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Leggi e istituti di parità
producono parità?

Foto: Flickr/ Ricky Artigas

Doppia preferenza, quote di lista, parità numerica nella composizione degli organi di governo. Verifichiamo l’impatto di genere che queste norme hanno prodotto, iniziando dal Veneto

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La legge 215 del 2012[1] per l'elezione dei consigli comunali introduce, come sistema di riequilibrio di genere negli organi elettivi di comuni e province, la doppia preferenza e le quote di lista. Questa legge incide anche sugli statuti degli enti locali con una forza precettiva. Essa infatti modifica l'art.6 comma 3 del Testo Unico degli Enti Locali (TUEL), stabilendo che gli statuti debbano “garantire la presenza di entrambi i sessi negli organi collegiali non elettivi delle amministrazioni locali”, vincolando il sindaco nella nomina dell'esecutivo. Gli effetti innovativi prodotti dalla legge sono ovviamente maggiormente incisivi sia sul fronte della rappresentanza politica che degli organi di governo. Quindi la successiva legge n.56 del 7 aprile 2014 stabilendo che - all’interno delle giunte dei comuni con più di 3.000 abitanti - "nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura inferiore al 40 per cento" attiva una parità numerica di genere, in conformità al principio definito dall’art.51 della Costituzione, diventando il parametro di legittimità della composizione degli organi di governo.

Verifichiamo l’impatto di genere che queste leggi hanno prodotto nel Veneto[2] analizzando le elezioni del 2016. I comuni chiamati al voto sono 82, cioè il 14,2% di tutti i municipi della Regione (in tutto 576)[3]. Per quanto riguarda i consigli comunali la percentuale dei consiglieri eletti nella maggioranza politica è passata dal 79,1% al 65,2% con un calo del 13,9%, mentre la percentuale delle elette passa dal 20,9% della penultima elezione al 34,8% del 2016 con incremento del 13,9%. Per quanto riguarda l’opposizione, la percentuale della componente maschile nella elezione del 2016 rispetto a quella immediatamente precedente scende dal 81,6% al 66,3% con un saldo negativo del 15,3%. L’incremento delle elette passa dal 18,4% al 33,7%.

Per le giunte, non sono mancati tentativi di eludere il principio dell’equilibrio tra i sessi: infatti il numero delle assessore è inferiore al 40% negli esecutivi di Villorba (Tv), di Caorle (Ve), di Garda (Vr) e di Montegalda (Vi). Per entrare invece nel vivo dell’esame delle competenze politiche riscritte negli esecutivi formati nel 2016, i referati attribuiti diminuiscono quantitativamente per gli uomini e aumentano per le donne. L’incremento segna valori alti: +6% nella provincia di Vicenza, +9% nella provincia di Rovigo, +16% nella provincia di Treviso, sino ai maggiori valori di +27% nella provincia di Padova, +28% in quella di Venezia, per giungere al massimo incremento del 39% in quella di Verona.

Le materie delegate agli uomini registrano parallelamente un calo di 18 punti percentuali a Padova, di 15 a Verona, di 12 a Venezia, di 4 a Rovigo, di appena 1 punto a Treviso, mentre i dati di Vicenza registrano un aumento in controtendenza di 1 unità percentuale. Nonostante questo incremento, non esiste una sola competenza che veda prevalere le donne. La classe relativa alle deleghe nel settore sociale, che è la più importante con 47 deleghe conferite alle donne, si confronta con le 61 deleghe conferite ai maschi. Il settore riguardante la “cultura, sport, turismo e tempo libero” registra addirittura il doppio delle deleghe nella competenza maschile. Le risorse strategiche, settore chiave per le scelte delle amministrazioni che comprende materie come il bilancio e i tributi, resta a forte predominio maschile, con quasi il quadruplo delle deleghe assegnate agli uomini, mentre la percentuale di differenza è di ben oltre cinque volte e mezzo nel settore riguardante l’ambiente e territorio e di quasi cinque volte nel settore del commercio e delle attività produttive.

Solo un’assessora ogni 10 colleghi uomini si occupa di urbanistica ed edilizia privata, ed una ogni 22 è titolare di referati attinenti i lavori pubblici. Notevole ancora la sproporzione nell’altro settore “strategico” della viabilità e trasporti (3 assessore contro 17).

Dove allora individuare maggiori spazi di novità nelle attribuzioni alle donne? Interessante può essere l’incremento delle deleghe nel settore “ambiente e territorio”, comprendente materie di “peso” anche finanziario nel disegno strategico dei comuni, come l’ecologia, il ciclo dei rifiuti e le risorse agricole dei centri in cui è rilevante l’economia rurale. Significativo è anche l’incremento del numero delle assessore con delega nel settore economico, classificato come “Lavoro, artigianato, commercio e attività produttive”. Infine l’aumento delle attribuzioni alle donne di ambiti quali il “Decentramento ed organizzazione” (dal 10,3 del 2011 al 34,8% del 2016) rischia di assumere il carattere di un conferimento meramente formale se non coniugato effettivamente a un disegno strategico di ampio respiro, quale potrebbe ad esempio essere la politica costitutiva di un’unione dei comuni o di analoghe forme di gestione dei servizi di area vasta. Il lieve innalzamento della quota delle deleghe per i lavori pubblici (dal 4,2% del 2011 al 13,9% del 2016) alle elette ne conferma la continuità di declinazione al maschile. Per la categoria “urbanistica e edilizia privata” il peso delle deleghe, incrementato dal 10,3% del 2011 al 34,3% nel 2016, si riconduce alla diretta assunzione della materia da parte delle sindache. 

