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Come sta cambiando
l'America

Foto: Unsplash/ Tim Mossholder

Da New York all'Arizona. Come sta cambiando il paese diviso e pieno di contraddizioni che sempre più marcatamente fa da specchio a un pianeta al collasso. Una conversazione con Yasmine Ergas, sociologa e giurista della Columbia University

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Sempre più marcatamente nel corso degli ultimi anni gli Stati Uniti hanno fatto da specchio a un pianeta al collasso, portando all’estremo le contraddizioni di un modello economico e di consumo che si è affermato come dominante a livello globale, con tutti i risvolti che questo ha avuto, e sta avendo, in termini di narrazioni ma anche e soprattutto di giustizia. Cosa sta cambiando, cosa cambierà. Una conversazione con Yasmine Ergas, sociologa e giurista da anni a New York, dove dirige il programma su "Gender and Public Policy" della Columbia University.

Vista da qui, l’America post elezioni, sembra un paese diviso da una spaccatura più che numerica sentimentale, tra i sostenitori di Donald Trump e tutti gli altri, che sono poi quelli che hanno gioito dei risultati come di solito accade di fronte alle liberazioni. A due settimane dall'insediamento del nuovo governo, e da un'inaugurazione verrebbe da dire “molto americana” – con Lady Gaga che canta l'inno nazionale, Jennnifer Lopez che si esibisce nel remix di This land is your land e America the beautiful – del resto in linea con un codice consolidato che vede lo show business prendere parte attiva a campagne elettorali e politiche – e la coppia Joe Biden-Kamala Harris, prima donna e nera a ricoprire il ruolo di vicepresidente, incorniciati a salvatori della patria, c'è la percezione diffusa che si apra una stagione diversa per gli Stati Uniti e per il mondo. Sarà davvero così? Cosa resterà di questa frattura?

A focalizzarsi solo sul lato hollywoodiano dell’evento si rischia di perdere la portata di radicale innovazione che questa inaugurazione ha rappresentato. Un’innovazione in parte legata alla pandemia, perché l’evento doveva svolgersi necessariamente online. Ma avrebbe anche potuto essere una cena elitaria e ristretta alla Casa Bianca, invece il partito democratico ha fatto una scelta importante, mettendo in scena e rendendo partecipi, non solo dal punto di vista dell’audience ma anche del protagonismo diretto, tutti gli Stati Uniti, con spettacoli localizzati a latitudini diverse, e un’ampia gamma di personaggi della cultura popolare, ma non solo. Penso alla performance di uno dei più grandi cellisti contemporanei, YoYo Ma, che ha eseguito Amazing Grace con un’introduzione sua molto efficace e personale, mettendo in scena più che lo spettacolo popolare, la grande musica. L’inaugurazione ha avuto quindi secondo me un compito preciso, quello di mostrare l’America nei suoi vari e diversi registri, e in contrapposizione a quell’idea di “vera” America che per quattro anni è stata raccontata dal governo di Trump come un’America bianca, fondamentalmente razzista e animata da una rabbia nazionalista proprio perché si è sentita assediata, come se l’America “vera” fosse rappresentata da quel gruppo. 

Quindi l’Inauguration Day ha mostrato che la vera America è un’altra – una “nazione incompiuta, dove una ragazza nera che discende dagli schiavi cresciuta da una madre single può sognare di diventare presidente”, come l’ha definita Amanda Gorman nel poema che ha letto e dedicato a questo “nuovo capitolo”…?

