Il primo passo per elaborare politiche efficaci nel contrasto alla violenza digitale di genere è misurare come e quanto è diffusa attraverso dati e statistiche, ancora molto carenti. Un'indagine scatta la fotografia inedita del fenomeno in Italia, rivelando come le persone giovani, al contrario di quello che si penserebbe, siano meno capaci di riconoscere comportamenti di abuso e controllo all'interno dei rapporti
Misurare
la cyberviolenza
Negli ultimi anni la violenza digitale di genere ha assunto un rilievo crescente nel dibattito pubblico italiano. Casi drammatici come il suicidio di Tiziana Cantone, avvenuto nel 2016 dopo la diffusione non consensuale di video intimi, hanno mostrato come gli ambienti digitali possano amplificare la violenza, trasformando l'umiliazione e il controllo in esperienze difficili da arginare. Più recentemente, la scoperta di spazi online come il gruppo Facebook Mia moglie e il forum Phica.eu, in cui migliaia di utenti condividevano e commentavano immagini di donne senza il loro consenso, ha riportato al centro dell’attenzione pubblica la diffusione di pratiche misogine mediante l’utilizzo di dispositivi digitali e la necessità di adottare strumenti di tutela efficaci.
Nonostante il crescente interesse mediatico, in Italia disponiamo ancora di pochissime statistiche in grado di misurare la diffusione del fenomeno della violenza digitale di genere, le sue diverse forme e le esperienze vissute dalle persone coinvolte. Questa carenza di dati impedisce di ricostruire le dimensioni del fenomeno, riconoscerlo come problema pubblico e sviluppare politiche efficaci per affrontarlo sulla base di evidenze empiriche. Questo legame tra produzione di dati e sviluppo delle politiche pubbliche è stato efficacemente colto dalla sociologa Hilary Rose attraverso la celebre espressione "No statistics, no problem, no policy" (niente statistiche, niente problema, niente politiche).
Proprio per contribuire a colmare questo vuoto conoscitivo il progetto di rilevante interesse nazionale (Prin) Gendering Internet. Violence, resilience, empowerment in digital spaces (Givre) ha realizzato una delle prime indagini campionarie nazionali dedicate al tema. La survey offre una fotografia inedita della violenza digitale di genere in Italia, consentendo di osservarne la diffusione, le forme, gli impatti e le strategie di risposta adottate dalle persone che ne fanno esperienza.
L’indagine è stata condotta attraverso un questionario somministrato a 1.547 persone, selezionate sulla base delle principali categorie sociodemografiche come genere, classe d’età, titolo di studio e orientamento sessuale. Il campione è quindi composto da 782 donne (incluse 8 donne trans), 755 uomini (inclusi 12 uomini trans) e 10 persone non binarie; sul totale, il 10,41% si identifica come Lgbtqia+.
Questo contributo illustra i dati relativi a due batterie di domande presenti nel questionario, volte a indagare che cosa costituisca o meno violenza di genere negli spazi digitali e con quale frequenza le persone siano mai state vittime di violenza di genere online. Per quanto concerne l’opinione delle persone rispondenti su ciò che costituisce violenza di genere, i dati mostrano che il 74,30% delle donne e il 66,49% degli uomini concordano sul fatto che condividere contenuti sessuali senza il consenso di chi è ritratto o di chi li riceve costituisca una forma di violenza di genere. Tuttavia, l'azione di contattare insistentemente, controllare o pedinare una persona tramite strumenti digitali riceve un livello di accordo decisamente inferiore in entrambi i generi. Tra le persone giovani (18-29 anni), il grado di disaccordo si attesta al 31,58% tra le donne e al 28,77% tra gli uomini. Analizzando il dato in una prospettiva generazionale, emerge una maggiore consapevolezza tra le donne più adulte (55-64 anni), coorte in cui la quota di accordo raggiunge il 59,79%.
Similmente, la creazione e la diffusione di immagini o video manipolati a fini sessuali (deepfake) senza il consenso della persona rappresentata non sono riconosciute come forme di violenza digitale di genere da circa un terzo del campione, sia tra le donne (30,05%) che tra gli uomini (28,87%). Tra gli uomini, inoltre, una quota consistente (18,81%) si colloca in una posizione intermedia rispetto al fatto che tali pratiche costituiscano violenza digitale di genere. I livelli di accordo più elevati sul loro riconoscimento come forma di violenza digitale di genere si registrano nuovamente tra i rispondenti più anziani, con quote di accordo pari al 65,08% per le donne e al 57,61% per gli uomini, suggerendo una minore consapevolezza nelle fasce di età più giovani, in particolare tra i 30 e i 44 anni.
Pubblicare online informazioni personali e dati sensibili con l'obiettivo di danneggiare o intimidire una persona (doxing) è invece considerato da entrambi i generi come violenza di genere (70,84% donne; 65,03% uomini). Tuttavia, i giovani uomini (18-29) rappresentano la fascia con la percentuale più alta di disaccordo, attestandosi al 27,4% dei rispondenti che non ritengono tali azioni forme di violenza di genere.
