Articoloviolenza

Anche tu senti le grida
che agitano l’onda del silenzio

L'assenza del dolore, una notte senza paura, una mattina senza il ritorno del torturatore: nelle poesie di Mary Dorcey, la lirica di una vita quotidiana comune negata alle donne vittime di violenza. E la ricerca, anche attraverso i versi, di una dimensione collettiva femminile degna di essere celebrata

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“Perché non scrivo una poesia sulla donna comune?”: questo è l’incipit di una lirica di Mary Dorcey non a caso intitolata The Ordinary Woman (1991), in cui la poetessa irlandese svela le diverse interpretazioni attribuibili all’aggettivo ‘comune’ e più in generale a tutto ciò che appare ‘ordinario’ nell’esperienza di vita delle donne. Perché la ‘donna comune’ di Dorcey è drammaticamente ordinaria: la sua esistenza include attività consuete (svegliarsi, fare la spesa, leggere un giornale, guardare la tv o anche scrivere una poesia) che acquisiscono un nuovo, sorprendente senso se rappresentate in contrapposizione alla quotidianità di altre donne, quelle che sono vittime di violenza, incarcerate o impossibilitate a decidere del proprio destino. Anche la poesia qui presentata, Keeping Vigil (La veglia), ci invita ad osservare la vita ‘comune’ delle donne in quest’ottica di costante confronto, per riuscire a cogliere il significato profondo – e tragico – di esistenze femminili niente affatto ‘ordinarie’. E così, nei versi di Dorcey, il boschetto che è stato teatro di un primo bacio o il campo attraversato da un branco di cervi che corrono liberi sulla neve sono lo stesso boschetto e lo stesso campo percorsi da “branchi di donne” portate al macello come animali. Allo stesso modo, la donna alla quale è concesso di riempire la propria giornata di gesti comuni non è una donna comune: tutte le banali attività che essa può compiere fanno da controcanto alle violenze subite da quelle donne alle quali una tale ‘banale’ quotidianità è negata. Da qui il senso di un’esistenza femminile ordinaria ma anche privilegiata, ma anche di un’esperienza individuale in grado di proiettarsi, attraverso la poesia, verso una dimensione collettiva, e di una collettività femminile (e non solo) degna di essere celebrata: “Venite e celebrate ogni/ cosa privilegiata, eccezionale: acqua, cibo, sonno / l’assenza del dolore / una notte senza paura / una mattina senza/ il ritorno del torturatore” (The Breath of History – Il respiro della storia).
 

Keeping Vigil
(di Mary Dorcey, da Like Joy in Season, Like Sorrow, Salmon Poetry, 2001)
 
It is not that the world
is safer –
wars ravage as usual. Children
die unnoticed, in our sleep.
Along the same fragrant roads,
between the olive groves
and that gilded sea –
where we first embraced –
women are herded to slaughter.
 
It is not that the skyshelters us,
from loss or betrayal
or prophecies of storm.
It is not that the days
are longer, or that the
stars can pierce
the sulphurous city nights.
 
It is not that our lives
are easy –
our best work thwarted
our language scarred –
it is not that comforts
make comfortable,
that love endures, 
or that any of us
will escape our fate –
these tracks of iron
laid on sleepers, run
in one direction only.
 
It is not the moments
of epiphany – the unlooked
for transfigurations
of the earthly – such as,
on a frozen field
where we stopped to kiss –
emerging from a snow-bound
wood, a herd of deer –
suddenly –
their antlers blown like
driftwood on a white lake.
 
It is not that the world
is better – (beyond the
perimeter wire, you too,
hear the cries that fret
the edge of silence.)
it is only that you kept
vigil, with me, here,
on this station platform,
waiting for change,
or for light. That hour
after hour you stared
into the blizzard mouth –
watching for a sign of thaw.
 
It is not that the world
is safer –
yet, in darkness, you fall
asleep at my side, and whenyou wake, the day opens with
you; startled, mercurial –
like a first morning.
Making breakfast or love.
Quick to laughter,
to argument and surprise.
It is not that the world
is safer. Only this –
that I love your laughter.

La veglia
Non è che il mondo
sia più sicuro –
le guerre devastano come sempre. I bambini
muoiono nell’indifferenza, mentre dormiamo.
Lungo le stesse strade profumate,
fra i campi di ulivi
e il mare dorato –
dove ci abbracciammo la prima volta –
branchi di donne vanno al macello.
 
Non è che il cielo
ci protegga,
da perdite o tradimenti
o profezie di tempesta.
Non è che i giorni
siano più lunghi, o che le
stelle riescano a penetrare
le notti sulfuree della città.
 
Non è che le nostre vite
siano semplici –
le nostre opere migliori sono contrastate
la nostra lingua sfregiata –
non è che il benessere
faccia star bene,
che l’amore resista,
o che chiunque di noi
possa sfuggire al proprio destino – 
queste rotaie di ferro
fissate sulle traverse corrono
in un’unica direzione.
 
Non sono i momenti
di epifania – le
trasfigurazioni inesplorate
di ciò che è terreno – come quando,
in un campo ghiacciato dove ci fermammo per il primo bacio,
emerse dal bosco
cinto di neve, un branco di cervi –
improvvisamente –
le corna spinte dal vento come
cumuli di legna su un lago bianco.
 
Non è che il mondo
sia meglio (oltre il
filo di recinzione, anche tu
senti le grida che agitano
l’onda del silenzio).
C’è solo che tu hai
vegliato, con me, qui,
su questo marciapiede,
in attesa del cambiamento,
o della luce. E c’è che 
ora dopo ora hai fissato
negli occhi la tormenta,
cercando un segno di disgelo.
 
Non è che il mondo
sia più sicuro –
eppure, nell’oscurità, ti
addormenti al mio fianco, e quando
ti desti, la giornata inizia con
te; stupita e irrequieta,
come un primo mattino.
Fare colazione o l’amore.
Pronta al riso,
alla discussione e alla sorpresa.
Non è che il mondo
sia più sicuro. Solo questo –
c’è che amo il tuo sorriso.
 
(traduzione di Maria Micaela Coppola)
 
Nata in Irlanda (County Dublin, nel 1950), Mary Dorcey ha pubblicato cinque raccolte di poesie, ancora inedite in Italia: Kindling (1982), Moving into the Space Cleared by Our Mothers (1991), The River That Carries Me (1995), Like Joy in Season, Like Sorrow (2001) e Perhaps the Heart is Constant After All (2012). Dorcey è anche autrice di testi teatrali, racconti – alcuni dei quali usciti nella raccolta A Noise from the Woodshed (1989), che ha vinto il “Rooney Prize for Literature” – e di un romanzo, Biography of Desire (1997). La più estesa raccolta di poesie di Mary Dorcey in traduzione italiana è stata pubblicata nella rivista Poesia (n. 286, ottobre 2013) a cura di Maria Micaela Coppola.