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Una presidente mapuche
alla costituente in Cile

Foto: Unsplash/ Andrew Ridley

Il Cile ha una lunga esperienza costituzionale, ma anche una storia di divisioni e di conflitti. Le sfide che adesso attendono le donne e gli uomini che il 4 luglio hanno applaudito Elisa Loncón alla guida della costituente sono profondamente nuove e declinano il futuro al plurale

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Vestita in solenni abiti tradizionali azzurri e neri, le collane di monete che scendono dal collo, il copricapo austero, la bandiera mapuche stretta tra le mani, il fazzoletto verde e viola nunca más sin nosotras avvolto intorno al braccio, gli occhi sorridenti che spuntano sopra la mascherina, la linguista Elisa Loncón saluta col pugno chiuso i deputati e le deputate della Convención constitucional, riuniti all’aperto sotto un’ampia tenda anti-Covid, che l’hanno appena eletta presidente, con 96 voti su 155.

Siamo a Santiago del Cile, il 4 luglio 2021, ed è una giornata di quelle che fanno la storia del costituzionalismo. Una storia che comincia da lontano, alla fine del diciottesimo secolo, con un manipolo di uomini bianchi, in gran parte abbienti proprietari di schiavi, seduti in una elegante sala a Philadelphia, la prima Constitutional convention, appunto, alla quale dobbiamo la Costituzione degli Stati Uniti. E prosegue nei secoli successivi, passando per le tumultuose convenzioni rivoluzionarie francesi, i proclami costituenti dell’indipendenza haitiana, le tante assemblee di notabili e borghesi, fino ad arrivare alle assemblee costituenti del novecento, in larga parte composte da compassati giuristi e sperimentati politici. Tutti uomini, ovviamente, e questo non solo nell’ormai lontano secondo dopoguerra (in Italia, lo sappiamo, le donne erano 21 su 556), ma anche in epoche più recenti (ad esempio, in Colombia nel 1991 le costituenti erano 4 su 70).

E, invece, quella che si è insediata il 4 luglio in Cile è, fin dal primo sguardo, una “costituente plurale”: tante le donne, i giovani, gli indigeni, con moltissimi costituenti che sventolano bandiere, sfoggiano copricapi e vestiti variegati e inusuali. Ma non è solo questione del primo sguardo. Lo dicono i numeri. Ci sono i 17 seggi riservati ai popoli nativi. Ci sono gli indipendenti che, nelle due distinte forme di indipendenti in liste di partito e indipendenti in liste di indipendenti, sono ben 88 su 155, lasciando ai politici un ruolo secondario.

Ci sono 77 donne e 78 uomini, eletti attraverso un sistema proporzionale, con scrutinio di lista e voto di preferenza nell’ambito di circoscrizioni plurinominali, con l’obbligo per le liste di essere composte in modo paritario, con capolista femminile e alternanza di genere. Ma non solo: è stato previsto un meccanismo di correzione su base circoscrizionale, che impone, qualora all’esito del voto la parità non sia conseguita, di sostituire il candidato o la candidata che risultano gli ultimi tra gli eletti, con quella o quello dell’altro genere che sono i primi non eletti nelle stessa lista.

Una vera e propria eguaglianza di risultato (paridad de salida), un unicum a livello mondiale, che, a seguito delle elezioni del 15 e 16 maggio, è stata applicata, paradossalmente, in più casi a favore degli uomini – senza la correzione, la costituente sarebbe stata formata da 71 uomini e 84 donne.

Se la sfida del costituzionalismo è, fin dal suo sorgere più di due secoli fa, quella di consentire la convivenza pacifica di una società pluralista attraverso il “patto costituzionale” siglato nel momento costituente, e se la sua evoluzione si è sviluppata nel tempo attraverso processi di progressiva inclusione di soggetti in precedenza esclusi, che hanno reso il pluralismo sempre più ricco – e sempre più difficile da integrare attraverso il diritto –, il Cile ne rappresenta al momento la punta più avanzata.

