Politiche

Smantellare i servizi pubblici per l'infanzia equivale a cancellare il lavoro delle donne, relegandole alla dimensione domestica. È quello che sta accadendo negli Stati Uniti, dove i tagli dell'amministrazione Trump alla spesa pubblica per l'infanzia e le famiglie stanno producendo una recessione al femminile. Una demolizione silenziosa che sottintende un'idea precisa di società, in cui la partecipazione delle donne al mercato del lavoro è subordinata ai carichi di cura

Demolizione 
silenziosa

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Demolizione silenziosa
Credits Unsplash/Zack Walker

Negli Stati Uniti, uno dei programmi pubblici più longevi e trasformativi nel contrasto alla povertà infantile, e, insieme, di supporto al lavoro femminile, vive oggi una crisi che mette in discussione sessant’anni di politiche sociali progressiste: a marzo 2025, l’amministrazione Trump ha disposto il congelamento temporaneo dei fondi federali destinati a Head Start, la rete di servizi educativi, sanitari e nutrizionali che ogni anno assiste centinaia di migliaia di bambini e bambine provenienti da famiglie a basso reddito. La misura, pur parzialmente revocata nelle settimane successive, ha avuto conseguenze immediate: decine di centri locali hanno sospeso le attività, migliaia di educatrici sono state messe in congedo non retribuito e molte famiglie povere si sono ritrovate improvvisamente senza un punto di riferimento per la cura dei propri figli e figlie.

Il provvedimento ha rappresentato non solo un atto di discontinuità amministrativa, ma un segnale politico chiaro e deliberato. La filosofia che lo sottende è quella del disimpegno pubblico: ridurre la spesa federale per l’educazione, trasferire la responsabilità agli stati e, in ultima istanza, restituire alle famiglie – e dunque alle donne – il peso della cura. Dietro la retorica dell’efficienza e del rigore di bilancio, si cela una visione che considera l’istruzione e l’assistenza all’infanzia non più come un’infrastruttura collettiva, ma come una questione privata.

Tra gennaio e aprile 2025, il Dipartimento della salute e dei servizi sociali (Department of Health and Human Services) ha trattenuto una quota consistente dei fondi Head Start, in violazione dell'Impoundment Control Act del 1974, la norma che impedisce al potere esecutivo di sospendere unilateralmente fondi già stanziati dal Congresso. Secondo l'Ufficio per la responsabilità amministrativa del governo (Government Accountability Office, GAO) nel periodo considerato è stato erogato soltanto il 65% dei fondi rispetto all’anno precedente, con un calo di circa 825 milioni di dollari. Una somma di tale entità equivale, per ordine di grandezza, al finanziamento annuale destinato a circa 20.000 bambini e famiglie, lasciando scoperte le comunità più vulnerabili – famiglie afroamericane, latine, native e madri sole in condizione di povertà – e costringendo molti centri a sospendere pasti caldi, screening sanitari e supporto psicologico.

Si tratta di un attacco simbolico e sostanziale alla più grande infrastruttura pubblica per l’infanzia del mondo occidentale, costruita a partire dagli anni Sessanta come pilastro della Great Society, il programma di riforme del presidente Lyndon B. Johnson, e come strumento di emancipazione educativa e sociale. Minare Head Start significa colpire l’idea stessa di stato sociale come garante di uguaglianza di opportunità.

Inoltre, ciò che appare come una guerra alla spesa pubblica è in realtà una guerra contro le donne.

Fuori dal lavoro

I dati più recenti del Ufficio di statistica del lavoro (Bureau of Labor Statistics) degli Stati Uniti rivelano che, tra gennaio e agosto 2025, oltre seicentomila donne hanno abbandonato il lavoro retribuito rispetto allo stesso periodo del 2024. Si tratta di un fenomeno senza precedenti nella storia recente americana, tanto che la stampa parla di “She-cession” (termine coniato dall’economista canadese Armine Yalnizyan nel 2020 per definire il crollo dei numeri del lavoro femminile sotto la pandemia), una recessione al femminile. 

