Il modo in cui i media raccontano la violenza di genere è ancora troppo spesso orientato da pregiudizi e stereotipi che tendono a rappresentarla come un incidente o addirittura una colpa. Invertire le narrazioni significa dar voce alle donne, come sta facendo l'Osservatorio Step - Ricerca e Informazione. Ne parliamo con la presidente Flaminia Saccà, docente di Sociologia all'Università Sapienza di Roma
Si parla molto di violenza di genere, ma forse non ancora abbastanza di come la stampa e i media trattano questi temi. Se è vero, infatti, che per chi lavora come giornalista esistono Carte e vademecum a cui far riferimento, come il Manifesto di Venezia e ora anche il recentissimo Vademecum dell’Ordine dei giornalisti, uscito nel 2025, dal lato di chi legge si è ancora piuttosto impreparati sulla forma che una corretta comunicazione dovrebbe avere, e sui criteri che dovrebbe rispettare.
Per analizzarne in profondità le caratteristiche, e quanto queste trovino o meno spazio in modo adeguato sulle testate italiane, è nato l’Osservatorio Step - Ricerca e Iformazione, un organismo nazionale e indipendente che indaga la rappresentazione sociale della violenza maschile contro le donne nel racconto dei media. Il progetto, coordinato da Sapienza Università di Roma, è nato in collaborazione con le Commissioni pari opportunità (Cpo) della Federazione nazionale della stampa, del Consiglio nazionale dell’ordine dei giornalisti, dell’Unione sindacale giornalisti Rai (UsigRai) e la rete GiULiA (Giornaliste unite libere autonome) e il Dipartimento di Economia, ingegneria, società e impresa (Deim) dell’Università degli Studi della Tuscia.
L'ultimo report dell'Osservatorio, presentato a novembre presso la sede della Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi) a Roma, ha monitorato nel 2025 26 testate (da Il Messaggero al Corriere della Sera, da La Gazzetta del Mezzogiorno a Libero, il manifesto, il Foglio e la Repubblica) e contiene l’analisi di tutti gli articoli relativi alla violenza maschile sulle donne pubblicati al loro interno.
Ne parliamo con Flaminia Saccà, professoressa ordinaria di Sociologia dei fenomeni politici presso il corso di laurea magistrale in Gender Studies, culture e politiche per i media e la comunicazione di Sapienza Università di Roma, e presidente dell’Osservatorio.
Professoressa Saccà, come è nato l'Osservatorio Step - Ricerca e Informazione?
L’Osservatorio nasce a seguito dei risultati di ricerca di un primo progetto STEP, intitolato precisamente: Stereotipo e pregiudizio: per un cambiamento culturale nella rappresentazione di genere in ambito giudiziario e nelle forze dell’ordine, con il quale vincemmo un bando del Dipartimento per le pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, con l'Università della Tuscia come capofila (ho insegnato lì fino al 2022), in partnership con l’Associazione Differenza Donna. All’epoca, tra il 2017 e il 2019, analizzammo 16.715 articoli e 282 sentenze in materia di violenza maschile contro le donne. Ne emerse una narrazione profondamente distorta: sembrava che la violenza fosse un accidente che capitava alle donne. Senza colpevoli, senza nessuno che l'agisse. Anzi, se c’era qualche responsabile, questa era individuata più facilmente nella donna: lo aveva lasciato, lo tradiva, non lo amava abbastanza, o quantomeno, non lo aveva denunciato. E lui? Il violento? Non pervenuto. Al massimo compariva come un grande professionista, un innamorato, un disperato, un maltrattato. Gli si riconoscevano tutte le attenuanti.
Qual era la distorsione più evidente in queste narrazioni?
Alla fine di questo lungo percorso di ricerca, a progetto concluso, ci siamo rese conto, come team di ricerca, che in queste narrazioni mancavano i fatti, da un lato, e la voce delle donne, dall’altro. Abbiamo quindi deciso di dar voce a delle donne che avevano vissuto violenza domestica, anche come atto politico. Come gesto di empowerment, da un lato e, dall’altro, per evidenziare che la forma più frequente di violenza di genere, la violenza domestica, ha molte sfaccettature e può rivelarsi difficile da riconoscere anche per chi la subisce, per la famiglia, le persone amiche, i vicini.
