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Che genere
di città

foto Flickr/Hernán Piñera

La città contemporanea, uno spazio misurato su un sesso solo, che ha bisogno di essere ripensato

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Nell'organizzazione spaziale delle città le disparità di genere tendono ad assumere le stesse caratteristiche che si riscontrano nella struttura sociale. Lo spazio urbano è stato modellato a misura del genere 'dominante': il modo in cui le donne vivono e si muovono nella città si differenzia in relazione al diverso ruolo che esse ricoprono nella società. A decidere sul corpo delle città sono principalmente gli uomini, dato che la politica è un ambito ancora fortemente dominato dal genere maschile, malgrado il crescente numero di donne in posti di comando. Nella polis, così come nella città, infatti, il pensiero e l’opera delle donne continua ad essere poco influente, anche se da tempo le professioni dell’ambiente costruito attingono dal genere femminile.

Kate Henderson, la direttrice della Town and Country Planning Association, che nel Regno Unito rappresenta una tradizione lunga un secolo nell’ambito della pianificazione urbanistica, ha dichiarato di avere spesso modo di sentirsi isolata, in quanto ad appartenenza di genere, nel contesto professionale in cui opera. La sua esperienza può essere spiegata con il fatto che malgrado sia aumentato negli anni il numero delle professioniste del settore, sono rimaste basse le possibilità che esse siano influenti sulle politiche urbane.

Eppure è stata una donna, Jane Jacobs, a scrivere oltre mezzo secolo fa Vita e morte delle grandi città americane, una delle letture critiche più note dello sviluppo urbano contemporaneo. Due anni più tardi, nel 1963, Betty Friedan descrisse la storia dello sviluppo delle città americane durante il ventesimo secolo come una vicenda di puro esercizio del potere di un genere sull’altro. The Feminine Mystique è una spietata denuncia dell’oppressione delle donne attraverso il grande progetto suburbano che ha portato oltre la metà della popolazione statunitense a vivere in agglomerati monofunzionali, destinati ad essere i settori residenziali di metropoli in continua espansione e luoghi di confinamento delle frustrazioni femminili. La situazione descritta da Revolutionary Road – il romanzo di Richard Yates del 1961 –  diventava indagine sociologica e denuncia di una strategia per confinare le donne nello spazio domestico.

In molti paesi le donne hanno assunto un ruolo determinante nelle economie nazionali, ma il tema di come la forma della città ed il paesaggio urbano tengano conto dell’universo femminile difficilmente viene affrontato. Nello spazio pubblico i corpi femminili sono ancora relegati nell’immaginario della domesticità o ancorati al desiderio sessuale maschile e tutto ciò è considerato normale, basta percorrere le strade di una città qualsiasi. Non è certo una novità che il corpo femminile sia utilizzato per finalità commerciali, ma che sia possibile evitare questa interferenza con il paesaggio urbano, soprattutto se essa finisce per rafforzare i peggiori stereotipi di genere, lo prova la decisione della città di Grenoble di rinunciare ai proventi derivanti dalla cartellonistica pubblicitaria.

La recente proposta di regolamentare la prostituzione di strada nel quartiere dell’EUR a Roma -  non a caso un'area della città a forte specializzazione funzionale, che sta facendo i conti con una fallimentare gestione urbanistica -  rappresenta molto bene quanto il vecchio immaginario maschile, che associa prostituzione a degrado, sia diventato l’argomento che consente di non prendere in considerazione i veri problemi di quell’area. C’è una evidente ipocrisia nel far credere all’opinione pubblica che la priorità sia mettere ordine nella situazione attuale, già dominata dalla forte presenza di prostitute, e nel non affrontare le conseguenze di scelte urbanistiche che hanno lasciato in eredità una serie di contenitori non finiti, come La Nuvola sede del Nuovo Centro Congressi, o abbandonati, come nel caso del vecchio parco di divertimenti Luneur.

Se almeno a livello simbolico la città continua ad essere lo spazio degli uomini e, implicitamente, la casa quello delle donne, non saranno certo gli edifici disegnati da architetti donna a fare la differenza, nemmeno se essi ricordano parti del corpo femminile come nel caso del progetto di Zaha Hadid per lo stadio dei mondiali di calcio in Qatar. Il tema della rigida separazione funzionale delle città, che ha penalizzato le donne in virtù del tributo che pagano alle necessità della specie - per usare le parole di Simone de Beauvoir - è stato affrontato da Dolores Hayden nel 1980 in What Would a Non sexist City Be Like? Da urbanista, Hayden, riconduce la questione del sessismo insito nell’organizzazione urbana ai suoi aspetti spaziali, riconoscendo tuttavia che il problema è politico, nel senso più pieno del termine. Il saggio, che ha evidenziato la necessità di considerare lo spazio costruito non più secondo categorie rigide, contiene una serie di soluzioni progettuali in grado di superare la separazione tra abitazioni e luoghi di lavoro. L’intento è di scardinare le basi dello sviluppo urbano contemporaneo al di là di un diverso progetto spaziale: sono le basi sociali ed economiche, che affidano alle donne il lavoro domestico non retribuito, a dover essere radicalmente trasformate.

La questione da porre al centro della progettazione delle città, resta quindi la stessa contenuta nel libro di Jane Jacobs. Qui, l’autrice, attraverso la sua esperienza di donna che vive, osserva, si misura con lo spazio urbano, ha saputo mettere in crisi i dogmi dell’urbanistica novecentesca e i suoi effetti sulla città contemporanea, individuando la necessità di scardinare le categorie funzionalmente rigide attraverso una serie di soluzioni progettuali in grado di superare la separazione tra abitazioni, luoghi di lavoro, servizi e spazio pubblico, dentro le quali le donne hanno finito per essere categorizzate secondo codici dettati da una visione dominante e maschile. La città contemporanea, in altre parole, può essere frutto di un diverso progetto spaziale, a patto che il suo ordinamento sociale sia radicalmente trasformato. 

Leggi tutto il dossier "Che genere di città" a cura di inGenere.it

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