Sicuramente, e con grande sollievo di molti. E quale che sia il grado di soddisfazione che si può provare nei confronti dei risultati elettorali, ci sono almeno tre cose di cui dovremmo essere se non entusiasti quantomeno sollevati: il governo Biden-Harris è quello che ha più donne di quante non ce ne siano mai state in un governo americano, è più differenziato da un punto di vista razziale, e questa diversità è strettamente connessa alle competenze, come ha mostrato bene un’analisi comparsa qualche giorno fa sulle pagine del New York Times dedicata a un confronto tra i criteri di selezione di Biden e di Trump nella formazione dei ministeri. La mia speranza è per un governo anche noioso. Vorrei vivere in un’America in cui non devo svegliarmi tutte le mattine e accendere il telegiornale perché non posso permettermi di non sapere cosa ha combinato nelle ore piccole della notte il presidente, quale altro disastro ha scatenato. Insomma, voglio pensare a questo governo come a un governo che possa restituirci lo spazio per una vita più normale, in cui c’è un’amministrazione che fa il suo lavoro, e i cittadini che vivono le loro vite. Che non significa diventare cittadini disinteressati, ma tornare a un’idea di cittadinanza che vota in un sistema repubblicano per un governo di cui può avere una certa fiducia. Ecco, io direi, ben torni la noia, lo slogan potrebbe essere questo. Ben vengano tempi privi di gesti eclatanti. Questo sarà, credo, un governo lineare. Se saremo costretti a restare incollati agli schermi non sarà per quello che farà ma per le reazioni che susciterà, e per quello che continuerà ad accadere nel resto del mondo. 

Amanda Gorman recita il poema 'The hil we climb' per l'Inauguration Day, a Washinghton (Foto di Chairman of the Joint Chiefs of Staff, Flickr)

Tu hai scritto molto su femminismo e politiche sociali e attualmente ti stai occupando di ricerche relative al backlash internazionale contro i diritti di genere. Da esperta di politiche pubbliche, e considerando i percorsi politici di Biden e Harris, cosa cambierà secondo te concretamente per le donne, per i diritti, per la salute pubblica, per le politiche sul clima?

Per capire cosa cambierà sul piano delle politiche pubbliche, c’è da tenere bene a mente gli orizzonti temporali. Negli Stati Uniti il presidente è eletto per quattro anni, dopo due anni c’è già una seconda tornata elettorale che spesso ha risultati avversi al presidente in carica. Oggi Biden e Harris hanno una maggioranza in tutte e due le camere, senato e rappresentanti, e hanno l’esecutivo, che significa un tris fantastico. Potrà durare? Nessuno può saperlo, Obama aveva questa situazione e poi l’ha persa. Il fatto che Biden abbia questa maggioranza democratica è veramente un regalo di Donald Trump, ed è in parte dovuto al fatto che c’è stato un ripudio generale nel paese: Biden ha vinto davvero queste elezioni, non è stata una vittoria risicata a livello di voti. Ma non sappiamo se durerà, quindi la prima questione è che se cambierà qualcosa deve iniziare a cambiare subito.

Ecco, cosa sta cambiando nell’immediato.

C’è più di una cosa che Biden e Harris hanno fatto subito. Primo, hanno istituito un consiglio sulla gender equality. Un passo importante, anche solo a livello di linguaggio, considerando che nel governo Trump non si poteva utilizzare la parola “genere”, ma si poteva parlare solo di “donne e ragazze”, c’è stata addirittura una campagna nazionale su questo. Ora, insieme alla parola, torna l’idea che ci vuole un ente di consiglio e di vigilanza su tutte le politiche del governo volte a colmare i divari legati al genere. Poi, hanno abrogato la norma che vietava la distribuzione di fondi a Ong all’esterno degli Stati Uniti, che in qualsiasi modo parlassero di o facilitassero le interruzioni volontarie di gravidanza, e che ha avuto conseguenze drammatiche, gli scienziati sociali ne hanno studiato gli effetti, per la salute delle donne in molte parti del mondo. Ancora, hanno messo in programma di migliorare il sistema di congedi di maternità e paternità e l’accesso a finanziamenti per la cura all’infanzia. Si stanno occupando di problemi fondamentali: l’immigrazione, i diritti elettorali. E ci saranno nuovi giudici. Certo, non potranno ribilanciare le corti dopo l’ondata trumpiana, e la maggior parte della corte suprema è attualmente conservatrice e lo sarà ancora a lungo, questo coinciderà sicuramente con una stretta sui diritti, ma ci saranno nuove nomine.

