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Le donne sono state escluse dalla transizione digitale eppure dovrebbero esserne le protagoniste. Alcuni segnali di miglioramento si registrano però nei cosiddetti C-level delle imprese tech, segno che qualcosa si muove. Ne parliamo con le esperte di Donne 4.0 che stanno monitorando il Pnrr

Il gender gap della
transizione digitale

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Foto: Unsplash/Marek Levák

L’inclusione delle donne nella transizione digitale è stato il tema al centro della 67esima Commission on the status of women delle Nazioni Unite che si è tenuta a New York dal 6 al 17 marzo 2023. A preoccupare le esperte è soprattutto l’accesso delle donne alle nuove tecnologie e alla formazione digitale, da cui dipende l’acquisizione delle competenze necessarie per poter lavorare e avere un ruolo sociale attivo da qui al prossimo futuro. Promuovere dichiarazioni d'intenti però non basta, “bisogna correggere gli stereotipi e garantire inclusività” ha sottolineato Sima Bahous, vice Segretaria generale delle Nazioni Unite e direttrice esecutiva di UN Women, nel corso del suo discorso inaugurale alla conferenza.

Nel frattempo, in Italia, in un momento in cui le donne si fanno strada negli studi, nella politica e nel mercato del lavoro, le carriere digitali sembrano mantenere una certa disuguaglianza e favorire gli uomini, che nel settore sono ancora in maggioranza. Ne abbiamo parlato con l’associazione di promozione sociale Donne 4.0, che si occupa di superare il gender gap nel settore tecnologico e ha fondato un Osservatorio per monitorare la partecipazione delle donne alla transizione digitale prevista dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr).

"L’idea di creare un osservatorio sul Pnrr nasce alla prima assemblea in cui la community Donne 4.0 si è costituita in associazione, era il mese di settembre del 2021", racconta Monica Cerruti, fondatrice dell'osservatorio ed esperta di politiche di inclusione. "L’obiettivo principale dell’associazione è contribuire a colmare il divario di genere digitale, in linea con una delle azioni al centro del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) è proprio sostenere la transizione digitale del nostro paese" continua Cerruti. "Allo stesso tempo tra le priorità trasversali dichiarate nel Pnrr c'è la parità di genere, insieme a quella generazionale e dei divari territoriali. Ci è sembrato quindi naturale concentrare la nostra attenzione su come la transizione digitale promossa dal Pnrr sia anche di genere, andando oltre le affermazioni di principio, ma costruendo un osservatorio specifico con un sistema di indicatori volti a misurare l’impatto sul divario di genere digitale delle azioni man mano realizzate."

Tra le criticità osservate da Donne 4.0 vi è la deroga delle clausole occupazionali che va a inficiare l’aumento delle donne in settori, come quello digitale, dove la presenza femminile è già limitata. A questo si aggiunge la mancanza di classificazione e misurabilità di genere delle misure adottate, in un contesto in cui le azioni messe in atto hanno un impatto diverso sui generi.

Da una prima analisi condotta da giugno 2022 a febbraio 2023, è stata riscontrata una situazione eterogenea che rivela come nel Fondo rotativo imprese di cui parla la missione 1 del piano non vi siano riferimenti al criterio della parità di genere, per il sostegno alle imprese e agli investimenti di sviluppo. Nelle missioni 2 e 3 del piano, metà dei bandi, non fa riferimento alla parità di genere. Mentre nelle missioni 4, 5 e 6 sono presenti riferimenti generici al criterio di parità di genere, con articoli che valorizzano le imprese, indicando il numero di ricercatori per genere ed età e si parla esplicitamente di gender balance, con un chiaro sostegno all’imprenditoria femminile.

