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Sportive? In Italia non
possono avere figli

Foto: Unsplash/ Isaiah Rustad

Il caso della pallavolista a cui è stato chiesto un risarcimento dalla squadra per il fatto di essere incinta è diventato nel giro di poco una figuraccia planetaria. Come è potuta accadere una cosa del genere? Perché in Italia la legge sullo sport è ferma al 1981

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Il caso della pallavolista Lara Lugli, che coraggiosamente ha denunciato di aver ricevuto una citazione per danni dal club che già aveva risolto il suo accordo per la stagione sportiva 2018-2019 appena aveva comunicato di essere incinta, sta facendo il giro del mondo. The New York Times, The Guardian, El Pais solo per citare alcune delle testate che hanno rilanciato la notizia.

Una figuraccia planetaria su una questione che tutti gli indignati della politica sportiva potevano benissimo evitare perché è ciò che con Assist Associazione Atlete denunciamo da sempre: alle atlete italiane non è permesso avere figli. Se lo fanno perdono tutto, istantaneamente. Via stipendio, benefit, diritti elementari. Ed è quello che è successo a Laura Lugli che militava nel Magliano Pordenone e che ha voluto ribellarsi all’offesa di aver ricevuto anche una richiesta per danni.

Ma come è possibile accada una cosa simile? Accade perché siamo ancora fermi a una legge del 1981 (legge 91 sul professionismo sportivo) che ha demandato alle federazioni sportive nazionali il compito di “qualificare” (leggi decidere autonomamente) quali discipline sportive possano godere dei benefici della normativa che inquadrerebbe i fortunati scelti come lavoratori.

Ad oggi, le federazioni che hanno qualificato come professionistiche quattro discipline: calcio fino alla lega pro, basket fino alla serie A, golf e ciclismo su strada. Con un piccolo e odioso dettaglio: tutte, solo nella versione maschile. Quindi, come ormai ripeto allo sfinimento, nello sport italiano si consuma una delle peggiori discriminazioni possibili: il mancato accesso, di fatto, delle donne a una legge dello stato.

A chi mi chiede come sia possibile che in 21 anni di attività associativa non ci siamo rivolte ai tribunali, rispondo che, come le esperte sanno, per farlo serviva un “caso”, una donna che come coraggiosamente ha fatto Lara Lugli si opponesse a questa vergogna. Ma tutto questo non è accaduto finora per un altro incredibile gioiello della politica sportiva in alcuni tratti decisamente di stampo “feudale”: ogni tesserata e tesserato – quindi anche voi, se domani vi tesseraste con l’associazione sportiva dilettantistica con cui potete correre sotto casa –, affiliandosi a una federazione sportiva nazionale, accetta una clausola, detta clausola compromissoria, grazie alla quale si viene obbligati a discutere le controversie con altri tesserati all’interno della giustizia sportiva.

Insomma, se vuoi adire a un tribunale ordinario puoi farlo, ma devi chiedere il permesso. Sì, incredibile ma vero: devi avere un'autorizzazione, altrimenti scatta implacabile la squalifica e semplicemente non puoi più giocare, gareggiare, vivere del tuo sport.

Ecco perché nessuna ha mai denunciato, ecco perché non abbiamo potuto vincere nelle aule di giustizia questa assurdità anticostituzionale.

La situazione è notissima a tutti quelli che come me nel mondo sportivo sono stati immersi, da atleti prima e da dirigenti dopo. Uno status quo d'intollerabile squilibrio dove i diritti delle atlete e degli atleti sono l’anello debole della catena e dove il risultato è la negazione del lavoro sportivo che molti di loro praticano per anni.

Lo sport italiano che oggi elegge la prima donna, Antonella Granata, dopo 107 anni di storia alla guida di una delle 45 federazioni (la Federazione Squash) deve decidere che strada prendere. 

Se scegliere il futuro e la trasparenza, dell’inclusione e della parità di genere, della sostenibilità e della partecipazione al potere, strada che così limpidamente rappresenta la prima candidata donna alla presidenza del Comitato olimpico nazionale italiano (Coni), Antonella Bellutti (bi-olimpionica e Commendatrice della Repubblica).

Oppure continuare a vivacchiare in una cristallizzazione del potere maschile che vale tanti soldi e tanti favori, dove sguazzano allegri i sostenitori intramontabili delle sovra fatturazioni, delle cubature di cemento quando si assegnano grandi eventi sportivi, dei compensi chiamati rimborsi spese anche quando non lo sono, delle discriminazioni e delle aberranti clausole anti-maternità che Lara, ragazza che sta scrivendo davvero un pezzo di storia dei diritti delle donne, ha dovuto subire.

In questo scenario chiedo, con forza e 'supplica' al tempo stesso, che il femminismo prenda a cuore la battaglia. In una assurda convinzione politica dove troppo spesso anche la sinistra ha lasciato il passo alla destra nella gestione di questo mondo straordinario: un assurdo 'accordo' mai dichiarato dove la cultura era affare di sinistra e lo sport di destra.

Noi di Assist, con volontarie e volontari, dal 3 marzo del 2000 crediamo invece che questa sia una grande battaglia di tutte e tutti, ben al di là delle ideologie.

Le nostre figlie e i nostri figli sono stati privati di regole, di role model, di parità di genere oltre che del diritto di vivere serenamente la propria vita agonistica, di fare figli senza essere definite mercenarie irresponsabili, di avere doverosa rappresentanza.

Noi donne (il 52% per cento del paese) di gestire un comparto che vale 30 miliardi di euro e il 2% del Pil. Parliamo di circa 95 mila associazioni sportive e di un’offerta a cittadini e cittadine di pratica motoria che vuol dire benessere.

In questo mondo abitano ancora discriminazioni, sessismo, machismo e una smisurata egemonia di genere. Da pochissimo, inoltre, si parla di molestie e abusi nello sport e come Assist insieme a Differenza Donna ong abbiamo dato vita a SAVE (sport and violence elimination) un servizio di accoglienza, supporto e sensibilizzazione per atlete che subiscano abusi.

Avremo anche una sottosegretaria campionessa Valentina Vezzali, in quota destra, che di certo avrà occasione di cimentarsi con i diritti delle donne su cui la solleciteremo continuamente. Ma il punto vero sarà ancora cosa vorrà fare la politica italiana che negli ultimi 40 anni ha praticamente lasciato che lo sport diventasse un feudo autoreferenziale: lo sapremo leggendo i decreti appena approvati e a cui riteniamo andranno chiesti numerosi correttivi. Correttivi a cui, vogliamo scommettere? Il white old boys club si opporrà con tutte le sue forze.