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Diventare uomini,
un gioco da ragazzi

Dall'altro lato dell'Oceano, ma non molto distante: il caso del Brasile per raccontare la costruzione sociale della mascolinità. Uno studio per comprendere dove nascono le disuguaglianze di genere che esplora l'identità di chi nello squilibrio trova il proprio vantaggio: gli uomini

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Negli ultimi cinquanta anni in Brasile la letteratura scientifica, in stretto contatto con le lotte politiche dei movimenti sociali, ha dimostrato e analizzato le forme di dominio, sfruttamento ed esclusione socio-ecomomica e culturale di cui sono stati storicamente vittima le donne, i neri, gli indigeni e i poveri. Dalle analisi prodotte emerge in filigrana come la posizione dell’uomo bianco di classe medio-alta sia caratterizzata dalla dimensione del privilegio. In questo soggetto sociale si concentrano una serie di vantaggi socio-economici che provengono dall’intersezione tra classe, colore e sesso, ossia dal fatto di trovarsi in una posizione strutturalmente privilegiata nel sistema dei rapporti sociali tra gruppi di colore, sessi e classi tipici della società brasiliana. Anche in altri contesti occidentali, l’uomo bianco eterosessuale benestante è stato identificato come il rappresentante di una mascolinità egemone (Connell 1996) ed è stata proposta l’idea di una “produzione simultanea di mascolinità egemoniche e subalterne” (Kimmel 2002), in cui il polo subalterno è costituto dalle donne e dagli omosessuali. Esaminare la percezione che alcuni uomini bianchi di classe medio-alta hanno del razzismo e del sessismo permette di comprendere, da punti di vista diversi da quelli tradizionalmente indagati, le caratteristiche del razzismo e del sessismo e della loro correlazione (questo articolo è tratto da una ricerca antropologica che sto conducendo su mascolinità e bianchezza in Brasile, si veda Ribeiro Corossacz 2010 e 2010a).

Gli studi sociali sulla mascolinità sono nati sotto la spinta del movimento e degli studi femministi e degli studi sulla categoria di genere. Nella letteratura antropologica e sociologica sulla mascolinità troviamo costantemente espressa la posizione anti-essenzialista secondo la quale è necessario riconoscere come la mascolinità sia storicamente e culturalmente determinata: esistono tanti modelli di mascolinità, e anche dentro una stessa società vi possono essere diversi modi in cui si definisce e si comporta un uomo (per una presentazione critica si veda Piccone Stella 2000). Le ricerche antropologiche hanno messo in evidenza come nella maggior parte delle società umane la costruzione dei generi maschile e femminile è basata su un’asimmetria di potere: rispetto alle donne, gli uomini hanno accesso a maggiori risorse economiche, sociali e culturali, hanno maggiori libertà nell’uso del proprio corpo e della propria sessualità, e le loro attività sono maggiormente valorizzate dalla società nel suo insieme di quelle svolte dalle donne. Il carattere storico e socialmente costruito di tale asimmetria prende forme diverse da società a società, ma permane un rapporto di appropriazione da parte degli uomini del corpo e del lavoro delle donne.

Anche in America latina la letteratura sulla mascolinità si è sviluppata negli anni settanta nell’ambito degli studi femministi e di genere, in un contesto segnato da importanti processi di trasformazione economica in senso neoliberista, dall’entrata massiccia delle donne nel mercato del lavoro salariato e da intensi flussi migratori dalle campagne verso le aree urbane. Molti studi sulla mascolinità hanno enfatizzato l’importanza dell’analisi del discorso, accanto a quella dei comportamenti, necessaria per comprendere come è presentata, difesa e giustificata la posizione egemonica degli uomini nelle società. Uno degli aspetti ricorrenti nelle ricerche sulla mascolinità è la difficoltà da parte degli uomini intervistati a parlare della propria esperienza di mascolinità, quasi fosse qualcosa di poco “visibile”. Questo è un tratto comune presso chi considera di incarnare il generale, mentre vede gli altri come particolari. 

