Politiche

Ripensare la città in un’ottica di genere. Alla vigilia delle elezioni amministrative ne parliamo con Anita Sonego, attualmente presidente della commissione pari opportunità del comune di Milano

"La città che vogliamo
fa spazio alle donne"

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foto Flickr/Umberto

Gli spazi si creano quando le istituzioni sanno stare in relazione con il territorio. A raccontarlo è Anita Sonego, attualmente presidente della commissione pari opportunità e vicepresidente della commissione cultura del consiglio comunale di Milano, ma con un’esperienza di lunga data nel movimento femminista, tra le coordinatrici dei corsi post-obbligo per donne di 150 ore, per più di vent’anni alla presidenza della Libera Università delle donne, e fondatrice del gruppo “Soggettività lesbica”. L'abbiamo intervistata per capire se e come le nostre città potrebbero essere più sensibili alle esigenze delle donne che le abitano. 

Anita, cosa significa per te ripensare la città da un punto di vista di genere?

Significa permettere che le donne siano protagoniste della loro vita in città. E non lo sono, non ancora. Le istituzioni sono segnate dal maschilismo, anche qualora – parlo della mia esperienza – attraverso il numero paritario delle assessore, per esempio, sembra che sia stato fatto un grande salto a favore dell’autonomia e della libertà delle donne. Questo non basta, è soltanto una premessa.

In questi anni di amministrazione a Milano avete portato avanti una serie di incontri che avete chiamato “tavoli delle donne”. Raccontaci questa esperienza, quali sono stati i soggetti coinvolti e cosa è emerso dagli incontri?

Premetto che ho una lunghissima esperienza di femminismo e di lesbismo, alle istituzioni sono arrivata molto tardi, ho sempre privilegiato i movimenti. Questa volta mi sono trovata ad avere invece un ruolo istituzionale. La prima cosa che ho pensato, allora, è stata quella di convocare le donne di Milano per ascoltare i loro bisogni e desideri, e capire quali fossero le esigenze principali. Dalla prima affollata assemblea nella sala Alessi del comune di Milano, a pochi mesi dalla mia elezione, sono emersi quattro nuclei attorno a cui si sono concentrati gli interventi: spazi, salute, violenza contro le donne, lavoro. Da questi nuclei sono nati quattro gruppi di discussione e io ho avvisato le donne che avrei costituito dei tavoli di lavoro, a cui intanto avrebbero potuto iscriversi via mail. È così che sono nati i tavoli, io assicuravo uno spazio all’interno del comune per le riunioni, e in tutti questi anni sono andati avanti gli incontri. Il tavolo che ha avuto più successo è stato proprio quello dedicato agli spazi. A Milano mancava una casa delle donne, e circa cinquanta donne che facevano parte di questo tavolo hanno portato avanti un’inchiesta su tutte le case delle donne d’Italia e del mondo e hanno preparato un progetto. Alla fine a queste donne è stato assegnato, tramite bando, un grande spazio, il piano di una scuola, per istituire la casa delle donne di Milano, che è stata così istituita, e che rappresenta per me l’orgoglio di questi anni di governo della città. Ho sempre desiderato che Milano avesse la sua casa delle donne, ma mai avrei immaginato che avrebbe avuto così successo. Durante il primo anno ci sono state 1500 iscritte, e, a seguire, almeno altre mille. La casa è diventata presto un centro di attività per le donne di Milano, extracomunitarie, lesbiche, femministe, ma anche donne non ncessariamente “connotate”. Tutte le realtà esistenti a Milano – penso alla Libera università delle donne, alla Libreria delle donne – sono  rimaste in piedi, ma la casa delle donne è diventata altro, è diventata uno spazio da abitare per le donne “di ogni genere”.

Perché è ancora così importante che ci sia uno spazio "per le donne" in città?

