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Il vento
conservatore

Foto: Unsplash/ Daniel Apodaca

Il nuovo libro di Giorgia Serughetti, Il vento conservatore (Laterza, 2021), non si limita a fornire un’istantanea dello stato critico in cui versano le democrazie contemporanee ma sostiene la possibilità di percorrere strade alternative e nuovi progetti politici, che permettano di non lasciare il campo al populismo di destra

Il fenomeno populista di destra, inteso in una prospettiva globale che coglie in uno stesso gesto analitico dinamiche politiche simili ma contestualmente molto diverse - dal momento Trump degli USA all’esperienza bolsonariana del Brasile, dagli esperimenti illiberali di Orban in Ungheria e di Kaczyński in Polonia alla versione sovranista di Salvini e Meloni in Italia - è diventato negli ultimi anni uno degli ambiti di studio socio-storico-filosofico-politico tra i più esplorati dalla letteratura scientifica. Al punto che, come spesso accade in questi casi, diventa difficile orientarsi nell’oceano bibliografico. 

Uno dei meriti del libro di Giorgia Serughetti, Il vento conservatore. La destra populista all’attacco della democrazia, edito da Laterza nel 2021, è di attraversare i nodi teorico-politici cruciali di questo fenomeno e della letteratura in una struttura argomentativa articolata in cinque agili capitoli. Il primo definisce il perimetro dell’analisi e pone il filo conduttore dell’attacco identitario della destra alla democrazia. Il secondo, il terzo e il quarto esplorano i temi cruciali che definiscono l’azione politica populista, ovvero "i richiami alla nazione, alla religione, ai ruoli di genere tradizionali, in una riedizione contemporanea della triade Dio, patria e famiglia". Il quinto infine propone una lucida disamina delle sfide attuali dell’avanzata nativista, nazionalista, autoritaria, neoliberista e conservatrice e, soprattutto, una possibile risposta per una politica sociale e ugualitaria della democrazia. 

In questo senso, il libro non si limita a fornire un’istantanea dello stato critico in cui versano le democrazie contemporanee, in nome di quella 'razionalità neoliberale' interpretata da Wendy Brown, come ricorda l’autrice, che ha finito per plasmare "gli Stati, la cultura e il diritto, sul modello dell’impresa, cioè secondo i dettami dell’autoimprenditorialità e dell’attrazione di investimenti, con importanti conseguenze non solo economiche ma anche sociali e politiche".

Giorgia Serughetti propone invece di non fermarsi a una visione smobilitata e dimissionaria di questa diagnosi, e sostiene la possibilità di percorrere strade alternative, nuovi progetti politici, che permettano di "non lasciare il campo alle risposte del populismo di destra che, mentre si alimentano proprio delle storture prodotte dalla restrizione dei diritti, accentuano, anziché ridurre, sia le gerarchie di status sia le basi materiali delle disparità sociali".

Si tratta cioè di ostinarsi a cercare una via d’uscita dal pantano conservatore in cui le democrazie sembrano essere precipitate. Perché "l’alternativa a una destra bifronte necessita di una visione complessa delle disuguaglianze, comprese nella loro intersezione e in tutte le sfere della vita, e di un ideale multidimensionale di giustizia, capace di unire rivendicazioni economiche, istanze di riconoscimento culturale delle differenze e allargamento dei confini del 'noi' politico".

Depotenziare dunque l’attrazione illusoria esercitata dal populismo politico, che nel richiamo, appunto, alla nazione, alla religione, all’ordine di genere e sessuale tradizionale, ha promosso una specie di populismo culturale diffuso. Per far questo, sostiene l’autrice, occorre leggere tale condizione non come una 'patologia' o un effetto 'perverso' del modus vivendi democratico, ma come una possibile declinazione neoliberista della politica fondata su un 'noi' identitario che reagisce alle trasformazioni che l’estensione del campo democratico ha reso pensabile dal basso delle esperienze, delle soggettività, dei movimenti. Tale politica non solo mira a fermare tali trasformazioni o invertirne il senso, ma lavora per concretizzare, qui ed ora, un’alternativa alla democrazia sociale e egualitaria, un’altra democrazia, nativista, antiegualitaria e autoritaria - insomma una sorta di pseudo-democrazia, aggiungerei.