Il confine tra Messico e Stati Uniti dove dal 2018 migliaia di bambini sono stati separati dai genitori (Foto di Sheila Ahmadi, Flickr)

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Assolutamente, e la questione del clima e dell’ambiente saliranno di importanza nell’agenda politica. In generale, c’è una ripresa di multilateralismo che riguarda anche le tematiche di genere (Oms, Unfpa, e altre organizzazioni), quindi una ripresa di relazioni con istituzioni che sono multilaterali e sulle quali gli Stati Uniti potrebbero avere un’influenza progressista. Per questo, da un punto di vista istituzionale sono abbastanza ottimista. Non si tratta sicuramente di un governo radicale, ma il fatto che Janet Yellen sia prima segretaria donna del tesoro mi sembra un altro dato di cui essere contente. È un’economista del lavoro che ha scritto sull’occupazione femminile e l’importanza di rimuovere gli ostacoli che limitano questa partecipazione. Quindi tornando al discorso delle competenze, parliamo di un fatto significativo. E l’elemento di raccordo, mi sembra essere che in tutte le decisioni che stanno prendendo, specie in termini di nomine, ma anche di politiche, fanno molta attenzione alla questione razziale.

In che modo?

La discriminazione razziale è strutturale negli Stati Uniti, è un dato di fatto e non soltanto perché culturale. Le istituzioni dello stato sociale americano risultano in parte significativa da un patteggiamento tra i governi nazionali e i rappresentanti degli stati del sud che hanno garantito un grande margine di autonomia a questi stati e che non hanno spinto a sufficienza per garantire i diritti sociali della popolazione nera. Ci vorranno ancora molti passaggi per cambiare, ma il fatto che in Georgia, stato storico della confederazione e della guerra civile, i senatori oggi siano un pastore nero, erede diretto di Martin Luther King e un giovane ebreo che è il nipote di un sopravvissuto all’olocausto, mi sembra un buon inizio. Lo è di sicuro sapere che proprio la Georgia è rappresentata da questo abbinamento, due persone che lavorano molto intensamente insieme, e non dall’America bianca più o meno wasp (white-anglo-saxon-protestant, ndr) e tradizionale. Del resto è per via di quello che è successo in Georgia che Trump ha perso, o quantomeno che i repubblicani hanno perso il controllo sul senato.

Vista sul deserto dal Meteor Crater Museum, Arizona (Foto di Ethan Kan, Flickr)

I fatti a cui abbiamo assistito negli ultimi anni in termini di messa a rischio delle vite e dei diritti – dalle uscite marcatamente sessiste dell'ex presidente, agli omicidi razziali che hanno portato un movimento come Black Lives Matter a diventare sempre più visibile, ai bambini separati dai genitori al confine tra Stati Uniti e Messico – guardati dopo le ultime elezioni potrebbero sembrare i resti di un sogno grottesco, invece era tutto vero. E l'assalto al Congresso del 6 gennaio sembra non aver fatto altro che ribadirlo, precisare il fatto che la democrazia non è ancora qualcosa che possiamo dare per scontato, che ci sono vite e persone che valgono di più in base all'etnia e al genere a cui appartengono. Quanti anni ci vorranno per liberarsi da questo pensiero, sempre che sia possibile? 

Temo che, come abbiamo visto in Italia e in tanti altri paesi, il rischio di zoccoli duri e di significativi gruppi sociali che possono andare verso una deriva autoritaria e razzista, c’è e rimane. Mi raccontava un amico che agli inizi di gennaio ha fatto un giro negli stati del Sud Ovest, stati come ad esempio l’Arizona, ed era rimasto colpito dalla normalità delle bandiere della confederazione, dei costanti richiami radio alla mobilitazione della popolazione per andare a Washington per quella che, il 6 gennaio, sarebbe stata una grande festa del popolo, un’occasione grandiosa. Quello che sto cercando di dire è che ci sono delle zone del paese, che non sono soltanto concentrate al Sud, ma che sono diffuse su tutto il territorio – e certo molto meno nei grandi centri urbani e molto più nelle zone rurali – dove vige un senso comune fondamentalmente intriso di una specie di irredentismo. Come di una minoranza che avrebbe dovuto essere maggioranza, una minoranza offesa da un governo eletto democraticamente ma che viene vissuto come se fosse espressione di una voce minoritaria e illegittima. Molto di questo continuerà a esistere. Probabilmente alcune fasce si staccheranno. Lentamente, ma si staccheranno. E dovranno essere integrate attraverso politiche pubbliche – scuole, politiche sociali che rispondano alle esigenze di occupazione, ai problemi sociali veri che sono anche caratteristici di queste zone. 

