Politiche

Con un documento appena diffuso, un gruppo di penaliste italiane si dichiara contrario all'introduzione del reato di femminicidio da parte del governo, perché non interverrebbe sulle cause strutturali della violenza di genere

Prevenzione, 
non repressione

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Reato di femminicidio
Credits Unsplash/Javad Esmaeili

La violenza di genere non va combattuta con la repressione, ma con la prevenzione, iniziando dalla cultura. Questa la posizione delle 77 penaliste italiane che hanno diffuso e firmato un documento in risposta al disegno di legge che ha introdotto il femminicidio come reato autonomo nel codice penale, e che sarà presentato domani 29 maggio in Commissione giustizia al Senato, prima di essere inviato a Governo, a Parlamento e Ministero della Giustizia, con l'intenzione di aprire un dibattito pubblico.

"Chiunque cagiona la morte di una donna quando il fatto è commesso come atto di discriminazione o di odio verso la persona offesa in quanto donna o per reprimere l’esercizio dei suoi diritti o delle sue libertà o, comunque, l’espressione della sua personalità, è punito con l’ergastolo" si legge nel testo del disegno di legge approvato dal Consiglio dei Ministri lo scorso 7 marzo 2025, in concomitanza con la ricorrenza della Giornata internazionale della donna. Il provvedimento prevede inoltre aggravanti e aumenti di pena per i cosiddetti "reati del Codice rosso" – maltrattamenti in famiglia, lesioni personali, violenza sessuale, stalking, revenge porn.

"La recente proposta di introdurre la fattispecie di femminicidio ha sollecitato un dialogo tra penaliste, che ha avuto come esito l’elaborazione di un documento critico che suggerisce un approccio problematico al tema" spiega Valeria Torre, professoressa ordinaria di Diritto penale presso l'Università di Foggia, che ha lanciato l'iniziativa insieme a Elena Mattevi (Università di Trento), Ilaria Merenda (Università Roma Tre), Kolis Summerer (Libera Università di Bolzano), Silvia Tordini Cagli (Università di Bologna), Cecilia Valbonesi (Unitelma Sapienza) e Milli Virgilio (Università di Bologna). 

"La nostra iniziativa è partita da un confronto spontaneo e incontri informali per ascoltare il punto di vista delle colleghe" continua Torre, "perciò, dopo un seminario interno, abbiamo proceduto alla raccolta di firme su di un documento in parte già condiviso da un significativo numero di penaliste. L’obiettivo è principalmente avviare una discussione più articolata e polifonica possibile sul tema" conclude.

Nel documento si legge che sono diversi i motivi per cui le penaliste si dichiarano contrarie all'introduzione del reato di femminicidio. Primo fra tutti, il fatto che l'applicazione della pena dell'ergastolo avrebbe una "valenza meramente simbolica": qualsiasi azione di tipo repressivo infatti, se non accompagnata da interventi adeguati in materia di prevenzione, si rivela del tutto inefficace, come dimostrano, del resto, i fatti della cronaca più recente.

"Con il nostro intervento non intendiamo contrapporci a iniziative di contrasto alla violenza contro le donne, né sminuire la rilevanza del problema" dichiarano le penaliste nel documento; "vorremmo sollecitare, invece, una riflessione più ampia e articolata del tema, che tenga conto della complessità del fenomeno, le cui cause sono profondamente radicate nella cultura e, a più livelli, nella struttura della nostra società".

Secondo le giuriste, la priorità a livello legislativo dovrebbe essere intervenire sulle "forme di discriminazione che sono considerate ‘fisiologiche’ della differenza di genere e che impediscono la piena affermazione dei diritti delle donne e la corretta percezione delle condotte di prevaricazione e abuso". 

Dopo questa fase iniziale, anticipa Torre "partiremo con un confronto interdisciplinare e gruppi di ricerca per individuare una strategia preventiva, basata su strumenti extra penali"

Leggi il documento (aggiornato al 7 giugno 2025)