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Manifesto
della cura

Foto: Unsplash/ Sam Manns

Oltre la pandemia: che forma avrebbe una democrazia basata sulla cura come pratica e servizio essenziale per l'umanità? Il collettivo londinese The care collective ha provato a immaginarlo nel libro Manifesto della cura, appena uscito in Italia per Edizioni Alegre

La pandemia che stiamo vivendo ha reso più evidenti nella loro gravità le crisi coesistenti a livello globale, dalla quella sanitaria a quella economica e finanziaria fino a quella ecologica, mettendo a nudo contraddizioni e ingiustizie del modello di società su cui si basa il capitalismo neoliberista.

In particolare, con la pandemia è diventata esplosiva quella "crisi globale della cura", da tempo denunciata dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) e soprattutto da teoriche e attiviste femministe, e ha reso visibile la centralità sociale dei servizi di cura alla persona, portando in piena luce quanto i lavori di cura, svalutati nel mercato del lavoro e non retribuiti nel privato, siano essenziali per la sopravvivenza e la riproduzione umane.

In questo quadro nasce il Manifesto della cura scritto da cinque tra autrici e autori provenienti dall'accademia e dall'attivismo internazionale (Grecia, Australia, Stati Uniti, Regno Unito), che compongono il collettivo londinese The Care Collective. Il libro (Manifesto della cura. Per una politica dell’interdipendenza, Edizioni Alegre 2021, pp. 124), prende le mosse dalla denuncia dei guasti originati negli ultimi 40 anni dalla riorganizzazione neoliberista che, con la privatizzazione e la mercificazione dei servizi di cura essenziali, ha aggravato la storica svalutazione dei lavori di cura propria del capitalismo, riportando la cura per lo più all’interno della famiglia nucleare, a carico del lavoro non pagato delle donne o dello sfruttamento delle emigrate dal sud del mondo, e lasciando nell’incuria le fasce di popolazione più svantaggiate.                     

Il valore attribuito nel nord del mondo capitalista all’autonomia e all'indipendenza individuale, con il loro corollario di rimozione delle umane fragilità e vulnerabilità e la loro connotazione simbolica prevalentemente maschile, ha inevitabilmente comportato la svalutazione dell’interdipendenza e la patologizzazione della dipendenza dalle cure e dalla cura, anziché riconoscerle come parte integrante della condizione umana. Come sostiene Joan Tronto nella sua proposta di un’etica politica della cura, alle cui ben note elaborazioni il manifesto del collettivo londinese ampiamente attinge, la svalutazione del sapere pratico e delle attività di cura, considerate “naturalmente” femminili, nonché la marginalizzazione e relegazione nel privato delle relazioni che comportano coinvolgimento e sollecitudine verso bisogni fisici e affettivi, sono potenti meccanismi volti a operare la rimozione della ontologica vulnerabilità umana.

Sfidando l’ideologia individualista e l’idea di cura solo come dipendenza, il manifesto londinese propone di ripensare la politica e ridisegnare le condizioni sociali e culturali dei sistemi di cura sulla base del riconoscimento della generale vulnerabilità umana e della consapevolezza della nostra interdipendenza. Pur riconoscendo i molti paradossi, le ambivalenze, le contraddizioni intrinseche alle relazioni di cura e alla stessa idea di cura, il manifesto non vi vede ostacoli insormontabili all’attuazione di politiche basate sull’etica della cura. Anzi, sostiene, le inevitabili difficoltà connesse a queste relazioni potrebbero essere mitigate in una società fondata sul principio organizzativo della cura universale non mercificata, grazie alla creazione di infrastrutture e servizi socializzati, legami di comunità e forme di beni comuni. 

Facendo tesoro delle buone pratiche di movimenti femministi e ambientalisti e sviluppando in modo radicale il modello sociale di universal caregiver (Fraser), il manifesto  propone la visione di una società in cui il valore fondamentale della cura universale sia al centro di ogni aspetto della vita e tutti abbiano capacità e responsabilità del lavoro di cura, in cui la cura diventi reciprocità, pratica condivisa in modo egualitario tra tutti, uomini e donne, e principio organizzativo della politica e delle istituzioni. La proposta delinea quindi una visione femminista-queer-antirazzista-ecosociale della cura: universale, indiscriminata (che non discrimina), reciproca, non paternalista, né assistenzialista.

