Articolofinanza pubblica

Tempi di crisi,
tempi di donne

Con la crisi il divario occupazionale tra uomini e donne migliora notevolmente, ma a uno sguardo più attento scopriamo come a perdere sono tutti e a guadagnarci non sono le donne. E come gli altri governanti europei, anche Zapatero vara un'austerity che mette a rischio lavori e servizi

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Appena la Grande Recessione è diventata palese, tutti i governi si sono mossi in generoso aiuto delle istituzioni finanziarie socializzando le loro perdite. E' difficile stabilire il costo di questo salvataggio. Il Fondo monetario internazionale in uno studio commissionato dal G20 lo stima intorno al 25% del prodotto interno lordo dei paesi sviluppati. Contemporaneamente, di fronte alla necessità di riattivare l’economia e il mercato del lavoro tutti i governi hanno preso misure di stampo keynesiano, hanno deciso cioè di tornare sulla strada della crescita economica facendo leva sulla spesa pubblica. Tra le molteplici possibilità per aumentare la spesa pubblica, la Spagna ha scelto gli investimenti nelle grandi infrastrutture pubbliche: in questo modo si è generato lavoro soprattutto maschile e a breve termine. L’aumento della spesa e la diminuzione delle entrate fiscali dovuta alla recessione hanno squilibrato i conti pubblici e i mercati finanziari, sempre attivi e infaticabili, hanno iniziato a dubitare che alcuni paesi fossero realmente in grado di pagare il debito. Questa sfiducia diventa visibile con l'abbassamento delle quotazioni dei singoli paesi ad opera delle potenti agenzie di rating.

Per calmare i mercati finanziari, e scegliendo quindi di ballare al loro ritmo, molti paesi hanno iniziato a fare manovre di aggiustamento. Nel caso spagnolo la manovra annunciata nel maggio del 2010 è centrata sulla riduzione del deficit attraverso la riduzione della spesa. E’ superfluo notare che sin dall’inizio si sarebbero potute adottare misure per aumentare le entrate che andassero aldilà della semplice tassazione dei redditi alti. Per esempio, si sarebbe potuto scommettere sulla riduzione dell'evasione fiscale o la lotta al sommerso. Finora l’unica misura adottata per aumentare il gettito è stata l’aumento dell’Iva, misura che di certo non si può considerare progressista. A questo proposito ricordiamo come le tasse non siano solo uno strumento per aumentare le entrate ma anche uno strumento di redistribuzione del reddito. Quanto più redistributive sono le tasse, maggiore può essere il beneficio per le donne, visto che nella distribuzione del reddito non sono proprio le più beneficiate.

Livellamento al ribasso

La conseguenza più visibile e dolorosa della crisi attuale è il vertiginoso aumento della disoccupazione che, a giudicare dai sondaggi, è il primo motivo di preoccupazione sociale e dovrebbe essere considerato il problema principale non solo del mercato del lavoro ma anche dell'economia. In Spagna, nel primo trimestre 2010, la disoccupazione ha raggiunto un tasso del 20%, nello stesso periodo del 2008 era al 9,6%, raddoppiando in soli due anni e portando il numero dei disoccupati a 4.613.000. La crisi ha finora colpito in modo particolarmente forte settori come l’edilizia e l’automobile che sono prettamente maschili – gli occupati maschi sono il 92% nell’edilizia e l'80% nell’automobile. Questo è il motivo per cui la disoccupazione maschile è cresciuta di più di quella femminile (12 punti percentuali la prima, 8 la seconda), e di conseguenza il divario tra i due tassi di disoccupazione è oggi solo di 0,2 punti percentuali. Dunque, il diverso impatto della crisi per genere si spiega con la disuguaglianza nella distribuzione di uomini e donne nel lavoro, ossia la segregazione occupazionale. Visto l’incremento della disoccupazione maschile, ci saranno state famiglie che hanno iniziato a dipendere economicamente da una donna e questo implica una riduzione di reddito importante, dato che in media un uomo guadagna il 19,5% in più rispetto a una donna.

I lavori a termine e part time

Sull'aumento della disoccupazione ha pesato molto il lavoro a termine, che è passato da un 30% degli inizi del 2008 al 24% del 2010. Il peso del lavoro a termine è di solito uno degli indicatori più utilizzati per quantificare la precarietà lavorativa. Nonostante ciò, è evidente che il recente calo non implica che sia diminuita la precarietà, ma esattamente l’opposto, visto che i lavoratori non sono passati a forme contrattuali migliori ma alla disoccupazione. Il lavoro a termine è sempre stato prevalentemente femminile, ma oggigiorno il divario tra donne e uomini è di soli tre punti percentuali.

