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In Niente scuse. La violenza di genere riguarda anche te, Rossella Ghigi, sociologa dell'Università di Bologna, ci ricorda che la violenza non è un incidente privato, ma un fatto collettivo, strutturato da una grammatica fatta di gesti, norme e azioni quotidiane e sorretto da costrutti sociali, culturali e simbolici. A partire dalle parole che usiamo – o scegliamo di non usare – per nominarla

La grammatica
della violenza

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Niente scuse di Rossella Ghigi
Credits Unsplash/Elen Yatsenko

Dire, fare, baciare, lettera, testamento. Questa filastrocca mi riporta a quando ero uno scolaro delle scuole elementari e giocavo assieme ai miei compagni di classe, nell’aula o in giardino, a ‘palla avvelenata’ o ad ‘asino’. Chi perdeva, immancabilmente, a occhi chiusi, doveva stringere un dito di una mano di un altro compagno – che, muovendola e agitandola ‘mescolava’ le dita rendendo, così, difficile al compagno bendato, scegliere il dito che voleva – per sapere quale penitenza gli sarebbe toccata. Ogni dito era una di quelle azioni.

Niente scuse

Dire, fare, baciare, lettera, testamento mi riporta a risate, corse, giochi, spensieratezza. Ed è per questo che la scelta di Rossella Ghigi di usare questa filastrocca che nessuno può dire di non conoscere come filo rosso del suo libro Niente scuse. La violenza di genere riguarda anche te (il Mulino, 2025) è un atto politico molto duro e scomodo. Quel miscuglio, nel gioco, tra potere e umiliazione, divertimento e penitenza, consenso e costrizione, in realtà, è il terreno fertile in cui, poi, potrà/potrebbe crescere una cultura che non è in grado di nominare il consenso

Il ‘consenso’ fa paura. Il ‘consenso’ mette a repentaglio la tenuta della società patriarcale ed eteronormativa. Il ‘consenso’ mostra come le disuguaglianze di potere e le gerarchie di ruoli siano già forme di violenza di genere di cui tutti siamo responsabili. Il consenso non è un fatto individuale, è un fatto sociale in quanto collettivo: "parlare di responsabilità collettiva della violenza significa partire da qui: dalle radici profonde e diffuse e dai gesti quotidiani che la precedono e la rendono possibile, per arrivare a interrogare le strutture sociali, culturali e simboliche che la sorreggono" scrive Ghigi nel libro. 

Il consenso non è uno scambio puramente verbale, non è riconducibile alla sola distinzione lessicale /no, non è solo una cosa fatta con le parole. Se si fanno cose con le parole è perché ci sono parole fatte dalle cose – ed è quanto Ghigi, a mio avviso, arriva a dimostrare brillantemente nel volume. Mi spiego. Perché la parola ‘consenso’ abbia tutta la sua potenza performativa – cioè il 'no' è 'no' – occorre che il suo senso sia altrettanto radicato, costruito e condiviso collettivamente. Le "cose" che contribuiscono alla sua costruzione sono, per l’appunto, i simboli, le pratiche, le abitudini, le norme, i quadri semantici. Un esempio: se il Parlamento non riesce a usare in modo univoco, chiaro e netto il termine ‘consenso’, e, invece, gioca sull’ambiguità verbale, vuol dire che è lo stesso diritto a essere, ancora, incapace di pronunciarlo. Cioè, detto brutalmente, la donna è ancora il soggetto – debole – che deve dimostrare di aver detto ‘no’. 