Qual è stato il passo successivo?
Con Rosalba Belmonte, ricercatrice in Sociologia politica, abbiamo scritto un libro, Sopravvissute (Castelvecchi, 2022) e poi due progetti di rilevante interesse nazionale (Prin) su questi temi, che abbiamo vinto (uno, Prin 2020, coordinato a livello nazionale da me, e l'altro Prin 2022 Pnrr coordinato a livello nazionale da Rosalba Belmonte). Con questi finanziamenti pubblici abbiamo voluto proseguire il monitoraggio quotidiano della stampa, perché le modalità utilizzate per trattare l’argomento contribuiscono alla sua definizione nell’immaginario collettivo, orientando il dibattito pubblico, finendo con l’incidere sui processi decisionali da attivare per il suo contrasto. Da qui il progetto dell’Osservatorio Step - Ricerca e Informazione dell’Università di Roma Sapienza, da me diretto, e nel quale ho ritenuto fondamentale coinvolgere sin da subito le organizzazioni giornalistiche, le Cpo di Ordine dei giornalisti, Fnsi, UsigRai e GiULia giornaliste. Non bisogna dimenticare che sono state proprio loro a dotarsi del Manifesto di Venezia nel 2017, che fornisce una serie di indicazioni su come raccontare la violenza maschile alle donne in modo corretto, non rivittimizzante per la donna. Ecco, l’Osservatorio Step nasce per contribuire a una cultura che sappia riconoscere e quindi contrastare meglio la violenza maschile verso le donne. Per farlo, occorre imparare a riconoscerne le dinamiche senza tutti gli stereotipi e i pregiudizi che ancora ne accompagnano la narrazione.
Quali sono a suo avviso i punti più interessanti che emergono dal report 2025 dell'Osservatorio rispetto al tema dell'informazione sulla violenza di genere?
Dal 2017 ad oggi sono stati compiuti degli importanti passi in avanti. Si inizia a mettere a fuoco l’offender. Si capisce che la violenza è agita da un uomo, più frequentemente da un ex compagno o da un marito. Non “capita“ alle donne per un accidente non meglio identificato. Si usa meno il termine a-scientifico ed esonerante di raptus (o suoi equivalenti funzionali). Ma la strada da percorrere per una corretta narrazione è ancora lunga. Inoltre, la tipologia della persona che subisce violenza condiziona la narrazione. Se è una giovanissima o una minore, bianca, studente, si tenderà a riconoscerla e a inquadrarla più facilmente come “vittima“. Se invece è una signora anziana, magari malata o non autosufficiente, l’empatia per il femminicida sarà massima. Tanto da farci parlare di “femminicidio altruistico” perché la narrazione tende a rappresentarlo in questi termini. Un marito che l’amava tanto, disperato, che ha voluto “liberarla” dalle sue sofferenze. A volte in modo atroce. Soffocandola con un cuscino o riempiendola di coltellate. Ma questo orrore viene oscurato dalla narrazione.
Quali sono i rischi principali in cui possono incorrere i media nel trattare la violenza di genere?
Il rischio principale è di non raccontare i fatti, di romanzarli. “Era tutto lavoro e famiglia, forse è stata la gelosia ad armargli la mano” invece di dire che un uomo, rientrando dal lavoro, decide di sterminare un’intera famiglia. La sua. Prende un’arma e uccide la moglie, i figli e pure il cane. Non resta vivo nessuno in quella villetta, se non il femminicida. Però sentite come diventa colpevolizzante per un uomo, un “padre di famiglia” (non l’orco delle cattive narrazioni) raccontare i fatti anziché romanzarli? Il problema è che accusare così crudamente, senza giri di parole, un uomo che ha maltrattato o, peggio, ucciso, una donna, sembra essere ancora un tabù nella nostra cultura.
Quali sono, se ci sono, le strategie retoriche utilizzate nel racconto della violenza maschile contro le donne?
