Un amaro reportage sulle condizioni di lavoro delle donne cinesi. Frutto di quasi 10 anni trascorsi dalla scrittrice Leslie T. Chang a indagare le condizioni di vita e di lavoro a Dongguan, una delle metropoli del miracolo cinese

Facciamo miracoli. Vite di operaie "made in China"

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Un quattordicenne stroncato in fabbrica dalla fatica pochi giorni fa, operai che si suicidano negli stabilimenti, sempre più assidue proteste e denunce di violazione dei diritti dei lavoratori specie nelle aziende legate a grandi brand europei e americani: nelle ultime settimane le cronache dalla Cina e i report dell'organizzazione no-profit China Labor Watch sembrano rivelare con preoccupante frequenza le difficoltà dei sindacati nell'intervenire positivamente sul riequilibrio delle condizioni e dei tempi di lavoro.

Alle donne forse va anche peggio in confronto ai loro colleghi maschi. Dieci, undici ore di turno al dì senza contare gli straordinari, almeno sei giorni a settimana; alla sera, sbrigativi corsi di inglese, di buone maniere, di self help per ambire a una posizione di maggior prestigio e tentare di dimenticare la ruvida educazione appresa nei villaggi nativi, dove il progresso e persino la voce del Partito faticano a imporsi.

A Dongguan — informe megalopoli di dieci milioni di abitanti (sette dei quali migranti, in prevalenza di sesso femminile) nel sud-est della Cina, nota per le numerose industrie e manifatture di cui si servono generosamente e a basso costo marchi occidentali anche celebri — è così infatti scandita l'esistenza quotidiana di centinaia di migliaia di donne, in larga parte giovanissime, che — instancabili e di frequente sottopagate — danno un contributo rilevante allo sviluppo della nazione.

A loro la sino-americana Leslie T. Chang, giornalista del Wall Street Journal, ha voluto riservare un'attenta analisi durata due lustri, i cui risultati sono racchiusi in Operaie, vasto e approfondito reportage editato 3 anni fa da Adelphi, ma ancora di scottante attualità, volto in primo luogo a indagare le condizioni femminili di vita e di lavoro a Dongguan, con riguardo particolare per coloro che hanno abbandonato le aree rurali mosse dal proposito di cercare fortuna e indipendenza in città. Nell'opera, di pari passo all'indagine socio-economica, trova posto la ricostruzione della complessa saga familiare dell'autrice, costellata di emigrazioni negli Stati Uniti, violenze, esili e tragici eventi verificatisi soprattutto a causa di questioni ideologiche e politiche rese più acute dalla Rivoluzione culturale della fine degli anni Sessanta. Sia nel caso dei parenti della saggista, sia per quel che riguarda le nuove generazioni cinesi emerge prepotente la volontà di perseguire un destino personale, determinato dagli sforzi e dalla volontà del singolo piuttosto che dalle pressioni e dalle aspettative del governo, del clan, della collettività; e mera coincidenza certo non è se lo stesso obiettivo appare agognato con ancora più forte tenacia da una moltitudine di migranti che si lasciano alle spalle un passato di indigenza e rigide consuetudini locali per tracciare la propria strada tra fabbriche anonime e difficoltà di ogni genere.

Spesso dotate di un'istruzione appena sufficiente e sotto il profilo tecnico impreparate a svolgere qualsivoglia compito, ma comunque ben desiderose di mettersi alla prova, le donne si adattano con elasticità a ogni tipo di mansione, giungendo a tollerare con paziente rassegnazione angherie e negligenze sindacali, accompagnate dall'incrollabile speranza di conoscere tempi migliori. Diplomi falsificati, documenti corretti ad hoc, moduli di formazione tanto altisonanti nei titoli quanto inutili nella sostanza: tutto può rimpinguare un curriculum, infondere fiducia in se stesse o, per lo meno, conferire maggiore credibilità agli occhi dei selezionatori dei talent market, vere e proprie arene impiegatizie in pianta stabile nelle quali — dietro pagamento di un regolare biglietto d'entrata — chiunque può tentare di vendere le sue capacità e la sua esperienza al migliore offerente, affrontando decine di colloqui in una sola giornata.

A Dongguan, in fondo, è semplice — talvolta pericolosamente istantaneo — cambiar vita: una settimana è più che sufficiente per licenziarsi e mutare lavoro, amici, residenza e addirittura personalità in modo discreto e con relativo agio. Se si dispone di una certa dose di intraprendenza e avventatezza — come accaduto a Chunming, una delle protagoniste del volume —, in una manciata d'anni è possibile trasformarsi da semplice maestranza alla catena di montaggio in scaltra giornalista e fervente divulgatrice del marketing piramidale, sino a divenire una stimata agente di vendita nel campo edile senza mai aver acquisito alcuna preparazione specifica e, soprattutto, senza manifestare il benché minimo imbarazzo circa la propria carriera, simile a milioni di altre nel delta produttivo del Fiume delle Perle. D'altronde con la medesima imprevedibile rapidità si può finire — per via di un incontro sbagliato o per consapevole scelta (visti i guadagni soddisfacenti e gli oneri lavorativi meno sfiancanti della media) — in uno dei venticinquemila locali che animano le notti della metropoli ricorrendo a trecentomila prostitute e ottocentomila addetti nel settore: circa un decimo degli abitanti della città si procura sostentamento grazie al sesso.

Night club di lusso, agenzie matrimoniali, cantieri, pullman di pendolari, imponenti centri commerciali (basti pensare al più esteso del mondo, il New South China Mall, quasi però interamente vuoto), animati dormitori, ristoranti economici: per la sua inchiesta Leslie T. Chang ha voluto sperimentare in prima persona i luoghi in cui le lavoratrici prodigano energie e coltivano aspirazioni, non di rado in perenne conflitto tra la necessità di realizzare se stesse (finanziariamente, sentimentalmente, umanamente) e il desiderio di compiacere le famiglie lontane — ancorate a mete e valori percepiti ormai antiquati —, con le quali i rapporti si presentano sempre più instabili, nel segno dell'incomprensione reciproca.

Autonome, fiere, a tratti smarrite fra i regolari ma ampi ritmi della natura cui il lavoro nelle campagne le aveva abituate e quelli ripetitivi e alienanti imposti dal mercato, queste donne in cerca di un'identità non hanno paura di sperimentarne a profusione, reinventandosi di continuo malgrado i fallimenti, le illusioni, le attese, detentrici di unica certezza: possono fare affidamento solo su se stesse. Nel bene e nel male.