Un altro indicatore di precarietà è il lavoro part-time, lavoro questo si, che in Spagna come nel resto d’Europa, è un affare di donne. In Spagna, dove il tempo parziale è meno diffuso che nel resto d’Europa, lavorano part-time il 5% degli uomini e il 24% delle donne. E’ molto comune sentire dire che le donne scelgono liberamente il part-time per rendere compatibile il lavoro retribuito con il lavoro di cura. Questo significa che il part-time viene presentato come uno strumento di conciliazione per le donne: un'argomentazione che sottende il permanere della classica divisione sessuale del lavoro e dimostra come, nonostante l’ingresso di massa delle donne nel mercato del lavoro, il lavoro non retribuito continui a venire considerato una loro responsabilità. L’altro lato della medaglia ci mostra però come, secondo le statistiche, una delle motivazioni forti per il part-time sia il non aver potuto trovare un lavoro a tempo pieno (questa è la risposta del 51% degli uomini e del 46% delle donne).

 

Il pubblico impiego

Nel 2010, con le misure di aggiustamento prese per affrontare la crisi, la popolazione direttamente colpita si amplierà e, ai quattro milioni di persone disoccupate, si aggiungeranno altri tre milioni di lavoratori del pubblico impiego i cui salari verranno decurtati del 5% (in media). Da quello che abbiamo potuto ascoltare sui mezzi di comunicazione, abbiamo l’impressione che questa misura non abbia generato molto dissenso. Questo può essere dovuto all’idea diffusa che i lavoratori statali abbiano una grande stabilità lavorativa e che spesso guadagnino tanto a fronte di poco impegno. Ma non tutto il lavoro pubblico è a tempo indeterminato, né tutti i salari sono alti. I dati indicano che il lavoro a termine è diffuso anche nel pubblico con percentuali che nel 2010 sono del 18% degli uomini e del 28% delle donne. Un altro indicatore di criticità del pubblico impiego è dato dai numeri della disoccupazione: il settore statale è infatti uno dei sette settori che ha espulso più occupati, ed è sensato temere che questo dato aumenti con Il mancato rinnovo dei contratti a termine. Nel valutare le conseguenze di genere della crisi dobbiamo sottolineare come il settore pubblico si sia costituito nel tempo e per molteplici ragioni come una nicchia di lavoro femminile qualificato: nel 2010 è donna il 54% degli impiegati del settore pubblico e quasi una ogni quattro donne che hanno un lavoro retribuito lavorano nel settore pubblico. Inoltre una parte dei servizi pubblici è costituita da servizi fondamentali per la popolazione come l’educazione e la sanità dove avanza la precarizzazione (riduzione delle assunzioni, meno sostituzioni, più lavoro a termine, ecc), con la conseguente diminuzione della qualità nei servizi.

La riduzione della spesa porterà a un rallentamento della ripresa economica, un’economia più fragile e con entrate fiscali minori e la riduzione del deficit sarà minore del previsto e, ovviamente, anche l’occupazione procederà lentamente.

 

Conclusioni

Questa crisi avrà conseguenze non solo sul lavoro retribuito ma anche quello non retribuito. Da una parte, infatti, nelle situazioni di disoccupazione le famiglie tentano di mantenere il livello di benessere precedente a scapito un maggiore impegno nel lavoro domestico, dall’altra i tagli alla spesa tendono a far slittare, in modo invisibile, alcune spese dal settore pubblico alla sfera privata. E, come possiamo immaginare, l’aumento del lavoro in famiglia si traduce, normalmente, in più lavoro per le donne.

La crisi avrebbe potuto rappresentare un’opportunità per cambiare le regole del gioco della finanza, per introdurre un maggior controllo sulle transazioni finanziarie internazionali e sull’operato degli agenti che controllano Il mercato finanziario. Risulta, in effetti, a dir poco sconcertante come tutte le analisi coincidono nell’evidenziare la grande responsabilità degli agenti finanziari in questa crisi e come le soluzioni alla crisi messe in atto sfiorino appena appena il mondo della finanza.

Potrebbe essere anche stata un’opportunità per produrre cambiamenti, soprattutto tenendo in conto che molte questioni sono state messe sul tavolo, per esempio il modello di crescita illimitata in un mondo con risorse limitate. E poteva essere, perché no, un’opportunità per forgiare un futuro più sostenibile ed ugualitario. Perciò potrebbe essere utile analizzare cosa viene computato nel prodotto interno lordo e cosa lasciato fuori, ri-pensando come si possa contabilizzare e riconoscere tutto il lavoro che si svolge in ambito domestico. E bisognerebbe anche pensare quali delle produzioni che si contabilizzano nel Pil converrebbe che non crescessero o che addirittura decrescessero, senza mai perdere di vista che l’obiettivo è di aumentare il benessere della maggioranza della popolazione prestando particolare attenzione alle persone meno favorite.