Articolodemografia - diritti - geografie - Mediterraneo - migrazioni - violenza

Viaggio in mare
verso l'Europa

Foto: Unsplash/ Mink Mingle

Pochi giorni fa una donna nigeriana incinta ha perso la vita dopo essere stata respinta alla frontiera con la Francia, l'ennesimo drammatico episodio dovuto a politiche migratorie restrittive e inadeguate. I dati dell'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni parlano già di cinquecento morti in mare nel 2018

Articoli correlati

In Spagna il numero di uomini impiegati nell'assistenza domestica è aumentato con la crisi economica. Una ricerca indaga le differenze di genere in un settore a forte prevalenza femminile

Con una popolazione costantemente in calo, il Giappone sta vivendo un livello inedito di 'defamiliarizzazione' del lavoro di assistenza alle persone anziane, anticipando una questione cruciale anche in l'Italia: chi si prenderà cura di un paese sempre più vecchio?

Oggi quello che le famiglie italiane spendono per la salute rappresenta il 23% del totale della spesa sanitaria pubblica e privata. È una componente in ascesa, che genera forte disagio sociale. Gli ultimi dati sulle fragilità della sanità nel nostro paese

Crisi libica e migrazioni nel Mediterraneo. Ne parliamo con Giorgia Linardi, referente italiana di Sea-Watch, per capire cosa vuol dire occuparsi di soccorso in mare in un momento che vede le organizzazioni umanitarie sotto attacco

I flussi migratori che attraversano il Mar Mediterraneo verso l’Italia ricevono a fasi alterne picchi di attenzione mediatica e politica nel nostro paese. Recentemente molti si concentrano sul calo degli arrivi (-34% nel 2017 rispetto al 2016), mentre il numero di morti e dispersi in mare continua ad essere altissimo e probabilmente sottostimato: sono 3.200 le persone che hanno perso la vita cercando di raggiungere la sponda Nord del Mediterraneo nel 2017, e dall’inizio del 2018 siamo già a 498 in tutto il Mediterraneo. Molti di questi “missing migrants” sono donne e bambini schiacciati nelle stive di imbarcazioni di legno o annegate in un misto di acqua e benzina sul fondo di gommoni carichi ogni oltre possibilità.

Per capire le motivazioni di chi intraprende un viaggio così rischioso, non si può fare a meno di guardare a cosa accade nelle tappe precedenti. A cosa c’è prima del mare, prima di lanciarsi – per scelta o per forza – nella traversata verso l’Europa. Studiare chi sono e cosa hanno vissuto le persone che arrivano in Europa è la premessa per dare una risposta adeguata ai bisogni di protezione e di assistenza di queste persone. Bisogni sempre crescenti e che, se disattesi, influenzeranno con molta probabilità il percorso di integrazione che da queste persone ci si aspetta nella loro permanenza in Italia.

Che cosa definisce la vulnerabilità di persone che viaggiano in modo irregolare? Quali strumenti abbiamo per definire i meccanismi più ricorrenti e le possibilità di protezione di persone che rischiano di vivere in prima persona, o di osservare sui propri compagni di viaggio, violenze, abusi e sfruttamento ai quali sopravvivono con sofferenze fisiche e psicologiche che si dispiegheranno una volta arrivate, sperabilmente, in Europa?

Dalla fine del 2015, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) conduce un’attività di ricerca e indagine multi-paese con lo scopo di monitorare costantemente la composizione dei flussi in arrivo via mare in Europa. In particolare, attraverso il progetto Displacement Tracking Matrix, l'OIM conduce una raccolta dati continua con interviste a rifugiati e altri migranti in arrivo dal Mediterraneo e che ha reso possibile la creazione del più grande data set di questo genere sui meccanismi di viaggio, i costi, le rotte e sulle esperienze di abuso e sfruttamento vissute dai migranti in viaggio verso l’Europa. 

Le interviste raccolte sono circa 22mila, di cui più di 12mila in Italia solo da luglio 2016 ad agosto 2017. Intervistate negli hotspot (Lampedusa, Pozzallo, Trapani, Taranto), in numerosi centri di accoglienza e di transito (tra gli altri, Bari, Brindisi, Crotone, Mineo) e in luoghi di aggregazione informale (stazioni di autobus e treni), le persone coinvolte hanno fornito in modo anonimo e volontario un’importante mole di dati per lo più quantitativi che contribuisce ad arricchire la conoscenza che abbiamo dei trend più recenti e permette in qualche modo di validare l’evidenza qualitativa che proviene da forme più dirette di assistenza (degli operatori OIM, così come di altre agenzie e organizzazioni che lavorano sul campo) e da numerose inchieste giornalistiche.