Non è una crisi ciclica legata al calo della domanda o alla contrazione del Pil: è una regressione sociale, un effetto diretto anche del venir meno delle infrastrutture pubbliche di cura e delle politiche di conciliazione.

Se la contabilità secca suggerisce che lo shock finanziario su Head Start non possa spiegare da solo le seicentomila donne uscite dal lavoro tra gennaio e agosto 2025, la letteratura spiega perché episodi di disinvestimento concentrati su nodi strategici della cura abbiano un effetto di segnale e di trascinamento: scoraggiano la permanenza nel lavoro quando l’equilibrio è già fragile, e alimentano aspettative di inaffidabilità del servizio pubblico. In questo senso, lo stop a Head Start non è una causa unica, ma un indicatore di sentiment mutato delle politiche federali riguardo il lavoro femminile, un interruttore che attiva un ecosistema di rinunce, soprattutto nelle fasce più povere e nelle minoranze.

La correlazione tra la crisi di Head Start e la fuoriuscita delle donne dal mercato del lavoro è evidente. Quando si chiudono i servizi per l’infanzia, sono le madri a dover colmare il vuoto, rinunciando a ore di lavoro, riducendo il reddito familiare, sospendendo percorsi professionali spesso già fragili. È un meccanismo noto e documentato durante la pandemia da Covid-19, quando la chiusura delle scuole e dei nidi aveva provocato un crollo della partecipazione femminile alla forza lavoro. 

Oggi quella dinamica si ripete, ma in forma più strutturale: non più come conseguenza di una situazione emergenziale, bensì come scelta politica deliberata. La riduzione dei servizi pubblici, il taglio ai programmi per l’infanzia e la marginalizzazione delle politiche di genere rivelano un modello di società che torna a considerare il lavoro femminile un’opzione accessoria, subordinata alle esigenze della famiglia.

Il disinvestimento in Head Start diventa così il paradigma di un arretramento più ampio: la sostituzione della cittadinanza sociale con la carità privata, della solidarietà istituzionale con la responsabilità individuale, e della parità di genere con la restaurazione del ruolo domestico.

In questo contesto, la chiusura dei centri Head Start non è soltanto un problema amministrativo, ma un passo indietro nella lunga marcia che dagli anni Sessanta aveva trasformato la scuola dell’infanzia in strumento di emancipazione collettiva. Ciò che oggi si perde non è solo un servizio: è un’idea di società fondata sul principio che la cura, l’educazione e l’uguaglianza non sono costi da contenere, ma investimenti per costruire futuro.

Il programma Head Start

Nato nel 1965 nell’ambito della "guerra alla povertà" (War on Poverty) promossa da Lyndon B. Johnson, il programma Head Start rappresentò una svolta epocale nella storia delle politiche sociali statunitensi. Per la prima volta il governo federale riconosceva che la povertà non era un destino individuale, ma il prodotto di condizioni strutturali, e che per spezzarne il ciclo bisognava agire precocemente, nella primissima infanzia. 

Head Start nacque così come un esperimento di educazione prescolare gratuita, pubblica e integrata, e di assistenza e supporto, anche formativo, alle madri, destinato ai bambini e alle bambine provenienti da famiglie a basso reddito. L’intento era duplice: offrire pari opportunità di partenza a chi nasceva in contesti svantaggiati e costruire, attraverso l’educazione, un argine duraturo contro le disuguaglianze economiche e culturali.

L’impianto teorico era ambizioso e radicale. I suoi ideatori, Edward Zigler, psicologo di Yale, e Robert Cooke, pediatra e consulente del presidente, concepirono un modello che andava ben oltre la mera istruzione. Head Start integrava educazione, salute, alimentazione, sostegno psicologico e formazione genitoriale, partendo dall’idea che lo sviluppo infantile non potesse essere disgiunto dalle condizioni familiari e sociali in cui un bambino o una bambina si trova a crescere.