Ma come sarebbe possibile dar vita a sistemi sociali fondati sul principio pratico e organizzativo della cura universale in cui l’interdipendenza sia riconosciuta in forme solidali e paritarie? Si tratterebbe di sperimentare “comunità di cura” basate su quattro cardini fondamentali: il mutuo soccorso, lo spazio pubblico, la condivisione di risorse e la democrazia di prossimità. Quindi di fare tesoro delle molte pratiche di mutuo soccorso sviluppatesi nella storia e anche durante la pandemia, senza le quali le persone più fragili e sole non sarebbero sopravvissute.

Ci sarebbe bisogno di proporre pratiche di reti e legami di cura ampi, espansivi delle relazioni intime e affettive al di là dei confini della tradizionale famiglia nucleare e delle insufficienze intrinseche a questa istituzione, sviluppando sistemi di cura e strutture di “parentela alternative”, sul modello di quelle sperimentate nella lotta contro la diffusione dell’Aids negli anni 80 e 90 o anche delle forme auto organizzate di cura condivisa dei bambini realizzate negli anni 70.

In altre parole, sarebbe necessario sperimentare pratiche di cura che il manifesto definisce “promiscue”, ossia inclusive di relazioni con persone al di fuori dei rapporti di parentela secondo il modello delle “famiglie per scelta” nate in seno ai movimenti Lgbt. Per svilupparsi queste “comunità di cura” avrebbero bisogno di supporti strutturali, di ampi spazi pubblici, di infrastrutture architettoniche e ambientali dedicate, di risorse materiali e sociali equamente distribuite e condivise, di servizi socializzati basati sull’autogoverno e, infine, di forme partecipative di governance democratica.

Lo stato dovrebbe farsi carico di garantire questo supporto. Lo “stato di cura,” nella definizione che ne dà il manifesto, dovrebbe costituire il superamento non solo del neoliberismo ma anche dei limiti dello stato sociale keynesiano e delle gerarchie di genere e razza che lo hanno caratterizzato nel ‘900.

Lo “stato di cura” dovrebbe creare infrastrutture di welfare dalla “culla alla tomba” non burocratiche né paternalistiche, promuovere servizi solidaristici accessibili a tutti facilitando progetti orizzontali di comunità, incoraggiare la partecipazione al processo decisionale in un’idea di democrazia orientata ai bisogni collettivi. Dovrebbe quindi contrastare privatizzazioni e finanziarizzazione del sistema e attuare una nuova radicale regolazione dei mercati.

Solo portandoli fuori dalle regole del mercato capitalista diventerebbe possibile organizzare sistemi basati sull’accesso ugualitario alle risorse materiali sociali e ambientali essenziali per la realizzazione della cura universale. Il modello di società basato sulla cura universale, che il manifesto delinea quale antidoto all’attuale incuria generalizzata, richiederebbe, quindi, la riorganizzazione dei settori chiave dell’economia al di fuori dei parametri del mercato capitalista e la creazione di mercati e di un’economia eco-socialisti.                                             

In conclusione, per superare la crisi globale della cura il manifesto propone non solo la necessaria riformulazione del welfare e dello stato sociale keynesiano su basi nuove, universalistiche, ugualitarie ed ecologiste, ma anche un abbozzo di programma più radicale e rivoluzionario per un  cambiamento di paradigma socio-politico, tanto più importante a fronte delle attuali tendenze di riproporre i modelli fallimentari del passato pre-pandemico.

All’interno di questo abbozzo, è particolarmente interessante la proposta di sperimentazione di “comunità di cura” che valorizzino e istituzionalizzino le pratiche solidaristiche e le esperienze di condivisione della cura già tante volte realizzate rispetto a bisogni diversi in contesti diversi.

Nel suo insieme il programma molto ambizioso lascia aperte tante domande che nel testo vengono eluse, anche perché attengono per lo più agli stessi assunti teorici di partenza. In particolare, all’idea dell’etica della cura come fondamento della politica, da tempo elaborata, con differenti approcci, da filosofe politiche femministe a livello internazionale.

The Care Collective, Manifesto della cura. Per una politica dell’interdipendenza (Edizioni Alegre 2021)