Il paese affida al processo costituente il compito immane di risanare le innumerevoli fratture della sua storia. A partire da quella sociale, tra ricchi e poveri, così evidente nella quotidianità delle vite, esacerbata dai decenni di liberismo seguiti al colpo di stato del 1973. Non per caso il punto di inizio sono state le imponenti manifestazioni di piazza (estallido social) legate alle difficoltà economiche e sociali di larga parte della popolazione, alla diseguaglianza e all’ingiustizia, che hanno portato, nel novembre del 2019, a un accordo tra tutte le forze politiche nella direzione di un processo costituente, a sua volta tradotto in norme costituzionali volte a disciplinarne le diverse tappe.

Il referendum (plebiscito nacional) del 25 ottobre 2020 ha visto trionfare, con il 78% dei voti, la proposta di una convenzione costituente, che è stata poi eletta nel maggio del 2021, con un evidente successo delle formazioni di sinistra, che reclamano diritti sociali ed eguaglianza sostanziale.

Ma non c’è solo la frattura sociale. C’è quella della memoria, legata all’assassinio del presidente Allende e all’avvento della dittatura di Pinochet, mai sanata nonostante la transizione democratica avviata all’inizio degli anni novanta, e una democrazia che si è venuta consolidando con elezioni libere, decenni di governo di una coalizione di partiti di centro-sinistra e la piena garanzia dei diritti politici e della libertà di espressione. Una nuova costituzione, quindi, per chiudere, anche simbolicamente, con il passato, con la costituzione di Pinochet del 1980 che, benché profondamente revisionata, resta quella vigente.

E, risalendo ancora più indietro, c’è la frattura con i popoli indigeni, la conquista, il colonialismo, l’emarginazione, quel vero e proprio apartheid non dichiarato che caratterizza molti paesi dell’America latina, dove il colore della pelle continua a fare la differenza e le élite restano inesorabilmente bianche. Frattura coi popoli indigeni che vuol dire anche con i loro stili di vita e soprattutto, in territori ricchi in natura e sottosuolo, con l’ambiente e le sue risorse.

Ma non solo. Il processo costituente cileno, come mostrano proprio le scelte innovative a tutela della parità di genere, mira ad andare oltre la questione delle ferite da sanare, per aprirsi a una visione assai più ampia e nuova del pluralismo e della differenza. Per noi, così poco abituati al linguaggio di genere, sentire il vice-presidente della Convenzione, il costituzionalista Jaime Bassa, riferirsi a todos, todas y todes, è quasi inusitato.

Ovviamente, la sfida che tutto ciò pone è immane. Come evitare che la convenzione – lo abbiamo visto accadere ad altre esperienze latinoamericane in questi ultimi decenni – si abbandoni a una deriva utopistica, dimenticando di occuparsi di tematiche non meno importanti dei diritti, come la separazione dei poteri e il rule of law? E come evitare che, anche questo già visto nella regione, ci si limiti a imporre, a colpi di maggioranza, la visione di una parte, senza cercare di costruire un vero consenso?

La norma costituzionale che prevede che il regolamento della convenzione e i singoli articoli della futura costituzione debbono essere approvati con la maggioranza dei due terzi può aiutare a evitare tentazioni maggioritarie, ma allo stesso tempo rischia di produrre minoranze di blocco che possono impedire di completare il processo: non va dimenticato che la convenzione ha soltanto nove mesi dal suo insediamento, prorogabili per altri tre, per adottare il testo. Senza cui il processo costituente rischia di fallire, e le esigenze, e speranze, che lo hanno generato di restare senza risposta.

Il Cile, uno dei paesi più stabili e sviluppati dell’America latina, ha una lunga esperienza costituzionale, ma anche una storia di divisioni e di conflitti. Le sfide che attendono le donne e gli uomini che il 4 luglio applaudivano Elisa Loncón sono però profondamente nuove: scrivere un patto costituzionale in un contesto pienamente plurale e inclusivo. Un obbiettivo che impone al costituzionalismo tutto di fare un ulteriore passo. E proprio per questo la convenzione costituente cilena merita tutta la nostra attenzione, ben oltre i confini di "un paese lontano".

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