Da "etichetta polemica" delle destre sovraniste a linguaggio di governo, dagli Stati Uniti l'antiwokeismo è approdato nel dibattito del centrosinistra italiano in vista delle elezioni del 2027. Un programma politico orientato all’uguaglianza dovrebbe però tener conto di come discriminazioni e disuguaglianze materiali si intrecciano e indicare come contrastarle insieme, non quali diritti lasciare indietro
In vista delle elezioni del 2027, il confronto sul programma del centrosinistra è rimasto finora in secondo piano rispetto alla discussione sulla leadership. Negli ultimi giorni, tuttavia, diversi esponenti politici e autorevoli commentatori di quell’area – quasi tutti uomini – hanno aperto un dibattito concentrato, più che sull’individuazione di proposte comuni, sulla necessità di prendere le distanze dal cosiddetto “woke”.
Il pretesto è stata una battuta pronunciata da Alexandria Ocasio-Cortez durante un’intervista televisiva: “Woke 1 was crazy” (Il primo woke è stato folle). Presentata come un ripensamento complessivo delle politiche progressiste, era in realtà un’espressione presa in prestito da un politico locale e riferita alle vecchie posizioni di una candidata democratica, che Ocasio-Cortez invitava a giudicare sulle proposte attuali. Esprimeva una distanza da alcune posizioni e da un certo linguaggio, non la liquidazione delle battaglie contro le discriminazioni.
Che proprio il superamento del woke sia diventato il punto di partenza del confronto programmatico è significativo anche per la cornice interpretativa che viene così accolta: quella costruita dalle destre sovraniste, che da tempo hanno fatto dell’antiwokeismo uno dei principali strumenti di mobilitazione politica.
Da stay woke all’antiwokeismo
La storia del termine ‘woke’ precede di molti decenni le polemiche odierne. Documentata nella cultura afroamericana almeno dagli anni Trenta, l’espressione ‘stay woke’ richiamava la necessità di tenere gli occhi aperti di fronte al razzismo e ai pericoli della segregazione. Il termine è tornato al centro del linguaggio politico con il movimento Black Lives Matter, in particolare dopo l’uccisione di Michael Brown a Ferguson nel 2014, per poi diffondersi su scala globale con le proteste seguite alla morte di George Floyd nel 2020.
Nel passaggio al dibattito politico più ampio, tuttavia, il significato del termine è stato progressivamente rovesciato. La destra conservatrice statunitense ha trasformato “woke” in un’etichetta polemica sotto cui riunire linguaggio inclusivo, antirazzismo, femminismo, diritti Lgbtqia+, critica del colonialismo e cancel culture. È proprio l’indeterminatezza dell’etichetta a garantirne l’efficacia politica, consentendo di ricondurre fenomeni, soggetti e pratiche diversi a una presunta ideologia unitaria e di presentarli come espressioni di una medesima minaccia.
Questa costruzione polemica, già presente nel dibattito pubblico italiano, ricompare negli interventi che hanno aperto il confronto su Repubblica – da Carlo Galli a Giuseppe Conte, Matteo Renzi ed Ezio Mauro. Pur con accenti diversi, questi contributi condividono una medesima cornice: il woke viene trattato come una cultura coerente, capace di condizionare la sinistra e allontanarla dalla questione sociale.
L’eterogeneità dei fenomeni riuniti sotto l’etichetta “woke” rende fragile tale ricostruzione. Moralismo, semplificazione dei conflitti, irrigidimenti identitari e campagne punitive descrivono dinamiche reali e certamente criticabili in alcuni contesti. La loro esistenza non dimostra però né la presenza di un’ideologia coerente e onnipresente, né la sua centralità nel progetto politico della sinistra. Anche la tesi secondo cui il woke avrebbe egemonizzato il centrosinistra italiano appare difficile da sostenere. La storia recente mostra molte esitazioni su entrambi i terreni: tanto nel contrasto alle disuguaglianze e alla precarietà quanto nella difesa dei diritti di donne, persone Lgbtqia+, migranti e minoranze. Risulta quindi poco convincente attribuirne la debolezza a un eccesso di attenzione verso le discriminazioni e i diritti civili.
