La scienza come motore di trasformazione sociale è la motivazione al centro della passione con cui Marta Tuninetti, docente di idrologia al Politecnico di Torino, svolge il suo lavoro di ricerca. Tra viaggi all'estero e un impegno costante nell'avvicinare le bambine alle materie Stem, con altre colleghe ha elaborato il concetto di "debito idrico", per misurare il tempo necessario al ciclo idrologico per reintegrare le risorse sfruttate per il cibo che consumiamo
Sulle tracce dell'acqua
con Marta Tuninetti
“Nel mondo accademico si è creata una grande illusione: visto che oggi ci sono tante ricercatrici, oltre che ricercatori, si crede che ci sia parità di genere, ma la verità è che le donne hanno ruoli molto più gestionali e organizzativi, e raramente arrivano a stabilizzarsi. La parità è ancora lontana”. Non usa mezzi termini Marta Tuninetti, docente di idrologia al Politecnico di Torino, che studia da anni il sistema alimentare e il suo impatto sulle risorse idriche, per capire come i nostri consumi possano influenzare drasticamente la disponibilità di acqua dolce e le precipitazioni a livello globale. Tuninetti è anche una delle fondatrici di WeSTEAM, una rete di giovani scienziate, tecnologhe, ingegnere, artiste e matematiche nata per promuovere un approccio plurale, inclusivo e femminista alla scienza. “Il nostro obiettivo è portare la scienza alla comunità, soprattutto in periferia, ma con una prospettiva di genere”, spiega Tuninetti. “Ci interroghiamo molto su come avvicinare le bambine alla scienza, superando i modelli tradizionali”.
Tuninetti ha 37 anni e viene da Carmagnola, un paese a 30 minuti da Torino. Dopo aver studiato al liceo scientifico informatico, al momento della maturità ha letto un libro che ha cambiato per sempre il corso della sua vita. “Mentre scrivevo la tesina ho letto il saggio di Al Gore Una scomoda verità: per me è stato un messaggio forte, non avevo mai sentito parlare della crisi climatica prima di allora. Mi sono subito appassionata al tema e ho deciso di scrivere la tesina su quello: studiavo i grafici e subivo un fascino grandissimo”.
Si è iscritta allora al corso di ingegneria ambientale al Politecnico di Torino, che però al tempo non aveva molto a che vedere con il cambiamento climatico. Successivamente ha frequentato la magistrale in geoingegneria, e ha studiato cosa c’è dietro una serie di opere come le gallerie, le opere sotterranee, gli scavi. Ha scritto la tesi negli Stati Uniti, alla University of Virginia. “Sono stata là tre mesi”, racconta. “È stato un momento incredibile, dal punto di vista umano e professionale. Il campus mi ha aiutato tantissimo a portare avanti il mio progetto di tesi, là ho trovato i dati che mi mancavano, e ho capito come si fa davvero ricerca. Era un ambiente molto stimolante e innovativo”.
Una volta laureata, Tuninetti ha deciso di fare il dottorato al Politecnico di Torino: lì ha elaborato un modello agro-idrologico per calcolare la water footprint (ossia l’impronta idrica) dei vari prodotti alimentari, partendo da dati climatici, di suolo e agronomici. In sostanza, ha creato un indicatore che misura il volume totale di acqua dolce utilizzata, consumata e inquinata, sia direttamente che indirettamente, per produrre un singolo bene agricolo. Con l’obiettivo, naturalmente, di ridurre gli sprechi.
“Al tempo esisteva già un modello elaborato dall’università olandese di Twente, ma non era aperto e utilizzabile: la sfida era idearne uno tutto nostro”, racconta. “Nel gruppo Watertofood abbiamo realizzato il primo database completo di dati di impronta idrica e di commercio di acqua virtuale”. Tuninetti ha sviluppato il codice per quantificare l’impronta idrica, che le ha permesso di fare delle analisi applicando una serie di variabili spaziali e temporali, mettendo insieme i fattori meteoclimatici, i dati idrologici e la tipologia del suolo: in base a dove e quando viene prodotto un bene, cambia quanta acqua serve per ottenerlo. E di conseguenza si possono mettere in piedi delle azioni per ridurre il consumo d’acqua.