L’analisi delle interviste fatte nel corso del 2016 – presentata in un rapporto pubblicato a dicembre 2017  ha permesso di delineare quali sono i fattori associati a una maggiore vulnerabilità ad alcune pratiche di sfruttamento dei migranti in viaggio, inclusi i minori e le donne. In particolare, confrontando le esperienze riportate dai migranti intervistati in Italia (rotta del Mediterraneo centrale) e quelle dei migranti incontrati in Grecia, Macedonia, Serbia, Slovenia, Ungheria, Bulgaria (rotta del Mediterraneo orientale), l’analisi testa il ruolo di alcuni fattori individuali e di contesto sulla probabilità di aver vissuto in prima persona almeno una delle pratiche di tratta e sfruttamento incluse nell’indagine (tra le quali lavoro non pagato, lavoro forzato, matrimonio organizzato, privazione della libertà).

Secondo l’analisi, chi viaggia solo, chi viaggia per periodi molto lunghi e anche superiori ai 6 mesi, chi parte da paesi in conflitto, è più vulnerabile allo sfruttamento di chi viaggia accompagnato da famigliari o conoscenti, chi si trova in transito per periodi inferiori a un mese, chi parte da paesi in situazione di assenza di conflitto. Inoltre, i migranti (donne e uomini) dell’Africa Sub-Sahariana sono più vulnerabili di coloro che provengono da qualsiasi altra regione su entrambe le rotte. Allo stesso tempo, chi intraprende la rotta del Mediterraneo centrale è più vulnerabile di chi viaggia attraverso la rotta balcanica, anche quando le caratteristiche demografiche e di viaggio sono simili. Insomma, anche se molti sono gli episodi di abuso segnalati in Turchia, Grecia, Serbia e Bulgaria dai migranti asiatici e mediorientali, i giovani che partono soli dalla Nigeria, dal Gambia, dal Mali o dalla Costa d’Avorio e che passano (e si fermano) dalla Libia prima di approdare in Italia hanno la più alta probabilità di subire abusi e sfruttamento nel corso del viaggio.

Guardando solo all’Italia, in media uomini adulti e minori (dai 14 ai 17 anni) hanno un livello di vulnerabilità più alto delle donne. Il risultato può sembrare spiazzante ma numerosi fattori contribuiscono a spiegarlo. Non solo le donne sono più riluttanti in genere a partecipare all’indagine, ma anche quando partecipano più spesso degli uomini tendono a minimizzare o a mentire rispetto a quello che hanno vissuto prima di arrivare in Europa. Inoltre, la maggior parte degli eventi riportati è avvenuta in Libia.

Guardando alle singole esperienze di sfruttamento descritte, gli uomini e i ragazzi riferiscono più spesso delle donne e delle ragazze di essere stati obbligati a situazioni di lavoro forzato o non pagato nell’edilizia, nell’agricoltura e in lavori di fatica di vario tipo. Le donne e le ragazze descrivono più frequentemente situazioni di lavoro o servitù domestica. Mentre donne e uomini sembrano subire in maniera simile la possibilità di essere rinchiusi in luoghi di semi-detenzione da cui non possono allontanarsi, le donne testimoniano più spesso di aver ricevuto offerte di matrimoni organizzati.

Infine, i dati del 2016 analizzati dal rapporto non dicono niente sul tema delle violenze sessuali e di genere. Solo recentemente l’OIM ha iniziato a testare in Italia alcune domande sulle violenze fisiche e sulla minaccia di violenze sessuali. La formulazione di queste domande richiede ancora maggiore cautela da parte degli intervistatori e pone diverse sfide metodologiche ed etiche sulla possibilità e necessità di “misurare” sistematicamente certi tipi di violenza e di abuso. L’analisi preliminare di questi dati piloti conferma la varietà delle violenze fisiche e psicologiche che donne e uomini intervistati descrivono (dalle percosse a ferite d’arma da fuoco, dalla privazione di cibo ed acqua in detenzione a pratiche assimilabili a tortura secondo le organizzazioni internazionali). Inoltre, non solo le donne riportano minacce e abusi sessuali vissuti in prima persona, ma sono frequenti gli uomini che testimoniano di aver visto donne oggetto di violenze sessuali da parte di trafficanti, bande e gruppi armati non ufficiali.

Per concludere, i dati e le analisi fino ad ora disponibili richiamano la necessità di riconoscere le specifiche vulnerabilità di gruppi diversi di popolazione, senza trascurare le diverse situazioni di rischio che ragazze, ragazzi, donne e uomini possono dover affrontare durante il viaggio. Mentre alcune di queste persone saranno considerate meritevoli di protezione (come richiedenti asilo o di vittime di tratta), la numerosità e gravità degli abusi e delle pratiche di sfruttamento vissute richiamano la necessità di considerare tutti coloro che arrivano via mare dei “sopravvissuti” sotto tanti aspetti. Non sappiamo con certezza quale possa essere il peso delle esperienze vissute prima dell’arrivo sulla probabilità di subire abusi e sfruttamento anche in Italia, ma è un legame che dobbiamo prendere in considerazione.

Riferimenti

Galos, Eliza, Bartolini, Laura, Cook, Harry e Naomi Grant (2017) Migrant vulnerability to human trafficking and exploitation: evidence from the central and eastern mediterranean migration routes. Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, Ginevra.