Articolobuone pratiche

Due buoni esempi
di cohousing al femminile

Un modello abitativo che offre l'opportunità di ripensare la condizione femminile e il lavoro di cura, attraverso lo sviluppo di forme di collaborazione che vanno ben oltre le tradizionali “relazioni di buon vicinato”. E sottraggono territori alle logiche speculative. L'esempio di due iniziative riuscite, a Ferrara e a Vienna

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A fronte dell’incalzante arretramento dei sistemi di welfare, con l'attuale crisi si assiste a un rifiorire dei temi dell’economia solidale; tra questi c'è il forte ritorno di forme di abitare comunitario che rimanda ad una tradizione nata negli anni Settanta, quella del cohousing. Oggi questo modello abitativo offre l'opportunità di ripensare la condizione femminile e il lavoro di cura, attraverso lo sviluppo di forme di collaborazione che si spingono ben oltre le tradizionali “relazioni di buon vicinato” (1).

La formula che si è affermata nel corso degli anni prevede l’associazione di alloggi privati e spazi comuni, spesso caratterizzati dalla progettazione partecipata e da un disegno degli spazi volto a favorire lo sviluppo di “comunità”, nonché da forme di gestione (e a volte anche di proprietà) cooperativa di spazi e servizi, di cui si fanno carico in prima persona gli stessi abitanti.

Com’è facile immaginare, il cohousing non rimanda ad un modello univoco, ma costituisce un concetto con una forte carica suggestiva, che, in base ai differenti contesti e momenti storici, è stato reinterpretato e declinato a livello locale in molti modi. La grande fascinazione oggi esercitata dal cohousing si basa su una notevole semplificazione, ma la sua storia non è stata affatto lineare: in base alle caratteristiche dei gruppi che se ne sono fatti promotori è più o meno evidente come le iniziative della società civile abbiano fatto i conti con varie forme di conflitto sociale; infatti nonostante si tenda a pensare il cohousing come un fenomeno radicato nella sensibilità delle classi medie, molte delle esperienze originarie (soprattutto in Olanda) nascono dalla legalizzazione a posteriori di case occupate.

Oggi è interessante identificare il modo con cui le diverse iniziative si inseriscono nelle problematiche sociali e abitative in atto, di quali bisogni e istanze si facciano portavoce, e soprattutto come queste iniziative possano contribuire alla costruzione delle politiche pubbliche: due recenti esperienze europee ci permetteranno una piccola incursione in questa realtà.

Nel 2003 a Vienna un gruppo di donne (supportate dalla presenza di un’architetta-attivista) avviano un percorso dal basso: il progetto di cohousing ro*sa. Il progetto verrà poi sostenuto dalla municipalità, molto attiva nella sperimentazione sul fronte dell’housing sociale e in particolare delle politiche di genere. Un ruolo centrale è svolto da una struttura specifica della realtà viennese, il Frauenbureau (Ufficio delle donne) con funzioni di coordinamento dei diversi livelli e temi della pianificazione urbana; inoltre il progetto si colloca nel più vasto contesto di incentivazione/educazione alla qualità urbana e dell’abitare, attivato in un rapporto dialettico tra pubblico e privato, a partire dai primi anni Novanta. In particolare il gruppo di progetti Frauen Werk Stadt, di cui il cohousing ro*sa diventa l’espressione più recente, ha visto il coinvolgimento di imprese e professionisti in una progettazione più attenta alle differenze e una maggiore attenzione alla richiesta di servizi, che, pur riguardando l’edilizia pubblica, ha indotto un adeguamento anche nell’edilizia privata.

Con ro*sa, si riconosce un ruolo da protagonisti ai cittadini, anzi alle cittadine: un virtuoso percorso di contrattazione tra queste e la pubblica amministrazione ha fatto sì che le attiviste potessero realizzare il progetto con un supporto pubblico soprattutto rivolto all’acquisizione del terreno e all’assistenza alla progettazione, ma al tempo stesso ha permesso all’amministrazione di avere in cambio una quota di alloggi di edilizia pubblica. Si sono cioè messe in atto delle politiche di “social mix”, volte a promuovere una composizione sociale disomogenea degli abitanti (evitando così la realizzazione di quartieri esclusivi o, al contrario, di ghetti di povertà). Nel caso di ro*sa questo ha portato all’inclusione di un gruppo di donne immigrate nel progetto, le quali, attraverso il cohousing, hanno potuto ampliare la propria rete di conoscenze amicali aprendo una finestra sul mondo culturale e sociale della città, con possibili buone ripercussioni anche a livello lavorativo.

In realtà il rapporto tra cittadini “attivi” e amministrazione locale non appare del tutto privo di ambiguità e attriti: infatti alcune clausole a cui è vincolato il supporto tramite sussidi pubblici, sono state inizialmente contestate dalle attiviste. Tra queste l’eliminazione di forme di discriminazione positiva, quale la scelta di concedere la titolarità dell’alloggio alle sole donne, ma anche la stessa cessione del 30% degli alloggi alla municipalità, vista come un rischio per le dinamiche di coesione e collaborazione interna.