Stando ai dati sulla presenza delle donne che fanno impresa, lavorano e occupano posizioni apicali nell’economia digitale, il divario digitale di genere è ancora profondo. L’analisi dei dati relativi alle figure apicali all’interno delle organizzazioni pubbliche che stanno contribuendo alla transizione digitale, va dal 6% al 63% dell’Agid (Agenzia per l’Italia digitale) che ha anche lanciato il Gender Equality Plan. Per quanto riguarda invece la presenza di professioniste, le specialiste nel settore dell'Information and communication technologies (Ict) in Italia raggiungono il 16%, contro una media europea del 19%, dove però la crescita dal 2017 al 2019 sembra essersi arrestata al 10% ed è la più bassa d’Europa. In ambito software invece arriviamo al 24,1%, con un incremento nell’ultimo anno del 13,4%. Gli unici dati confortanti sono relativi alle posizioni cosiddette C-level delle imprese (posizioni di primo livello manageriale, ndr), dove la presenza femminile è salita al 25% contro il 23,6% dell’economia totale, e a fronte di un calo delle donne nel resto dell’economia (-5,6%) e degli uomini nello stesso comparto lct (-9,2%).

Questi dati ci raccontano che il digitale è in grado di aprire opportunità per le donne con le giuste competenze ma anche che nel settore ci sono ancora barriere che precludono l’ascesa delle donne ai vertici, ancora più difficile all’interno degli organi decisionali pubblici.

Come racconta Loredana Grimaldi, referente di Donne4.0 per l’Osservatorio ed esperta di esperta di sostenibilità e corporate communication “con l'Osservatorio Donne 4.0 abbiamo avuto la conferma, basata sull'evidenza dei dati, che le barriere alla valorizzazione delle competenze e del talento delle donne in ambito Ict, ma non solo, sono molteplici e si rafforzano tra loro in un sistema complessivo che porta al risultato di una segregazione sia orizzontale che verticale".

Le ragazze non vengono incoraggiate dalle famiglie e dagli insegnanti a scegliere e proseguire negli studi scientifici e tecnologici, le laureate in ambito Ict sono pochissime e poche sono anche le donne specialiste Ict nel mercato del lavoro" continua Grimaldi. "Ciò nonostante è interessante osservare che, se nelle posizioni apicali (Cda e organi di governo) la loro presenza è ancora molto bassa, quella nelle posizioni manageriali di primo livello (C-level) è più significativa ed è cresciuta negli ultimi 5 anni. Questo vuol dire che esiste una sicura base qualitativa e sta costituendosi una “massa critica” quantitativa in grado di sostenere la scalata delle donne ai vertici dell’Ict" spiega Grimaldi. 

"È il momento giusto per accelerare questo processo, frenato solo da stereotipi culturali. Sono fondamentali i modelli positivi, le buone regole organizzative che promuovano la cultura dell’inclusione e rendano possibile la conciliazione vita-lavoro, e gli obblighi di legge che fissino per tutte le imprese e le organizzazioni parametri di equilibrio di genere, in particolare nelle posizioni apicali. Su queste basi sarà possibile la partecipazione da protagoniste delle donne al mondo dell'innovazione digitale".  

Oltre a limitare le opportunità lavorative, di formazione e sociali delle donne, la loro esclusione digitale ha un impatto negativo su tutti. Nel rapporto condotto dal World web foundation e da Alliance for affordable internet intitolato The costs of exclusion: economic consequences of the digital gender gap, i paesi hanno perso a livello globale un trilione di dollari di Pil a causa dell’esclusione delle donne dal mondo digitale. Solo nel 2020, la perdita rispetto al Pil è stata di 126 milioni di dollari, senza azioni specifiche di contrasto a questo fenomeno, le perdite potrebbero aumentare di altri 500 miliardi entro il 2025, predice il rapporto.

A oggi, nel mondo sono ancora pochi i governi che hanno implementato politiche specifiche per diminuire il divario digitale di genere e alcuni, addirittura, non hanno ancora sviluppato programmi dedicati a favorire l’accesso delle donne a internet. Ridurre il divario di genere digitale dovrebbe invece essere una delle priorità assolute a livello globale.

Il divario digitale è il nuovo volto della povertà e della disuguaglianza di genere. Intervenire culturalmente e con decisioni specifiche è un imperativo per evitare che le donne ne paghino le conseguenze due volte, di fronte a un futuro che resterebbe costruito a “misura maschile” e di stereotipi, e a un mercato in cui le lavoratrici sarebbero confinate nei settori tradizionali, a bassa crescita e a bassa remunerazione, rinforzando la già grave segregazione orizzontale che le riguarda.