Beh, non è che gli uomini non possano entrare. Nella casa di Milano ci sono spazi e momenti di condivisione dedicati a sole donne, questo sì. E allo stesso tempo eventi e momenti di incontro pubblico aperti a tutti. Qui a Milano è stato qualcosa di fondamentale, perché ha permesso l’intreccio tra la presenza delle donne di movimento – c’è persino un gruppo che fa autocoscienza – con casalinghe, badanti, migranti che si incontrano lì la domenica col tè o per le feste, o ancora per i corsi di italiano. Per cui è anche un luogo di incontro con le donne che mai avrebbero partecipato ad attività femministe, un luogo di socialità e di cultura delle donne. Una risposta al femminismo ma ache all’esigenza diffusa tra le donne di Milano di trovarsi, di aggregarsi, di fare. Anche la gestione, è stata articolata in modo particolare. La casa ha tre copresidenti: una “giovane”, una “femminista”, una donna “del mondo”.  Ne è venuta fuori una mescolanza di esperienze che ha avuto un grandissimo successo. Io penso che questo progetto abbia un forte significato simbolico. Uno spazio pubblico riconosciuto, dove l’amministrazione non interviene sui contenuti. Uno spazio pubblico autogestito. È importante che le donne della città sappiano che lì possono andare e proporre delle cose. Adesso, per esempio, un gruppo di sarte ha vinto un finanziamento della Cariplo con cui sono state comprate anche le macchine da cucire, è un gruppo di anziane che insegneranno a fare i vestiti a donne uscite dalla tratta che vivono in comunità. Allora, mentre in una città come Milano è così difficile mescolarsi – le donne italiane fanno le loro cose, le donne straniere hanno tante associazioni divise per etnie, ecc. – in una casa delle donne accade che si mescolano, a partire da progetti, a partire da cose da fare. Ecco perché è fondamentale, perché è qualcosa che modifica la visione della relazione. Viene fuori un’eredità, che come vecchia femminista non avrei pensato, e cioè che le donne sanno di essere un “soggetto politico”, chiamiamolo così, lo sanno, non sembra loro così strano. Non sembra strano alla badante che ci sia un luogo delle donne dove andare. Le donne si sentono valorizzate dal fatto che esista un posto così. Questo spazio è fondamentale. E si è diffuso un senso comune, di una storia e di una soggettività diverse, che viene anche dal femminismo e che ha cambiato il senso di sé e del mondo che hanno le donne.

Qual è il rapporto tra la città e le donne che è emerso dall’esperienza dei tavoli. Come la pensano le donne questa "città"?

Mi viene subito in mente il gruppo nato all’interno del tavolo salute e relativo alla relazione tra natura, salute e territorio, il gruppo de “Le giardiniere”  (che si rifà alle donne del risorgimento qui a Milano, che si riunivano in un parco e si chiamavano proprio così, giardiniere). Queste donne hanno cominciato a lavorare su un grandissimo spazio, spazio occupato da una ex caserma abbandonata da 40 anni, attualmente ricoperto di vegetazione e a rischio di essere cementificato, e hanno fatto un lavoro pazzesco con architetti, paesaggisti, consultando esperti all’estero, incontrando le autorità, finché hanno costretto il consiglio di zona a convocare le associazioni per fare dei progetti su questa area, che loro vogliono rimanga verde. Hanno mobilitato la città. Giorni fa abbiamo avuto un incontro con l’urbanista Sergio Brenna, per discutere della fattibilità delle loro proposte. È un progetto di “rigenerazione urbana”, così lo chiamano, quello che propongono alla città, e possiamo dire che si sono trasformate in urbaniste. Ecco cosa succede allora, secondo me. Che  gli spazi si creano quando le istituzioni sono capaci di restare in relazione con le donne dei territori.

Ma è possibile fare politica nelle istituzioni con una visione femminista?

C’è una cosa che dico sempre: ho spesso sentito negli anni le donne delle istituzioni dire che si sentivano “sole” nelle istituzioni, e io invece non mi sono mai sentita “sola” perché mi sentivo sempre insieme a tutte le donne, non solo del femminismo, ma della città, certo mi sono sentita sola dentro le dinamiche delle istituzioni, ma mai rispetto al territorio. Sì, fare politica nelle istituzioni con un’ottica femminista è possibile. È molto faticoso, ti isola dai meccanismi della politica, dalle relazioni istituzionali, però crea una sinergia particolare. Penso proprio alle assemblee che si sono ripetute ogni sei mesi nella sala Alessi del comune. La penultima è stata sulle donne migranti, si  chiamava “Donne del mondo a Milano”, la sala si è riempita dei colori delle donne di Milano, comunità etniche, volontarie, operatrici dei corsi di lingua per straniere, e ce ne sono moltissimi. Sono grandi occasioni per far dialogare le differenze – perché io ho questa idea, che i corpi debbano andare a occupare gli spazi importanti – e centinaia di donne che ogni sei mesi vanno a riempire una delle sale più importanti del comune, segnano quello spazio; significa prendere possesso anche degli spazi pubblici. L’ultima assemblea che si è tenuta si chiamava proprio “La città che vogliamo”, ed è stata dedicata a progetti, bisogni e desideri da consegnare a chi ci governerà prossimamente.

E a che punto ti sembrano le città italiane rispetto al resto delle città europee?

In Italia c’è stata fatica da parte del femminismo a confrontarsi con le istituzioni. Per questo, qui, le donne che fanno politica sono molto più fedeli ai loro capi, al loro partito, alla loro squadra, rispetto alle tedesche, alle francesi, o alle spagnole, non ne parliamo. Adesso tutte le liste di sinistra si chiameranno “Torino in comune”, “Milano in comune”, a imitazione di Barcellona. Peccato che ci manca una Ada Colau.

Leggi tutto il dossier "Che genere di città" a cura di inGenere.it