Che poi, le radici di questo (ri)sentimento saranno di gran lunga precedenti e “collaterali” a Trump…

C’è una lunghissima tradizione, negli ultimi 25 anni c’è stato un susseguirsi di atti terroristici della destra americana, che i governi che si sono succeduti hanno stentato a riconoscere per quello che era. Nei confronti del terrorismo e della violenza ci vogliano azioni commensurate, bisogna fare i processi, e tutto quello che si fa di fronte a delle istigazioni alla violenza di questo tipo – che negli Stati Uniti significa un’istigazione alla violenza di un popolo armato, ricordiamoci che qui c’è una diffusione di armi da fuoco che non esiste in qualsiasi altro paese occidentale. Per questo l’America ha bisogno di politiche di integrazione. Cambierà questa cultura? Molto lentamente. Ci sarà la fronda? Ci sarà la fronda. Bisogna saperlo. Del resto le estremizzazioni riguardano anche l’Italia di tutti i giorni, e poi ci sono Putin, Bolsonaro, e molti altri...

 

Jake Angeli, un sostenitore di Trump, il 6 gennaio 2021 davanti al Congresso (Foto di Larry Cohen)

Certo, e però forse in questo caso ci sarebbe da guardare al modo specifico in cui Donald Trump si è proposto in pubblico, alla sua prossemica, alla mimica facciale con cui ha forzato un’idea già consunta di mascolinità fino a renderla quasi ridicola, sicuramente indigesta, in qualche modo degradata. Mi torna in mente un saggio di Agnieszka Graff, che abbiamo tradotto in italiano Uomosfera, la rivolta dei maschi umiliati, che partiva proprio dall’alt-right americana per un’inchiesta originale e utilissima a comprendere come gli estremismi che vediamo oggi in qualche modo hanno trovato terreno fertile in tutta una serie di subculture strettamente legate a visioni misogine, maschiliste, diciamo pure machiste, che nel corso degli ultimi vent’anni hanno proliferato online, e non solo tramite social ma soprattutto grazie a forum dedicati e gruppi chiusi che hanno funzionato come una grande matrice sommersa di “confidenze e lagne maschili, e di corrispondenti consigli”. È qualcosa di cui, forse, sappiamo ancora troppo poco.

Assolutamente, ed è forse proprio la cultura di grande autonomia sociale che caratterizza gli Stati Uniti che insieme a Internet ha permesso che queste visioni proliferassero di più proprio a partire da qui. La misoginia, certo. È il culto della mascolinità così come lo abbiamo visto nelle elezioni del 2016, dove per me rappresentava “la” questione di genere nella partita con Hillary Clinton. E c’è sicuramente un gap nelle scelte dell’elettorato, lo abbiamo visto anche dai dati delle ultime elezioni, ma il punto è quello che veramente Trump ha messo in scena: il trionfo di una mascolinità aggressiva, tradizionale, indifferente, eccessiva, quasi troglodita. Per questo è importante notare come l’inaugurazione abbia rappresentato un’America diametralmente opposta. Restituendoci un’altra immagine del popolo americano, della nazione americana, nel senso più progressista che possiamo affidare a queste parole, e a costo di sembrare troppo ottimisti. Ma abbiamo vissuto un tale cauchemar in questi quattro anni che, davvero, non conosco persona che non abbia pianto. E in questo hai ragione, è stata esattamente una festa di liberazione. Ma anche le feste di liberazione non si celebrano sulle sconfitte assolute, quanto su passaggi e transizioni. Significa che l’America che abbiamo visto irrompere al Congresso il 6 gennaio c’è, e rimane molto presente. Ma non ha la stessa legittimità istituzionale, e questo cambia parecchio le cose.

In copertina: Lindsey Ross 'Ladies of Guadalupe mural', Far Western Tavern building, California 2017 

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