I dati sulla diffusione online di messaggi offensivi o denigratori basati sul genere rivelano nuovamente un’asimmetria generazionale, in particolare tra le persone più giovani (18-29 anni). Tuttavia, sul campione totale, il tasso di disaccordo all’affermazione che tali pratiche costituiscano violenza risulta identico tra i generi, attestandosi a circa il 19% sia per gli uomini sia per le donne. Le giovani donne mostrano una maggiore sensibilità sul tema, registrando la quota di disaccordo più bassa dell'intero campione (12,50%) e, specularmente, la quota di accordo più elevata (77,63%). Al contrario, i loro coetanei uomini presentano il livello più elevato di disaccordo, poiché il 23,29% non riconosce in questi comportamenti una forma di violenza di genere, con uno scarto di quasi 11 punti percentuali rispetto alle coetanee.
Infine, l’utilizzo delle piattaforme digitali per diffondere stereotipi o rappresentazioni degradanti di donne e persone Lgbtqia+ costituisce una delle pratiche per cui emerge la maggiore incertezza nel riconoscimento come forma di violenza digitale di genere. In particolare, tra gli uomini, il 14,57% del campione si colloca in una posizione intermedia, con percentuali ancora più elevate nelle coorti 18-29 e 30-44 anni (rispettivamente 17,12% e 18,06%). Le donne più giovani sono invece quelle che più frequentemente riconoscono tali pratiche come violenza digitale di genere, pari al 76,32%, mentre tra le donne i livelli di accordo più contenuti si registrano nelle coorti di 30-44 e 55-64 anni (22,55% e 23,81% di disaccordo).
Per quanto riguarda la violenza online subita, la maggior parte delle persone rispondenti non ha riportato alcuna esperienza di violenza o molestia online. Tuttavia, dall’analisi delle condotte subite almeno una volta, emergono esperienze analoghe tra donne e uomini su tre delle cinque dimensioni esplorate: la ricezione di messaggi o foto espliciti e indesiderati, le richieste insistenti di condividere immagini intime e i commenti negativi legati al genere o all'orientamento sessuale.
Le differenze più marcate riguardano invece la ricezione di commenti a sfondo sessuale sotto le fotografie pubblicate online, fenomeno che interessa più spesso le donne. Una tendenza opposta emerge nella diffusione non consensuale di fotografie o video intimi, per la quale gli uomini riportano una prevalenza maggiore.
Figura 1. Esperienze di violenze e molestie online per genere
Nel loro complesso, i dati restituiscono un quadro articolato, che da un lato conferma risultati già noti e dall'altro restituisce elementi inattesi. Un primo elemento di riflessione riguarda la diversa capacità di riconoscere le varie manifestazioni della violenza digitale di genere. Le forme più esplicite e ormai consolidate nel dibattito pubblico – come la diffusione non consensuale di immagini intime o il doxing – sono quelle che più frequentemente vengono riconosciute come forme di violenza digitale di genere. Al contrario, pratiche più ordinarie e relazionali, come il controllo insistente attraverso strumenti digitali o la diffusione di stereotipi o immagini degradanti di donne e persone Lgbtqia+ continuano a essere riconosciute con maggiore difficoltà.
La rappresentazione sociale della violenza digitale, dunque, rimane ancora fortemente ancorata agli episodi più estremi, mentre fatica a includere quei comportamenti che informano la cultura della violenza e che costituiscono spesso l'inizio di percorsi di abuso e controllo nelle relazioni.
Contrariamente alle aspettative, le persone più giovani mostrano una minore capacità di riconoscere le diverse forme della violenza digitale di genere. La familiarità con le tecnologie, dunque, non coincide necessariamente con una maggiore consapevolezza critica delle dinamiche di violenza online.
Infine, in quasi tutte le dimensioni analizzate le donne mostrano livelli di accordo superiori rispetto agli uomini nell'identificare determinati comportamenti come violenza di genere. La distanza è particolarmente evidente tra le persone più giovani, dove le donne esprimono sistematicamente una maggiore sensibilità verso molestie, discorsi d'odio (hate speech) e rappresentazioni degradanti. Questa asimmetria potrebbe riflettere non solo una diversa esposizione alla violenza, ma anche una diversa esperienza quotidiana delle piattaforme digitali. Come dimostrano i dati raccolti attraverso le interviste con le persone utenti, chi sperimenta più frequentemente esperienze e rischi di sessismo, omolesbotransfobia e razzismo tende infatti a riconoscere con maggiore facilità tali comportamenti come forme di violenza.
I dati appena esposti mostrano che le opinioni e le esperienze relative alla violenza di genere digitale sono variamente diffuse nella popolazione italiana e che alcuni luoghi comuni legati alla relazione con il digitale – come la convinzione che i giovani nativi digitali siano automaticamente più accorti nel riconoscere la violenza che prende forma negli ambienti connessi – sono smentiti dalle evidenze. Nel loro insieme, questi dati offrono un primo quadro empirico utile per comprendere meglio un fenomeno ancora poco conosciuto nelle sue molteplici pieghe, evitando letture riduttive della relazione tra genere e tecnologie digitali.