Fin dai primi anni, il programma si impose come un laboratorio politico e culturale, capace di coniugare politiche educative e redistribuzione sociale. Nelle aree più povere del Sud, nei quartieri afroamericani e nelle riserve native, Head Start divenne un presidio di cittadinanza, un luogo dove le comunità marginalizzate, soprattutto le madri, potevano accedere per la prima volta a servizi pubblici di qualità per i loro bambini e bambine e trovare una leva di cambiamento per la propria vita, per formarsi, trovare un lavoro e avere il tempo per mantenerlo. 

I dati iniziali, raccolti nella celebre valutazione commissionata nel 1969 alla Westinghouse Learning Corporation e all’Università dell’Ohio, mostrarono miglioramenti significativi nelle competenze linguistiche e cognitive dei bambini e delle bambine coinvolte. 

A partire dagli anni Ottanta, studiosi e studiose di Economia e Scienze sociali come James Heckman, David Deming, Janet Currie e Ludwig & Miller dimostrarono che gli effetti di Head Start non si esaurivano nei test cognitivi, ma producevano benefici sociali e comportamentali di lungo periodo: tassi di diploma più alti, minore incidenza di criminalità, migliori condizioni di salute, redditi più elevati e perfino vantaggi per la generazione successiva. Queste evidenze ribaltarono il giudizio iniziale: Head Start non era un costo, ma un investimento ad alto rendimento sociale

Le stime più accreditate dell'Ufficio nazionale di ricerca economica (National Bureau of Economic Research) indicano che ogni dollaro speso nel programma genera un ritorno economico compreso tra 7 e 9 dollari, grazie ai minori costi sociali e sanitari e ai maggiori guadagni futuri dei beneficiari.

Lo stesso Heckman, premio Nobel per l’Economia, calcolò un tasso di rendimento annuale tra l’8% e il 13%, superiore a qualunque altro intervento pubblico conosciuto, inclusi quelli infrastrutturali e industriali. È una cifra che restituisce la portata di una scelta politica capace di trasformare la spesa sociale in capitale umano. Si tratta di studi che hanno avuto un impatto enorme a livello internazionale, non solo statunitense. 

Ancora in tempi recenti, Head Start rimane una delle più vaste e articolate reti di servizi per la prima infanzia nel mondo. Solo nel 2023 ha raggiunto oltre 800.000 bambine e bambini e madri a basso reddito, con un budget federale di circa 12 miliardi di dollari. A ciò si aggiungono i programmi Early Head Start, destinati a neonati, neonate, gestanti e genitori adolescenti, che ampliano ulteriormente la presa in carico. 

In molti stati, i centri Head Start rappresentano anche un’opportunità di occupazione qualificata femminile, poiché da un lato, gran parte del personale è composto da educatrici, infermiere e assistenti sociali provenienti dalle stesse comunità servite, dall’altro, offrendo assistenza nei servizi di cura agevola il lavoro delle madri.

A sessant’anni dalla sua nascita, nonostante le trasformazioni e le diverse amministrazioni, Head Start resta il più grande intervento pubblico integrato per l’infanzia e le famiglie vulnerabili nel mondo occidentale. È l’eredità concreta di una visione in cui l’educazione precoce è il primo presidio della democrazia sociale e il punto di partenza per ogni politica autenticamente egualitaria.

Emancipazione contro regressione sociale e di genere 

Il legame tra Head Start e l’emancipazione femminile è profondo, strutturale e ampiamente documentato da decenni di ricerca economica e sociologica. Fin dalla sua nascita, il programma è stato concepito non solo come strumento di promozione dell’uguaglianza infantile, ma anche come leva per la partecipazione delle donne al lavoro retribuito, offrendo alle madri a basso reddito un sostegno concreto alla conciliazione tra cura e occupazione. L’intuizione, oggi confermata da una vasta letteratura, era che l’educazione precoce dei bambini e delle bambine e il lavoro femminile fossero due facce dello stesso processo di emancipazione sociale: investire nell’una significava rendere possibile l’altra.

Gli studi hanno dimostrato con rigore statistico che la partecipazione al programma aumenta in modo significativo i tassi di occupazione delle madri a basso reddito, specialmente tra le donne afroamericane e latine, spesso costrette a scegliere tra un salario precario e la cura dei figli. L’accesso gratuito a un servizio educativo di qualità consente loro non solo di mantenere un impiego stabile, ma anche di intraprendere percorsi formativi e professionali più solidi, riducendo la dipendenza economica dal partner o dai sussidi pubblici.

