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Le etiche della diversità culturale

"Le etiche della diversità culturale" fa il punto sulle forme di diversità e i nodi problematici che sollevano, analizzando gli approcci teorici e i modi in cui vengono costruite le "configurazioni della disuguaglianza". Un libro per riflettere e dotarsi degli strumenti per affrontare la complessità della pluralità.

Nelle società democratiche contemporanee le diversità di religione e di cultura, lungi dall'essere una realtà residuale, sono da tempo tornate ad essere al centro della sfera pubblica, sollevando una numerosa serie di interrogativi impegnativi sul ruolo dello Stato nella gestione e valorizzazione delle differenze, sul rapporto tra diritti individuali e diritti collettivi, nonché sui confini entro i quali esse sono ammissibili e accettabili. Da tempo la filosofia morale, la filosofia politica, la filosofia del diritto e la bioetica, in particolare, si sono impegnate nella riflessione e nel tentativo di chiarificazione teorica delle sfide poste da questo mutato contesto sociale, politico e culturale. Un'esigenza che non viene meno, anzi appare ancora più pressante, in un clima di opinione profondamente mutato dopo l'attacco terroristico dell'11 settembre 2001, quando alcuni leader politici europei  hanno retoricamente parlato di “fine del multiculturalismo” (cfr. Mancina, p. 99). Il volume curato da Caterina Botti dà conto della complessità della discussione contemporanea, presentandosi come un utile strumento di approfondimento e di studio. Attraverso i contributi di studiosi esperti della materia, infatti, il testo mette a fuoco sia le principali teorie: utilitarismo, contrattualismo, comunitarismo, multiculturalismo, femminismo, intersezionalità, studi postcoloniali, sia i concetti fondamentali: laicità, persona, relativismo, identità/differenza, confine, contaminazione e vulnerabilità, razzismo, sia i molti dilemmi morali di fronte ai quali si trovano le nostre società contemporanee dalla natura sempre più culturalmente diversificata e plurale, ad alcuni dei quali (macellazione rituale, crocifisso, diritto alla cura e alla salute dei rifugiati e mutilazioni genitali femminili) sono dedicati specifici capitoli nell'ultima parte del volume.

Dai saggi complessivamente emerge sia la tendenza a privilegiare una via intermedia tra un universalismo tanto “ingenuo” quanto cieco di fronte alla diversità e un relativismo estremo che chiuda ogni possibilità di dialogo e confronto, sia l'idea che  soluzioni che insistano solo sull'intervento giuridico a livello istituzionale, trascurando il piano della condotta personale, non possano che risultare insufficienti  (cfr. Botti, p. 12). Diversi contributi, d'altra parte, sottolineano come le riflessioni filosofiche sul tema della differenza se convergono sull'importanza della dimensione relazionale e affettiva non solo degli individui ma della stessa collettività, con un forte accento critico verso le posizioni liberali classiche che hanno trascurato e talvolta rimosso questa dimensione,  divergono anche profondamente nel modo in cui intendono la diversità. Si è delineata nel corso degli anni una distinzione tra etiche multiculturaliste, che insistono sul valore positivo delle identità culturali, e etiche della differenza posizionale, che piuttosto decidono di partire  dall'analisi del loro possibile status negativo, ovvero come dice Tariq Modood sulla “inferiorizzazione, la stigmatizzazione, l'esclusione, la discriminazione, il razzismo, ecc.” (cit. in Mancina, p. 94). A quest'ultima prospettiva approda anche la “parabola del femminismo contemporaneo”: molte autrici infatti pongono oggi al femminismo l'obiettivo di un'interrogazione delle differenze, piuttosto che il compito di continuare a perseguire il progetto dell'uguaglianza o quello di una differenza essenzialisticamente intesa (cfr. Botti, p. 106), progetti che entrambi storicamente sono serviti a escludere di fatto le donne “subalterne” e a parlare al posto della “donna del terzo mondo. Su questa delicata questione sono particolarmente interessanti i contributi della teoria dell'intersezionalità (da alcuni considerata uno strumento euristico più che una vera e propria teoria, cfr. Marchetti, p. 140) e delle etiche postcoloniali – ancora poco note in Italia rispetto ad altri approcci teorici. L'intersezionalità guarda alle numerose categorie sociali cui un individuo può appartenere, concentrandosi in particolare su quei gruppi che incrociano diverse categorie: essere donna e nera, per esempio, significa sperimentare una duplice forma di discriminazione legata all'incrociarsi di genere e razza; l'esperienza del privilegio o della discriminazione interiorizzati possono cambiare per effetto dell'intersezione di una molteplicità di categorie che, di volta in volta, a seconda del contesto, possono essere considerate rilevanti (genere, classe, sessualità, etnicità, religione, abilità fisica, sedentarietà, ecc.). In quest'approccio la differenza culturale da sola non spiega la collocazione dell'individuo nella struttura sociale e le forme di discriminazione o di privilegio, di esclusione o inclusione, che può sperimentare: le “configurazioni della disuguaglianza” risultano diverse a  seconda del contesto e per questo richiedono anche strategie anti-discriminatorie pensate contestualmente. Come l'approccio intersezionale anche gli studi postcoloniali vanno oltre la questione dell'identità culturale; in questo caso l'interesse è per l'origine delle “logiche di alterizzazione” all'interno delle culture imperialiste, ovvero per il modo in cui la differenza è stata sempre costruita nell'intreccio tra dinamiche di  assoggettamento e soggettivazione, e la possibilità di immaginare la relazione con altri al di fuori di quei “dispositivi binari” che sono stati “partoriti all'interno della tradizione coloniale” (Mascat, p. 151 e p. 152).