delle consigliere. Abbiamo chiesto loro di tracciare un bilancio della loro personale esperienza per capire come ha funzionato in passato e come, e se, funziona oggi questo tipo di presidio, quali resistenze e quali criticità incontra, quali successi fanno sì che si continui il lavoro.
 
Il percorso di monitoraggio, per quanto molto rapido, avrà altri due focus, vale a dire un’analisi a cura di Lorenza Perini e Giada Stortirelativa alle deleghe di pari opportunità e gli assessorati nei capoluoghi di provincia e di regione – se ci sono o non ci sono, come si accorpano ad altre deleghe e che cosa vuol dire questo in termini di effettività delle politiche nonché di strategia di governo del territorio con un approfondimento di caso relativo alla regione del Veneto firmato da Alisa Del Re. Con un articolo di Bruna Mura, invece, punteremo i riflettori su un noto documento promosso dal Consiglio dei Comuni e delle Regioni d'Europa quasi dieci anni fa, vale ad dire la Carta europea per la parità delle donne e degli uomini nella vita locale – a quali principi si ispira, è conosciuta e applicata nel processo di policy making oppure non lo è, perché dovrebbe invece esserlo. 
 
“La situazione è ferma” scrive Lucia Basso, nonostante un apparato legislativo e istituzionale che nessun paese europeo può vantare. Un territorio in cui “tutto è demandato all’iniziativa privata” scrive Mungiello e in cui non di rado nel portare avanti le istanze di parità che sono istanze di giustizia, si finisce per sentirsi sole. Maione, nel delineare una situazione nazionale non riesce ad essere di maggior conforto. Nonostante l’ottimismo di fondo, la passione e il coinvolgimento nelle storie che il lavoro sul campo permette di incontrare, sono lo scoramento e l’inquietudine a prevalere. “Eppure le potenzialità dell’istituzione sono notevoli”, scrive
 
Che le potenzialità siano notevoli - nonostante gli scarsi risultati - anche sul fronte dei governi locali, appare chiaro anche dagli altri contributi, sia che si analizzino i “numeri delle donne”, sia che si cerchi di approfondire se il genere riesce o meno ad “entrare” nel processo di decisione politica. Lo squilibrio tra potenzialità dell’architettura normativa e organizzativa e i risultati effettivi sul territorio segna ad oggi negativamente il bilancio della parità di opportunità tra uomini e donne in Italia. 
 
Note
 
[1] Farina, 2016
[2] “Genere: politica politiche e cittadinanza” gruppo di ricerca presso il Cirsg - Centro interdipartimentale di ricerca politiche di genere dell’Università di Padova (ref. Scientifica prof.ssa Alisa Del Re).  
 
Bibliografia 
Del Re A., Quando le donne governano le città genere e gestione locale del cambiamento in tre regioni italiane, FrancoAngeli, 2004
Del Re A., "Produzione/riproduzione", in Lessico marxiano, Manifestolibri, 2008
Galceran M., "Política hecha por/desde las mujeres", in Del Re, A. (ed.), Donne politica utopia, Il Poligrafo, 2001
Lovenduski J., State feminism and political representation, Cambridge University Press, 2005
Del Re A., Longo V., Perini L., I confini della cittadinanza genere, partecipazione politica e vita quotidiana, FrancoAngeli, 2010
Bellè, E. Genere della politica, politica del genere, Scriptaweb, 2010
Farina F., Carboni D., Oltre le quote. Sguardi plurimi delle elette, Maggioli, 2016
Sebastiani C. "I governi locali funzionamento e politiche territoriali di genere", in Del Re A., Longo V., Perini L., I confini della cittadinanza. Genere, partecipazione politica e vita quotidiana, FrancoAngeli, 2011, pp. 88-98