Si tratta, a tutti gli effetti, di una politica abilitante, capace di trasformare il welfare da misura compensativa a strumento di libertà individuale e collettiva. I benefici di Head Start si riflettono non solo sulla partecipazione al lavoro, ma anche sulla qualità dell’occupazione femminile. 

Ricerche successive hanno dimostrato che l’accesso stabile ai servizi per l’infanzia determina un aumento medio delle ore lavorate, una riduzione del turnover e una maggiore probabilità di ottenere contratti a tempo pieno. L’impatto è particolarmente evidente nelle aree rurali e nei sobborghi poveri, dove il costo dei servizi privati renderebbe altrimenti impossibile ogni forma di continuità lavorativa.

Il rovescio della medaglia è che ogni taglio ai finanziamenti di Head Start produce un effetto domino immediato e devastante: le madri sono costrette a ridurre le ore di lavoro, a ricorrere a soluzioni di cura informali o, nei casi più gravi, ad abbandonare del tutto l’impiego. Questo arretramento non è solo economico, ma culturale: priva le donne del diritto all’autonomia e alimenta una visione tradizionale della famiglia in cui la cura torna a essere un compito esclusivamente femminile. L’impoverimento delle madri trascina con sé l’impoverimento di figli e figlie, determinando un circolo vizioso di esclusione che vanifica gli obiettivi stessi del programma.

I tagli al programma effettuati nel 2025 lo hanno mostrato con evidenza. Il blocco temporaneo dei fondi Head Start, unito ai tagli orizzontali ai programmi di sostegno al lavoro femminile, ha provocato una regressione senza precedenti nella partecipazione delle donne alla forza lavoro statunitense. Nello stesso periodo, l’amministrazione Trump ha annunciato la chiusura del Women’s Bureau, l’agenzia federale nata nel 1920 per promuovere i diritti delle lavoratrici e l’equità salariale, liquidandola con parole che ne rivelano la matrice ideologica: “un relitto del passato”.

In realtà, la soppressione di questo ufficio non è che il simbolo di una visione più ampia, che tende a cancellare il lavoro delle donne dallo spazio pubblico e a ricondurlo, sotto forma di cura gratuita, all’ambito domestico.

Un antidoto all'esclusione

Il disinvestimento nei servizi per l’infanzia, unito all’indebolimento delle strutture istituzionali di tutela, produce così una doppia esclusione: da un lato priva le donne povere della possibilità di lavorare, dall’altro priva la società dei benefici che derivano dalla loro piena partecipazione economica e civica. La perdita non è solo individuale, ma collettiva, perché il lavoro femminile – come mostrato ampiamente dalle evidenze e dagli studi– è un motore riconosciuto di crescita, innovazione e benessere generali.

Head Start, nella sua concezione originaria, era l’antidoto a questa esclusione: una politica di libertà femminile appaiata a programmi per l’infanzia. Tagliarne i fondi significa, in ultima analisi, colpire le donne più fragili, restituendo loro il destino da cui, sessant’anni fa, il programma aveva cercato di liberarle.

Dietro la retorica della “razionalizzazione della spesa pubblica”, che evoca efficienza e rigore amministrativo, si cela in realtà una regressione culturale profonda, un ritorno a un modello economico e sociale fondato sulla privatizzazione della cura e sulla delegittimazione dell’intervento pubblico. In questo schema arcaico, la famiglia – e in particolare le donne – tornano a essere il fulcro del sistema di welfare informale, chiamate a supplire con il proprio tempo, la propria energia e la propria gratuità alla ritirata dello stato.

Ed è un modello che, per chi guarda alla realtà italiana, non appartiene solo al passato, ma continua a riprodursi con forza soprattutto nel nostro Mezzogiorno, dove l’assenza di servizi pubblici adeguati costringe le donne a farsi welfare vivente, a reggere sulle proprie spalle il peso dell’assistenza familiare, della disoccupazione maschile e della povertà educativa. 

