Articolowelfare

Un nuovo contratto sociale.
Tra i sessi

La conciliazione non ha funzionato perché ne è stata fatta una questione solo femminile, senza mettere in discussione la distribuzione dei compiti tra i generi. E senza considerare l'invecchiamento della popolazione. Ne parla il libro "Conciliare famiglia e lavoro", di cui pubblichiamo l'introduzione

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Conciliare responsabilità famigliari e lavoro remunerato è la parola d’ordine delle politiche sociali nazionali ed europee all’intersezione delle politiche del lavoro e di quelle delle pari opportunità. È una parola d’ordine suggestiva ed apparentemente auto-evidente. Ma è anche densa di impliciti non del tutto articolati, di oscurità e dati per scontati, a partire dalla identificazione del che cosa si debba conciliare e dei soggetti coinvolti, sia sul versante di chi si trova nella necessità di conciliare che su quello di chi ha la responsabilità di favorire la conciliazione.

La questione della conciliazione nasce come questione che riguarda le donne, nel momento in cui la partecipazione di queste  al mercato del lavoro, anche  in presenza di responsabilità di cura, è non solo aumentata, ma auspicata positivamente e diventata oggetto di politiche intenzionali. È stato il mutamento nei comportamenti femminili, e in particolare delle donne con carichi familiari, infatti, a mettere in crisi l’equilibrio su cui si è basato il sistema famiglia-lavoro nei paesi occidentali sviluppati dal dopoguerra fino a tutti gli anni ’70 e a mostrarne gli assunti impliciti. Per questo le politiche di conciliazione dapprima sono state formulate principalmente come politiche di pari opportunità, e più specificamente con l’obiettivo di aiutare le donne a entrare e rimanere nel mercato del lavoro, nonostante le loro responsabilità famigliari. Ma in questo stava (sta) contemporaneamente il loro limite: se non si toccano gli assunti impliciti, quindi la divisione del lavoro e delle responsabilità in base al genere e un modello di partecipazione e di domanda di lavoro che quegli assunti dà per scontati, la conciliazione non può che realizzarsi ai margini e le pari opportunità continuamente essere eluse, salvo che nella forma della totale adesione al modello di comportamento maschile che su quella divisione del lavoro si è costruito.

Solo negli ultimi anni lo sguardo si è allargato a comprendere anche gli uomini. Ma questo allargamento non ha per lo più comportato – a livello analitico e soprattutto pratico – una rimessa in discussione dei termini della questione, che cogliesse le radici dei nodi problematici implicati allorché si parla di conciliazione. Queste radici stanno nel modo in cui quello che è stato chiamato “sistema famiglia-lavoro” si è organizzato nelle società industrializzate occidentali, attorno alla divisione del lavoro e delle responsabilità in base al genere, da un lato, alla domanda di lavoro dall’altro. [….]

In questa prospettiva, i problemi di conciliazione tra responsabilità familiari e partecipazione al mercato del lavoro sperimentati dalle donne adulte appaiono non leggibili esclusivamente come una questione organizzativa individuale, e neppure solo come un, per quanto generalizzato, problema femminile. Affrontarli richiede sia una analisi che una strumentazione pratica che li colgano come problemi che nascono da quella doppia divisione: del lavoro e delle responsabilità in base al genere, delle sfere e delle logiche di azione. [….]

Ma non sono solo i mutamenti nei comportamenti femminili e maschili ad aver messo in crisi il consolidato modello di conciliazione. Ne sono responsabili anche altri due  fenomeni. Il primo riguarda l’invecchiamento della popolazione e, più precisamente, il contestuale allungamento delle speranze di vita e la diminuzione della fecondità. Il secondo riguarda i mutamenti nella domanda di lavoro.