In generale, l’analisi ha rilevato come le strategie retoriche utilizzate nel racconto della violenza maschile verso le donne siano due, opposte e complementari. Da un lato, assistiamo ancora – anche se in misura minore di un tempo – al victim blaming – alla colpevolizzazione della donna, che porta alla vittimizzazione secondaria. Dall’altra, e in modo più coriaceo perché risulta essere ancora lo zoccolo duro del problema, assistiamo diffusamente a retoriche di himpathy, ovvero – come argomentato dalla filosofa Kate Manne – a narrazioni che tendono a sottrarre empatia alla persona che ha subito violenza per reindirizzarla verso il suo offender, anche quando quest'ultimo l’ha uccisa. È certamente il caso dei femminicidi altruistici, ma non solo. E questi dispositivi retorici li abbiamo ritrovati anche nelle sentenze. Si veda ad esempio la sentenza “Montefusco”: l'imputato aveva ucciso la moglie e la figlia di lei, ma per la giudice non si applicava l’ergastolo perché aveva ucciso per motivi “umanamente comprensibili”.
In che modo l'università collabora con l'Ordine dei Giornalisti o altre associazioni come GiULia giornaliste per migliorare la comunicazione relativa alla violenza di genere?
Queste organizzazioni sono parte integrante dell’Osservatorio. Insieme organizziamo corsi di formazione ai giornalisti e alle giornaliste su tutto il territorio, ora anche online. Formiamo studenti. Tra di noi c’è un confronto e una collaborazione costante.
Dai risultati emersi dai vostri studi, c'è più o meno sensibilità oggi nel comunicare questi temi?
La tendenza che registriamo è di un miglioramento. Si inizia a mettere meglio a fuoco la dinamica della violenza. Almeno si comincia a inquadrare che è agita da un uomo violento, più probabilmente l’ex o il partner. Le donne sono un pochino meno colpevolizzate. C’è ancora da lavorare, ma vuol dire che gli sforzi compiuti non cadono nel vuoto. E che parlarne è importante.
Può farci qualche esempio di cattiva stampa rispetto alla violenza di genere?
Mi vengono in mente diversi titoli. Uno, terribile, di qualche anno fa: “Ubriache fradicie al party in spiaggia, due 15enni violentate dall'amichetto”. È tutto sbagliato. Si rivittimizzano le ragazze che hanno subito violenza (non sta bene che una ragazza sia ubriaca, per di più “fradicia”). Vengono colpevolizzate già dal titolo. E lo stupratore anziché venire definito come tale, viene definito come un amichetto. Un termine innocuo, dolce, che trasfigura completamente i fatti. O ancora, più di recente, all’inizio del processo a Filippo Turetta per il caso Cecchettin, si dà voce, nel titolo, al suo avvocato che dice “non credo alla premeditazione, amava Giulia, le faceva sempre i biscotti”. Ecco, dare voce in questo modo al femminicida o al suo avvocato significa demandare la cornice interpretativa della violenza proprio a chi ha più interesse a minimizzare le responsabilità dell’imputato. A descriverla all’interno di una cornice giustificatoria, romantica persino. Significa non raccontare i fatti per quello che sono, con l’aggravante di rischiare di spostare l’empatia del pubblico dalla vittima al suo assassino.
Cosa si può fare ancora, secondo lei, per migliorare la comunicazione sulla violenza maschile contro le donne?
Raccontarla come si raccontano i rarissimi casi di violenza femminile agli uomini. Lì vediamo che non trovano spazio le narrazioni esoneranti. I fatti sono raccontati nudi e crudi, per quello che sono. Nella loro consecutio logica. Senza empatia, senza comprensione.
C'è qualche lettura che ci può consigliare per approfondire queste tematiche?
Stiamo lavorando al nuovo volume con i risultati di due anni di analisi dell’Osservatorio (il libro uscirà nel corso del 2026) ma intanto si può dare un’occhiata al volume con i risultati del primo progetto STEP: Stereotipo e pregiudizio. La rappresentazione mediatica della violenza di genere (Franco Angeli, 2021). Consiglio inoltre Donne, grammatica e media. Suggerimenti per l'uso dell'italiano (2015), un manuale firmato da Cecilia Robustelli a cura della rete di giornaliste GiULliA contro il sessismo nella lingua e nella comunicazione. E, più in generale, sulla violenza maschile alle donne, consiglierei Vivere con gli uomini. Che cosa ci insegna il caso Pelicot, di Manon Garcia (Einaudi, 2025).