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La luna che
muove le maree

Foto: Unsplash/ Joel Muniz

Un'indagine sulla geografia del dissenso femminista dentro e oltre la pandemia, dagli scioperi transnazionali alla casa-fabbrica. È La luna che muove le maree (AgenziaX, 2020) raccolta di scritti firmati da alcune delle fondatrici del movimento Ni Una Menos

Militante, intenso, radicale. La luna che muove le maree, testo collettivo pubblicato da Agenzia X, è un racconto a più voci, un’indagine pungente sulla dimensione intersezionale dell’oppressione, sulla violenza sistemica che si spaccia per emergenziale. E l’America latina è il punto di partenza di questo viaggio attraverso le mobilitazioni femministe che si fanno pratica politica, un percorso a più tappe che affronta tematiche diverse ma convergenti: emancipazione femminile e sue contraddizioni, micropolitica e femminismo, decolonizzazione dei corpi e ipersfruttamento del lavoro di cura.

I femminismi latinoamericani contemporanei hanno fatto emergere la necessità di ripensare il femminismo in chiave strategica, transnazionale e intersezionale. La huelga femminista, d’altronde, si fa essa stessa portavoce di una molteplicità di lotte. A convergere nelle mobilitazioni femministe dell’America latina, sono la vasta geografia del non lavoro, la colonizzazione dei corpi, lo sfruttamento del lavoro riproduttivo e, più in generale, tutti quegli interstizi in cui prende forma l’incastro oppressivo dei rapporti di potere. “Grazie, però, all’interruzione delle nostre attività e dei nostri ruoli, grazie alla sospensione di quei gesti che ci vogliono vincolate agli stereotipi patriarcali, abbiamo creato un contro-potere all’offensiva femminicida che, di fatto, altro non è che il climax di tutte le forme di violenza riversate sui corpi delle donne”, si legge in nel capitolo #NosotrasParamos, a firma di Verónica Gago, docente e attivista del movimento argentino Ni Una Menos.

Uno sciopero, dunque, che rivela la composizione eterogenea del lavoro femminilizzato, riconoscendo e al contempo valorizzando le molteplici forme di occupazione precaria, atipica, domestica e migrante, che non possono più rappresentare dei semplici supporti del lavoro salariato. L’intero sistema di estrazione del valore va ripensato per dare finalmente voce a tutte quelle attività non riconosciute o non retribuite, si evidenzia nel testo. Lo scopo, è quello di elaborare un’immagine collettiva molto più articolata di ciò che viene definito ‘lavoro’.

Lo sciopero transnazionale femminista si fa contenitore di un’ampia gamma di lotte, talvolta provenienti dalle geografie più disparate, e sarebbe pertanto errato circoscriverlo allo strumento di mobilitazione storicamente adoperato dalle organizzazioni sindacali. Nel testo, l’aspetto che più emerge è proprio quello della differenza, dell’interstizio. Oltre a quello di una certa discontinuità rispetto al femminismo istituzionale. Mobilitazioni che sfuggono al potere, la cui tendenza è quella di fagocitare e silenziare, fagocitare per assimilare. La differenza ha sempre subito una violenza duplice: da un lato, incanalata nei circuiti di valorizzazione capitalistica; dall’altro, segmentata, frazionata, segregata. È in tal senso che la prospettiva dell’intersezione acquisisce tutto il suo spessore, poiché capace di scorgere il filo che tiene insieme dispositivi di dominio differenti sì, ma emanazione del medesimo apparato di potere.

Nel testo si sottolinea però come, nonostante l’intersezionalità delle lotte, ogni mobilitazione conservi la sua necessaria specificità. Le mobilitazioni globali dei movimenti transfemministi sono dunque genuinamente situate, posizionate. Ne Lo sciopero come processo, Susana Draper, attivista e filosofa, spiega della necessità di “riscrivere una storia comune di lotte ghettizzate e frazionate dalle politiche identitarie di cui l’apparato istituzionale dell’establishment si è servito per isolare gruppi, individui e narrative”. Lo sciopero femminista diventa dunque il contenitore di diverse forme di mobilitazione in cui è la radicalità a fungere da denominatore comune. Le mobilitazioni globali transfemministe si ispirano alla lotta micropolitica, il cui scopo è quello di forgiare ruoli e sguardi sul mondo alternativi a quelli dominanti. “Una rete fatta di collettività fluttuanti si legge nell’intervista a Suely Rolnik Come farci corpo? tenute assieme da uno slancio di pulsioni che viaggiano sulla stessa frequenza”.

Il testo ripercorre le tappe della nascita di una nuova soggettività politica, contraria al tentativo sistematico di voler ridurre le donne al ruolo di vittime in cerca di una compensazione. È proprio nell’intersezionalità della lotta che prende forma e si solidifica un nuovo femminismo. “L’attuale sistema di produzione – si legge in La lotta femminista contro la violenza in Messico, a firma della docente e militante Raquel Gutiérrez Aguilar si regge sulla malefica triangolazione patriarcato-capitalismo-colonialismo, in cui ogni ingrediente si equilibra alla perfezione con l’altro per arrivare a ottenere, come risultato finale, un meccanismo fatto di espropriazioni, di sfruttamento e di oppressione, che si mantiene in vita grazie a una strategia di continue disgregazioni e intromissioni nella gestione della vita altrui”. Sotto accusa è dunque proprio la mediazione patriarcale, e tutte le ramificazioni di essa che si articolano nelle molteplici divisioni operate ai danni delle donne, che si tratti di forme di mediazione adottate dall’autorità maschile per gestire la relazione delle donne tra di loro, oppure tra le donne e il mondo.

Ne La luna che muove le maree trova il suo spazio anche un’analisi dettagliata dello sfruttamento del lavoro riproduttivo. Se infatti il lavoro produttivo viene quantificato e per esso viene corrisposto un salario, diverso è il caso di quello riproduttivo. Né retribuito, né socialmente riconosciuto. Anche quando esiste un salario per le attività di riproduzione, enorme resta il tasso di informalità e sfruttamento.

D’altronde, il sistema patriarcale ha sempre misconosciuto la riproduzione, ascrivendola piuttosto all’ambito delle risorse naturali disponibili all’appropriazione. La medesima sorte sembra averla avuta la biosfera, si legge in La vita oltre la pandemia, saggio a firma di Non Una di Meno, ridotta anch’essa a risorsa gratuita per alimentare un modo di produzione incentrato sullo sfruttamento e guidato dall’imperativo del profitto e della crescita ipertrofica.

“La scommessa è estendere la cura dai corpi singoli a ciò che permette loro di persistere: la relazione, gli ecosistemi, la biosfera, il pianeta intero. Questo è terreno di incontro, e convergenza possibile, tra movimenti femministi e transfemministi ed ecologisti” si legge ancora nel testo, che si chiude con un’analisi affilata di tutte quelle idiosincrasie rese ancora più visibili dalla pandemia. L’ultima tappa di questa indagine sulla geografia del dissenso femminista punta infatti i riflettori sulla casa-fabbrica, sull’annullamento delle distanze tra il tempo per la produzione e quello per la riproduzione sociale, tra il luogo del lavoro e quello dell’intimità, addomesticato anch’esso dal capitale.

Una lettura scorrevole, piacevole. Ma anche uno strumento estremamente utile per comprendere le mobilitazioni femministe globali, oggi.

La luna che muove le maree, Constelación feminista, Agenzia X, ottobre 2020