Per questo, il lavoro di ricerca di Rossella Ghigi, che insegna Sociologia della famiglia e delle differenze di genere nell’Università di Bologna, è alquanto insolito e complesso. L'autrice non si sofferma ad analizzare la violenza di genere in generale; l’oggetto di studio della sua ricerca è la violenza che si instaura nelle relazioni di intimità tra uomini e donne. Il soggetto che interpella non è l’uomo che, in quella coppia, è colpevole di atti di violenza contro la propria compagna o figlia o moglie o sorella, bensì il vicino, cioè io. Infatti, domanda: "cosa c’entro io se sento che il vicino di casa picchia la moglie? Se il mio studente perseguita la compagna con cui ha avuto una relazione tempo fa? Se leggo di un ennesimo femminicidio sui giornali?". Per questo, il materiale empirico raccolto e analizzato con insolito sguardo critico è vario ed eclettico: dati statistici, articoli di giornali, fatti di cronaca, opinioni raccolte dai propri studenti o in occasioni di conferenze e dibattiti. Se è la società a essere chiamata a rispondere della violenza di genere, allora, bisogna studiare come la società rappresenta, regola, immagina, semantizza, ammette, contrasta la stessa violenza di genere.

I capitoli che costituiscono il volume hanno, per titolo, le cinque parole della filastrocca della nostra infanzia.

Dire. La violenza di genere va detta, dichiarata, chiamata con il suo nome, "di genere", per l’appunto. Solo così è possibile riconoscere collettivamente che esiste e che non è altro – conflitti o ‘incidenti privati’. Ghigi è consapevole che la stessa operazione di nominare ‘violenza di genere’ è una distinzione tra la violenza di genere e ‘violenza maschile contro le donne’, o ‘femminicidio’. L’autrice preferisce seguire il paradigma della ‘violenza di genere’ perché permette di includere anche tutte quelle violenze contro le soggettività Lgbtqia+. Tale paradigma, senza voler celare la "responsabilità maschile", riconosce che la violenza trova una sorta di legittimità entro una struttura sociale fatta di ruoli, identità, gerarchie, asimmetrie che punisce chi tenta di uscirne.

Fare. Domanda Ghigi: "cosa facciamo, collettivamente, per predisporre il contesto della violenza di genere?". Sì, avete letto bene. Ghigi non domanda che cosa facciamo, collettivamente, per contrastare la violenza di genere, ma che cosa facciamo, al contrario, per rafforzare la violenza di genere. Ai numerosi esempi riportati nel suo libro, ne aggiungo uno. Nel mese di gennaio di quest’anno, Costantino Righi Riva, consigliere del Consiglio comunale di Formigine, in provincia di Modena, durante il dibattito in merito ad alcune iniziative con scuole e associazioni per valorizzare il ruolo delle donne nella nascita della Repubblica italiana, ha affermato: "il diritto di voto alle donne è stato riconosciuto in Italia solo nel 1946, perché c’era il fondato timore che potesse rappresentare un primo attacco all’unità familiare, e la storia si è incaricata di dimostrare che questo timore era più che fondato. D’altra parte, se una casa è divisa in sé stessa, quella casa non può reggersi. Dopo il ’46, sono arrivate leggi come quella sul divorzio, sulla riforma del diritto di famiglia, che hanno rappresentato altrettanti attacchi alla famiglia, e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Piuttosto che al passato, però, si dovrebbe guardare al futuro, alla crisi dell’individualismo di matrice liberale che ha portato al riconoscimento del diritto di voto alle donne". Ovviamente, il consigliere non ha firmato la mozione. Queste credenze sull’inferiorità della donna rispetto all’uomo e la gerarchia dei ruoli di potere nutrono la violenza di genere. Detto diversamente: la violenza contro le donne è la (giusta) punizione per che le donne che, disattendendo le aspettative (la donna non può votare perché, altrimenti, potrebbe votare diversamente dal marito trovandosi, così, in disaccordo e l’unità della ‘sacra’ famiglia sarebbe rotta), cercano di sottrarsi al dominio maschile. Queste aspettative sociali, conclude Ghigi, "ribadiscono che la differenza è una gerarchia". In una parola, il patriarcato. Ghigi chiarisce che "il patriarcato non significa che ogni uomo è violento, o che ogni relazione disfunzionale è causata direttamente da esso.  Significa però che esiste un sistema di valori e norme implicite che per secoli ha attribuito agli uomini potere e controllo sulle donne". Quando Ghigi scrive che "il braccio" con cui il patriarcato opera è la maschilità egemonica, fa un’affermazione molto forte perché chi di noi può affermare di non essere mai stato un maschio egemonico? La maschilità egemonica "chiede agli uomini prestazione, dominio, silenzio emotivo e conformità a un modello limitante, escludente e spesso autodistruttivo; si nutre di gerarchie tra uomini, svalutando quelli percepiti come ‘deboli’, ‘sensibili’, ‘sottomessi’".