Per far fronte a questa difficoltà, può essere utile soffermarsi sui modi con cui la mascolinità viene riconosciuta dai soggetti stessi come un tratto che è stato appreso, a cui si è stati socializzati nel periodo di maggiore formazione e malleabilità, l’infanzia e l’adolescenza. Il gioco, in tutte le sue forme, tra cui anche lo scherzo e la battuta, è una delle modalità con cui gli esseri umani imparano comportamenti e valori considerati corretti e scorretti, un modo con cui si veicolano messaggi socialmente densi. Da una ricerca condotta presso uomini bianchi etero e omosessuali di classe medio-alta di Rio de Janerio, con un’età compresa tra i 45 e i 58 anni, è emerso che la mascolinità viene appresa anche attraverso una serie di giochi tra soli bambini maschi, di cui la maggior parte bianchi. Sin dall’infanzia infatti, per gli uomini intervistati le occasioni di convivenza con coetanei neri sono ridotte: da bambini esse erano limitate alla strada, raramente avvenivano nelle abitazioni e nelle scuole. Tra i giochi ricordati vi era uno a sfondo sessuale, in cui un bambino, identificato dal gruppo come più debole, era oggetto di attacchi verbali e fisici, palpate del sedere o richieste di masturbazione, che lo mettevano in una condizione di passività. Tali giochi, riportati anche in altre ricerche, sono ricordati come dei soprusi, dei momenti violenti. Anche il calcio, il judo e fare a botte sono menzionati tra le attività in cui si dimostrava ai compagni di gioco la propria mascolinità: chi si sottraeva a questi giochi correva il rischio di essere definito veado, un uomo omosessuale effeminato. La mascolinità appresa in queste attività ludiche era infatti sempre percepita e definita in contrapposizione alla femminilità e all’omosessualità, senza una connotazione di classe o di colore. Ciò che era importante in questa fase della vita era non essere identificati dai propri amici come omosessuali.

In Brasile, come in altri paesi, l’omosessualità è considerata una negazione della mascolinità. Tuttavia la contrapposizione all’omosessualità guadagna senso solo se questa ultima viene analizzata all’interno della struttura dei discorsi, in cui è interpretata come manifestazione di femminilità. Ciò che si disprezza e si discredita nell’omosessualità è tutto ciò che connota la femminilità: la condizione sociale di passività, che si trasforma anche in passività nella relazione sessuale, e la mancanza di dominio su altri. Ciò che viene implicitamente rimarcato sulla mascolinità nella ripetuta contrapposizione all’omosessualità, è la posizione di mancanza di dominio di altri (donne, uomini che si sottomettono nella relazione sessuale, ma anche nei giochi sessuali) e, congiuntamente, la condizione connaturata di dominio del sé maschile che parla. Per definire la mascolinità, gli uomini intervistati si concentrano su ciò che non rappresenta la mascolinità, soprattutto sulla figura del veado/omosessuale, e parlano poco del sé maschile egemone.

Dalle interviste appare chiaro che avere un pene e dei testicoli non sarebbe tutto ciò che serve per definirsi socialmente un uomo: gli organi sessuali di fatto non producono automaticamente la mascolinità così come è definita dagli intervistati, ossia non essere veado. Le esperienze narrate raccontano di un mondo in cui la mascolinità va imparata e, soprattutto, va sempre confermata e dimostrata agli altri uomini.

 

Bibliografia

Connell Robert (1996), Maschilità, Milano, Feltrinelli.

Kimmel Michael (2002), “Maschilità e omofobia. Paura, vergogna e silenzio nella costruzione dell’identità di genere”, in Carmen Leccardi a (cura di), Tra i generi. Rileggendo le differenze di genere, di generazione e di orientamento sessuale, Milano, Guerini, pp. 171-194.

Piccone Stella Simonetta (2000), “Gli studi sulla mascolinità. Scoperte e problemi di un campo di ricerca, in Rassegna italiana di Sociologia, XLI, 1, pp. 81-108.

Ribeiro Corossacz Valeria (2010), “Bianchezza e meticciato. Note etnografiche, classificazioni sociali e silenzi nel contesto brasiliano”, in Studi Culturali, anno VII, n.1, aprile, pp.87-102.

Ribeiro Corossacz Valeria (2010a), “L’apprendimento della mascolinità tra uomini bianchi di classe medio-alta a Rio de Janeiro”, in Ribeiro Corossacz V. e Gribaldo Alessandra (a cura di), La produzione del genere. Ricerche etnografiche sul femminile e il maschile, Verona, Ombrecorte, pp.114-134,  in corso di pubblicazione.