Durante il dottorato ha trascorso un periodo allo University College di Londra e, insieme alle professoresse Carol Dalin e Stafania Tamea, ha dato vita al concetto di water debt (ossia debito idrico), che misura il tempo necessario al ciclo idrologico per reintegrare le risorse d'acqua prelevate per produrre il cibo che consumiamo.
Dopo tre anni di post-doc sempre al Politecnico di Torino, ha finalmente ottenuto un contratto come ricercatrice. “Ho viaggiato tanto: sono stata tre volte a Princeton, poi a Stoccolma, ho allargato la mia rete ma soprattutto ho sviluppato nuove idee”, racconta. “C’erano colleghi di altri paesi che usavano metodologie diverse a partire da domande simili, oppure che partivano da domande diverse ma sviluppavano metodologie simili”.
Nel 2025 il suo progetto Tipfresh ha vinto il bando ERC Starting e ha ottenuto un milione e mezzo di euro per sviluppare l’idea per una durata di 5 anni. “Adesso a lavorarci siamo in otto: tre dottorandi, quattro ricercatori post-doc (due di loro inizieranno a settembre 2026) e io”. Il tema centrale è il tracciamento dell’umidità per capire come l’acqua si muove in atmosfera: una volta che l’acqua evapotraspira, si può spostare per migliaia di chilometri prima che ritorni sulla terra sotto forma di pioggia. “Vogliamo capire come le deforestazioni abbiano modificato i pattern della pioggia: deforestando in Amazzonia, ad esempio, si creano anomalie di precipitazioni in altri paesi, ad esempio sui campi agricoli in Argentina. Vorremmo capire quali soluzioni legate al territorio possano ristabilire un equilibrio”.
Uno degli elementi principali su cui agire sono le scelte alimentari delle persone: in primis, ad esempio, bisognerebbe ridurre i consumi di carne. “Vorremmo capire qual è il ruolo delle comunità nel modificare le scelte alimentari della gente e come far propagare l’adozione di una dieta più sostenibile, attraverso il cosiddetto ‘contagio complesso’”, spiega Tuninetti. “Come si diffondono scelte più sostenibili, come una dieta vegana e vegetariana?” Al momento il consumo di carne non è mai diminuito, neanche in Europa, tranne in alcuni paesi come la Norvegia. Quantomeno la quantità di carne consumata negli ultimi anni non è cresciuta, e questo è un primo passo. Ma non basta. “La Cina ha una crescita esponenziale, e ha allevamenti iper intensivi”, dice Tuninetti. “Ci sono moltissimi allevamenti di polli nutriti con la soia che viene dal Brasile, che viene coltivata deforestando e spesso utilizzando l’irrigazione, quindi moltissima acqua”.
Il gruppo di Tuninetti sta studiando i cosiddetti social tipping point, che indicano il momento critico in cui un'idea, un comportamento o una norma culturale supera la soglia di adozione di massa. Superato questo punto, il cambiamento cessa di essere lento e diventa rapido, diffondendosi capillarmente fino a trasformare l'intera società. L’obiettivo è capire come innescare circoli virtuosi attorno a una nuova norma, e quali processi possono portare le persone a cambiare le loro abitudini, utilizzando le leve giuste.
Per Tuninetti, infatti, è importantissimo che il suo lavoro abbia un impatto sulla vita delle persone. “Penso che la parte di ricerca sia altrettanto importante come la parte di impatto sociale”, conclude. “Dopo aver studiato un certo tema, mi piace pensare che ci sia una trasformazione. E mi piace studiare come arrivare a quel cambiamento”.