Il caso di Ferrara segue lo sviluppo di un’azione dal basso declinata al femminile un po’ “per caso”, in relazione alla specifica sensibilità “di genere” al tema dell’abitare comunitario. Quest’esperienza, condotta entro il quadro dell’iniziativa privata, ha portato alla maturazione di capacità di innovazione e “imprenditorialità” al femminile che si avvalgono però, almeno nell’avvio, del sostegno di politiche istituzionali sensibili, e in particolare di quelle legate ad Agenda21 locale per cui la città di Ferrara è nota. A partire da un gruppo di acquisto solidale, nel 2008 nasce l’associazione di cohousing Solidaria, che continuerà ad essere supportata con misure indirette dalla pubblica amministrazione (apertura di canali informativi, formativi e divulgativi).

L’associazione è composta prevalentemente da impiegati pubblici, ben dotati in termini di cultura, tempo e know-how: si pensi solo alla capacità di individuare dei referenti pubblici a cui rivolgersi, alla conoscenza di tempi e modi dell’azione delle istituzioni, all’atteggiamento implicito di fiducia in queste ultime, pur nella consapevolezza dei loro limiti, che caratterizza tutto il percorso. Nonostante l’interesse dimostrato per l’iniziativa, quello che qui non si verifica è tuttavia un riconoscimento diretto del valore collettivo dei processi di empowerment attivati nella gestione del processo costruttivo, che è anche costruzione di senso in comune: questi aspetti, valutati molto positivamente dalle donne coinvolte, sono relegati dalle istituzioni in una dimensione privata. Il risultato è che i soggetti coinvolti non possono che essere limitati a coloro che sono già in partenza caratterizzati da quella dotazione iniziale, sia economica che culturale, che li ha resi in grado di auto-organizzarsi e di farsi coinvolgere dalle stesse politiche per la partecipazione attivate a livello locale. A ciò si aggiunga che la mancanza di un impegno più diretto del pubblico ha indotto l’impossibilità di supportare il gruppo nei momenti di difficoltà, sempre più pesanti rispetto all’avanzamento del progetto proprio perché la crisi rende sempre più fragili e isolati gli stessi promotori iniziali.

L’occasione perduta, anche nel confronto con l’esempio viennese, è quella di sfruttare il processo avviato con il Cohousing per supportare più a fondo l’attivazione dei cittadini, coinvolgendo al tempo stesso nei processi di empowerment anche i soggetti più fragili: la possibilità di prevedere quote di alloggi sociali nei cohousing autopromossi, rappresenta sicuramente un’opportunità (da indagare anche in Italia) per costruire dei percorsi di inserimento in un contesto di apprendimento e responsabilizzazione, oltre che un implicito correttivo contro i rischi di una eccessiva omogeneità sociale e culturale.

Il cohousing esprime oggi la ricerca di un welfare spaziale che è stato un cavallo di battaglia storico delle lotte femministe, col risultato di ottenere un miglioramento della qualità urbana con ricadute positive molto più generali. Il tema, riproposto nei termini di un più ampio diritto alla città, è ancora di forte attualità, ma (come argomentato efficacemente in varie occasioni da Cristina Bianchetti (2)) corre il rischio di essere declinato in chiave di “diritti privatistici”, rivendicati da differenti gruppi sociali con scarsi contatti reciproci.

Imprescindibile è allora la capacità delle istituzioni di svolgere un ruolo di regia, che passa attraverso il riconoscimento dell’esistenza di interessi molteplici, da incanalare però nella costruzione di convergenze (per quanto instabili o mutevoli) in una dimensione di interesse collettivo, oltre che comunitario.

Le opportunità offerte dal cohousing in questo senso riguardano soprattutto le componenti di processo che lo caratterizzano: il controllo diretto dell’intero processo costruttivo da parte degli abitanti, se opportunamente accompagnato e supportato dal pubblico, offre l’opportunità di migliorare l’accessibilità economica dell’alloggio, sottraendolo a dinamiche speculative. Questa è la logica sviluppata storicamente dalle cooperative di abitazione, oggi riletta nel cohousing attraverso l’attenzione alle differenze espressa a partire dalle esigenze e caratteristiche specifiche dei soggetti coinvolti.

Se nel contesto della crisi, le pratiche di vita comunitaria possono rappresentare un nuovo luogo di produzione di servizi, occorre partire proprio dai punti irrisolti, che vanno esplicitati come stimoli per definire un rapporto tra pubblico e privato “attivo” in cui il ruolo della governance istituzionale è centrale nel rendere più aperti e inclusivi i percorsi attivati dal basso.

 

Note

(1) Il tema è stato trattato con maggiore dettaglio nel contributo presentato in occasione delle V conferenza Espanet “Risposte alla crisi. Esperienze, proposte e politiche di welfare in Italia e in Europa” (Roma, 20 — 22 Settembre 2012). Il relativo articolo è disponibile online sul sito della conferenza: http://www.espanet-italia.net/images/conferenza2012/PAPER%202012/Sessione_A/A_3_BARTOLINI_DURANTE.pdf

(2) Bianchetti C., 2012, L’abitare, oltre la stagione neo-fenomenologica, Atti della XV Conferenza Nazionale SIU “L’urbanistica che cambia. Rischi e valori”, in Planum. The Journal of Urbanism n.25, vol.2/2012