L’invecchiamento della popolazione è innanzitutto un invecchiamento delle parentele, che sposta le domande di cura in direzione della quota più vecchia e fragile della parentela. Ciò avviene proprio quando l’aumento della occupazione delle madri apre una domanda di cure non materne anche nei confronti dei bambini. In Italia questo spostamento non sta ancora producendo forti tensioni nel sistema famiglia-lavoro solo perché, nonostante il forte aumento, una porzione ancora consistente di madri non è nel mercato del lavoro e soprattutto perché vi è un ampio pool di donne anziane da tempo fuori dal mercato del lavoro (o che non ci sono mai entrate). Esse, contemporaneamente da nonne e da figlie, si fanno carico del lavoro di cura non soddisfatto né dalle madri né dai servizi. Ma una lettura congiunta dei fenomeni di invecchiamento e dell’andamento dei tassi di occupazione femminili mostra che si tratta di un equilibrio fragile e temporaneo. Nel giro di pochi anni, il “deficit di cura” rischia di diventare esplosivo se quei trend si mantengono e non vengono sviluppate politiche della cura sia nei confronti dei bambini che degli anziani fragili.

Quanto ai mutamenti intervenuti nella domanda di lavoro, il sistema famiglia-lavoro che, per riprendere la tesi di Crouch, ha caratterizzato il «compromesso del contratto sociale del dopoguerra» nelle società capitalistiche democratiche, non si basava solo sulla divisione di genere del lavoro (e sulle aspettative di stabilità del matrimonio), ma anche, in larga misura, sul pieno impiego maschile e sulla espansione del lavoro dipendente, a tempo indeterminato, con forti garanzie di protezione sociale. Che non tutti avessero accesso a questo modello è certo, ma che esso funzionasse, appunto, come tale, come riferimento sia delle politiche del lavoro e aziendali che delle politiche sociali è indubbio. Dagli anni ’90 l’espansione di quel modello è rallentata. E soprattutto nelle generazioni ed età più giovani, quelle che coincidono con le fasi di formazione della famiglia, esso è in competizione con un altro: quello della flessibilità del rapporto di lavoro, della temporaneità, oltre che della auto-imprenditorialità. Questo mutamento in primo luogo ha indebolito le basi su cui poggiava la divisione di genere del lavoro e la conseguente divisione degli ambiti di vita. Più donne sono nel mercato del lavoro anche perché questo costituisce una garanzia indispensabile sia nel caso un matrimonio finisca sia nel caso il lavoro (di colui che aveva il ruolo di unico o prevalente percettore) finisca. Perciò i problemi della cura – di chi ha responsabilità di cura – divengono più frequenti e diffusi nel mercato del lavoro. In secondo luogo, queste forme di rapporto di lavoro, anche se in alcune circostanze possono favorire la conciliazione, per lo più non consentono l’accesso alle tradizionali forme di conciliazione (congedi, permessi remunerati, servizi aziendali ecc.), che a loro volta sono state pensate pressoché esclusivamente con riferimento ai rapporti di lavoro standard.[…]

La concentrazione delle politiche di conciliazione, quando ci sono,  su congedi e servizi pre-scolari di fatto suggerisce che problemi di conciliazione si presentino solo nella breve, ancorché intensa, fase della vita in cui vi sono domande di cura da parte dei figli e quindi necessità di conciliarle con le domande provenienti dal mercato del lavoro e queste con quelle. I tempi scolastici non sono messi a tema come (anche) un fattore che può favorire o viceversa impedire la conciliazione, quasi che una volta arrivati nella scuola elementare i bambini non presentassero più domande di cura, attenzione, sorveglianza. Ovviamente le cose non stanno così.[…] E i bisogni/domande di cura non riguardano solo i bambini. Malattie temporanee o di lungo periodo, invalidità e parziale o totale non autosufficienza da parte di un componente la famiglia possono sorgere in ogni momento.[…] L’aumento delle domande di cura provenienti non dai bambini piccoli e in particolare dai grandi anziani, tuttavia, non è per lo più formulato anche come questione di conciliazione. Ciò è per molti versi paradossale, visto, che soprattutto nel caso di responsabilità di cura verso grandi anziani, spesso le obbligazioni e responsabilità da conciliare siano più d’una: non solo tra lavoro e domande di figli (e compagni), ma tra lavoro, la propria famiglia e i propri genitori.[…]