Baciare. Ogni capitolo è introdotto da un pezzo della favola di Barba-blu perché è l’intimità la sfera sociale indagata quale luogo di manifestazione della violenza di genere. Le violenze di genere perpetrate ‘per amore’ sono quelle più taciute e per le quali vige, ancora, una semantica della donna ‘responsabile’ del suo maltrattamento. Se, infatti, come arriva a notare Ghigi, l’intera produzione culturale di film, canzoni, immagini, e parole, è, ancora, una riflessione collettiva sul “perché lei non lo lasci” e non, invece, sul “perché lui la maltratti”, è chiaro che si continua a caricare la donna delle responsabilità della sua condizione. Anche questa volta, aggiungo un episodio di cronaca. Durante la seduta dell’Assemblea legislativa dell’Emilia Romagna del 17 febbraio 2025, Priamo Bocchi, consigliere di Fratelli d’Italia, ha illustrato la sua teoria in merito ai sempre più numerosi episodi di violenza contro le donne: "se andassimo ad analizzare il movente o una spiegazione sociologica o antropologica dei tanti episodi di violenza dentro e fuori le mura domestiche, è, forse, riconducibile al fatto che l’uomo ha perso un po’ di virilità, si è de-virilizzato: è troppo dipendente nelle relazioni con la donna, e là dove la donna lo respinge o lo allontana, l’uomo va in tilt. Ecco, questa è una considerazione da fare".

Lettera. Il capitolo dedicato a questa quarta ‘penitenza’ è una bellissima disamina di tantissime riflessioni raccolte in modo diverso (lettere pubblicate sui giornali o che l’autrice ha ricevuto dai propri studenti, storie sui social) "sull’apprendistato alla maschilità egemonica". Ancora un fatto di cronaca. Per la festa della mamma di quest’anno, il/la premier Meloni, in un video su social, ha dichiarato: "tanti augure a tutte le mamme, che sono un monumento all’amore, alla dedizione, alla disponibilità e, diciamocelo, anche all’organizzazione. Riuscire a mettere insieme tutto tra famiglia, vita, lavoro, certi giorni sembra davvero impossibile. Però tra mille difficoltà ce la facciamo perché abbiamo testa, cuore e una forza che potrebbe sembrare sovraumana. Essere mamma è la sfida più impegnativa, ma anche la più straordinaria che la vita possa regalare. Allora, grazie a tutte le mamme, perché senza di loro semplicemente non esisterebbe nulla. Buona festa della mamma, Italia". Servono, invece, semantiche, simboli e rappresentazioni diverse. Tra le tante narrazioni che Ghigi auspica di arrivare ad avere, ne segnalo solo una: "bambini e bambine hanno bisogno di crescere con l’idea che non esistono compiti di genere, ma persone che si prendono cura l’una dell’altra".

Testamento. Cioè quale futuro costruire a partire da oggi. Ghigi usa la metafora del patto sociale per indicare la necessaria trasformazione delle strutture della società. In realtà, a mio avviso, implicitamente, auspica non tanto un patto inteso come accordo di volontà tra uomini e donne, quanto, soprattutto, la ri-scrittura dei presupposti del patto/contratto sociale: non più propugnatore di un individuo binario, gerarchico e autonomo, ma di un individuo che fa della cura, della vulnerabilità e della reciproca dipendenza la propria positiva costituzione.

Per approfondire

Rossella Ghigi, Niente scuse. La violenza di genere riguarda anche te, il Mulino, 2025