Una falsa alternativa
La contrapposizione tra inclusione identitaria e inclusione sociale presuppone che le cosiddette questioni identitarie appartengano alla sfera simbolica, mentre lavoro, reddito e welfare riguarderebbero le condizioni materiali. Ma razzismo, sessismo, omotransfobia e abilismo producono effetti molto concreti: incidono sulla possibilità di trovare lavoro e casa, sui salari, sulla salute, sulla sicurezza, sull’accesso ai servizi e sul riconoscimento della piena cittadinanza. Anche precarietà e povertà non colpiscono tutte le persone nello stesso modo, ma si intrecciano con il genere, l’origine, il colore della pelle, la disabilità, l’orientamento sessuale e la divisione del lavoro di cura.
Descrivere le persone esposte a queste discriminazioni come “piccoli gruppi” ritiratisi lungo sentieri separati rovescia il rapporto tra cause ed effetti: non si sono sottratte alla società, ma sono state spesso spinte ai suoi margini. Rendere visibili queste esclusioni non significa rinunciare a un progetto universalistico, bensì mostrare quanto le sue promesse siano state realizzate in modo diseguale. Prima di relegare alcuni diritti in fondo a una nuova gerarchia delle priorità, occorrerebbe quindi chiedersi chi possa permettersi di considerarli secondari e chi pagherebbe concretamente il prezzo del loro arretramento. Un programma orientato all’uguaglianza dovrebbe riconoscere queste connessioni, non scegliere quali disuguaglianze affrontare per prime.
Il potere di cancellare
L’antiwokeismo non è soltanto una bandiera retorica. Quando diventa linguaggio di governo, si traduce in decisioni che delegittimano le politiche di uguaglianza e restringono lo spazio dei diritti, delle conoscenze e delle libertà. Nel gennaio 2025, nei primi giorni del secondo mandato, l’amministrazione Trump ha ordinato la chiusura degli uffici federali dedicati a diversità, equità e inclusione, soppresso i relativi programmi e avviato la revisione di finanziamenti e contratti. Pochi giorni dopo, un secondo ordine esecutivo ha previsto misure contro il cosiddetto “indottrinamento radicale” nelle scuole, facendo rientrare in questa definizione anche le prospettive critiche sul razzismo e sul genere.
È nel passaggio dalla polemica all’esercizio del potere che emerge un’importante asimmetria. Per anni, negli Stati Uniti ma non soltanto, la cosiddetta ‘cancel culture’ è stata descritta come una delle maggiori minacce alla libertà di espressione. Sotto questa etichetta sono state riunite pratiche molto diverse: dalla critica pubblica al boicottaggio, dalla richiesta di rispondere delle proprie parole fino alle campagne dirette a ottenere l’esclusione di una persona da spazi professionali o pubblici. Molte di queste contestazioni nascevano tuttavia dal basso, promosse da persone e gruppi che chiedevano di non essere discriminati o rappresentati in modo degradante nel discorso pubblico.
Le misure adottate dal governo statunitense hanno invece carattere istituzionale e si avvalgono degli strumenti dello stato. La differenza è sostanziale: una cosa è essere criticati, anche aspramente, per ciò che si dice; un’altra è che un governo stabilisca quali parole, conoscenze e prospettive possano trovare spazio nelle istituzioni, nelle scuole e nella ricerca. Ciò che distingue i due fenomeni è dunque il rapporto con il potere e la diversa capacità di produrre limitazioni effettive della libertà di espressione.
Il centrosinistra ha certamente bisogno di costruire proposte credibili su salari, servizi pubblici, casa, precarietà, concentrazione della ricchezza e crisi ambientale. Ma contrapporre queste priorità alla difesa dei diritti significa accettare proprio la gerarchia imposta dal discorso antiwoke. Diritti sociali e diritti civili non sono capitoli concorrenti: le disuguaglianze materiali si intrecciano con le discriminazioni e spesso ne amplificano gli effetti. Un programma orientato all’equità e alla giustizia dovrebbe indicare come contrastarle insieme, non decidere chi e quali diritti lasciare indietro.
Riferimenti
M. Cannito, E. Mercuri, F. Tomatis, Cancel culture e ideologia gender. Fenomenologia di un dibattito pubblico, Torino, Rosenberg & Sellier, 2022.
A. Daub, The Cancel Culture Panic: How an American Obsession Went Global, Stanford, Stanford University Press, 2024.