"Le strategie possibili sono almeno tre" scrive Giorgia Serughetti. "Una è l’educazione propriamente detta, che deve contare su una scuola capace di stimolare comprensione, ma anche partecipazione attiva e confronto aperto e interattivo di passioni e sentimenti". La seconda riguarda l’ambito di intervento del simbolico, in cui "mobilitare le emozioni attraverso le performance artistiche, la musica, la letteratura, il cinema". La terza strategia infine, quella di cui si occupa più strettamente il libro, "chiama in causa la politica, come risorsa necessaria per coltivare passioni positive, indispensabili alla costruzione di una società giusta e solidale".

In altri termini, una possibile risposta, a sinistra, a questa condizione populista - specialmente in un contesto pandemico - sembra essere l’esplorazione e l’approfondimento del "legame che unisce le lotte per i diritti civili e quelle per i diritti sociali, la tutela contro le discriminazioni basate sul genere, l’orientamento sessuale o la “razza”, e le questioni di uguaglianza materiale". Perché, prosegue l’autrice, "il rapporto tra le diverse classi di diritti fondamentali non è, infatti, di opposizione, ma di interazione sinergica: solo le garanzie dei diritti sociali alla salute, all’istruzione, a un lavoro dignitoso, permettono di esercitare effettivamente le libertà costituzionali e di diritti civili e politici; tra donne e uomini, tra cittadini e migranti, tra maggioranze e minoranze etniche o sessuali - si possono ridurre le disuguaglianze di tipo sostanziale". 

Il libro di Giorgia Serughetti, così come il suo lavoro pubblico di editorialista e di ricercatrice impegnata, traspirano un’ostinata motivazione ad affermare la possibilità di un’opzione democratica che tenga insieme nella radice universalista del diritto ad avere diritti, per riprendere la formula arendtiana, le irriducibili e materiali differenze che la democrazia ha la responsabilità di garantire e di curare.

È sul concetto e sul principio della cura che si chiude infatti il libro. Se le condizioni concrete di realizzazione di un’alternativa democratica restano in filigrana delle pagine conclusive del libro, come un invito ad andare oltre, l’orizzonte di una “teoria democratica della cura”, da una proposta di Joan Tronto, è il progetto politico "in cui la risposta ai bisogni vitali di tutti e tutte sia una questione centrale e in cui la politica si occupi dell’assegnazione democratica delle responsabilità di cura, attraverso processi a cui tutti e tutte possano partecipare". Un tale progetto è possibile e praticabile, conclude Giorgia Serughetti, "attraverso sistemi di welfare non paternalistici o escludenti, una visione egualitaria dei ruoli di cura, e una politica capace di creare senso di solidarietà, appartenenza, capacità di agire, così da garantire non solo la presa in carico dei bisogni di tutti, ma anche la partecipazione di tutti alla definizione dei bisogni stessi e delle risposte". 

Rimangono ancora da scrivere i capitoli che riguardano i tentativi concreti di costruzione dell’alternativa democratica all’alternativa pseudo-democratica, tanto da un punto di vista dell’offerta partitica quanto dal lato dei progetti di movimento, quanto infine dalla necessaria prospettiva di uno scambio tra queste due polarità politiche. 

In Italia soprattutto, aggiungerei, dove la precarietà delle condizioni di vita e la gerarchia dei ruoli di cura e delle differenze sono gli strumenti attraverso cui l’autoritarismo burocratico e il paternalismo della classe politica mantengono forme di patronaggio governamentale che, ben lungi da apparire come problemi, vengono invece spesso e volentieri utilizzati in maniera diffusa e capillare come risorse per il mantenimento di posizioni e circoli di potere.

Giorgia Serughetti, Il vento conservatore, Laterza, 2021