È per questo che la parabola americana di Head Start – il suo successo e il suo smantellamento – dovrebbe interpellarci da vicino: perché racconta, in forma amplificata, un problema che conosciamo bene e che nel Sud Italia si manifesta ogni giorno, nel silenzio di chi continua a supplire alle mancanze dello stato con il proprio lavoro invisibile. Da noi un Head Start non c’è mai stato e le conseguenze le vediamo.

Una questione privata

La storia americana offre un contrappunto eloquente. Negli anni Sessanta, la Great Society di Lyndon B. Johnson aveva dimostrato che la lotta alla povertà non poteva prescindere dall’investimento in educazione precoce, riconoscendo che le disuguaglianze si formano nei primissimi anni di vita e che solo un intervento pubblico strutturale può prevenirle. Head Start nacque da questa visione: l’idea che l’infanzia – e il lavoro delle madri, direttamente connesso alle politiche per l’infanzia – non fosse una questione privata, ma un affare di stato, un diritto collettivo e una priorità nazionale.

Le riforme di Johnson inaugurarono un paradigma nuovo, in cui emancipazione delle donne e dei gruppi più vulnerabili, giustizia sociale e sviluppo economico si sostenevano a vicenda. L’educazione dei più piccoli e delle più piccole, garantita e di qualità, produceva infatti benefici che si propagavano lungo tutto l’arco della vita, generando cittadini e cittadine più istruite, lavoratori e lavoratrici più produttive e famiglie più stabili. E permettendo alle madri di formarsi e di lavorare.

Sessant’anni dopo, la “guerra alla spesa pubblica” intrapresa dall’amministrazione Trump segna una rottura simbolica con quell’eredità. Presentata come una misura di efficienza e riduzione del debito federale, si traduce nella demolizione silenziosa delle infrastrutture sociali che avevano reso possibile l’ascesa economica e culturale di milioni di persone in America.

È, in senso pieno, una regressione sistemica: lo stato rinuncia alla propria funzione redistributiva e abbandona la cittadinanza sociale, riaffidando al mercato e alle famiglie la gestione della vulnerabilità. Questa regressione non è un fenomeno esclusivamente americano.

Una lezione per l’Italia

La lezione che giunge dagli Stati Uniti parla direttamente anche all’Europa, e in particolare all’Italia. Quando i servizi per l’infanzia vengono trattati come spese comprimibili e non come investimenti strategici, il risultato è sempre lo stesso: si ampliano i divari sociali e territoriali, cresce la povertà educativa, diminuisce la partecipazione delle donne al mercato del lavoro e l’intero sistema produttivo si indebolisce. 

Gli studi dell’Ocse e della Banca Mondiale confermano che i paesi con un’offerta pubblica diffusa di servizi educativi per la prima infanzia presentano non solo tassi più elevati di occupazione femminile, ma anche una crescita economica più sostenuta e una maggiore coesione sociale.

Disinvestire in questo ambito, dunque, non significa soltanto compromettere il futuro dei bambini e delle bambine o rinunciare a un principio di equità intergenerazionale: significa arretrare come società, spostare indietro l’asse della modernità. È una regressione che riporta le donne all’interno delle mura domestiche, riducendo il loro potere contrattuale e la loro indipendenza economica; che colloca la povertà nuovamente al centro delle traiettorie familiari, perpetuando un sistema in cui l’ascensore sociale è fermo e le disuguaglianze si trasmettono da una generazione all’altra.

Difendere Head Start oggi, negli Stati Uniti, rivendicare un’equa e uniforme offerta di servizi per l’infanzia in tutti i paesi, compreso il nostro, non è solo una battaglia per l’infanzia o per il lavoro delle donne: è una difesa del principio stesso di democrazia sociale, intesa come capacità dello stato di farsi garante dei diritti fondamentali e di redistribuire risorse e opportunità, fondamentale per ogni progressismo e riformismo sociale. Significa affermare che l’educazione è un bene pubblico, la cura è un diritto universale e l’uguaglianza non è un lusso, ma la condizione minima della libertà.