Per quanto riguarda le sindache (nel 2016 è stata eletta in Veneto una sindaca ogni 5 comuni) la percentuale delle elette conferma e rafforza la tendenza generale del Veneto che fissa al 19,27% (111 donne rispetto alle poltrone disponibili) la percentuale di sindache in carica. Le sindache non confermate sono 4, quelle confermate 5, le neo elette 11.

Le sindache tendono ad assumere deleghe tradizionalmente considerate “femminili” come “Casa, famiglia, scuola e politiche sociali”. Tali funzioni occupano infatti il 14,8% di tutte le attribuzioni ricoperte dalle 16 sindache, al pari delle deleghe connesse al “Decentramento e organizzazione” ritenute di naturale appartenenza al primo cittadino. Se non sorprende che 13,6% delle competenze siano “Attività istituzionali”, ben più interessante è notare come deleghe importanti nell’equilibrio dinamico degli organi di governo costituiscono materia che le sindache reclamano di propria competenza. È il caso di una materia rilevante per la strategia di governo dell’ente come il bilancio, “pesata” all’11,2%. 

Resta allora da vedere se tale padronanza di ruoli e di competenze determini una nuova dinamica nell’attribuzione di nuovi ruoli anche per altre componenti dell’organo esecutivo, o se il maggior peso funzionale delle donne nell’organo di governo non sia riassorbito e riequilibrato dalla componente maschile.

Alcuni esecutivi dei comuni presi in considerazione hanno addirittura invertito a favore delle donne il rapporto fra il genere meno rappresentato e quello più rappresentato. 

Accanto alla sindaca infatti siedono al tavolo della giunta due assessore (oltre a due assessori) nei comuni di Cartura, Montagnana, Este, mentre a Buttapietra un solo assessore di sesso maschile fa parte dell’esecutivo, formato da due assessore e dalla sindaca. In tutti gli altri casi il numero delle amministratrici consente di colmare la soglia sancita dalla Legge Delrio. L’effetto parità, rappresentato dalla sindaca al potere ed espresso nell’ampia disponibilità di competenze, sembra affievolirsi nella rimessa alle assessore dei referati - non certo di secondo piano per il loro impatto sociale - ma ritenuti tradizionalmente attinenti alle inclinazioni, cristallizzate nel tempo, delle donne.

Delle 14 assessore presenti nelle giunte guidate da sindache, 8 sono titolari di competenze connesse ai servizi sociali (comprendenti politiche giovani, pari opportunità, ecc.) mentre l’abbinamento “scuola, cultura e spettacolo” ricorre in altre 6 tipologie di deleghe, contro le 5 deleghe riguardanti “i rapporti con le associazioni”. Per quanto riguarda la delega alle pari opportunità sono nulle in Veneto le assegnazioni in via esclusiva. Nella maggioranza dei casi, infatti, la delega alle pari opportunità viene affiancata ad incarichi di altro tipo, spesso non coerenti con il tema della parità o della tutela della persona (sociale o culturale in via prioritaria).

Riassumendo: le leggi con obbligo di inserimento paritario dei due sessi nelle liste e negli organi di governo producono certamente una tendenza verso la parità, e comunque evitano l’ostracismo di un sesso rispetto all’altro. Dove maggiormente intervengono le scelte decisionali "politiche" - non strettamente numeriche - si ripropone a livello territoriale una spartizione non equilibrata dei referati, quantitativamente e qualitativamente spostata verso un predominio maschile. Quando sono le sindache a decidere - ancora poche per avere una percentuale significativa -, la composizione delle giunte è corretta da un punto di vista numerico, ma le deleghe importanti, se non sono trattenute dalla sindaca, ripercorrono un cammino maschile.

Resta inevaso, perché di difficile rilevazione, il tema del “cambiamento” da un punto di vista di genere dei contenuti delle politiche. Non è difficile immaginare quale può essere la visione del cambiamento nella delega al bilancio (introduzione del bilancio di genere), o quella all’urbanistica (una città per donne e uomini), per non parlare della sicurezza per donne e uomini (in casa e fuori): ci sono molti esempi preziosi a livello europeo e molte riflessioni femministe in merito. Inoltre, persino nelle deleghe “di cura” si potrebbe ipotizzare un cambiamento effettivo di ottica, dal mero assistenzialismo a una dimensione relazionale e sociale dell’accudimento a livello territoriale, partendo dall’esperienza quotidiana delle donne. Ma nella pratica della gestione locale del potere il peso politico della decisione deve essere ancora contrattato a diversi livelli, dove non sempre, o non ancora, le donne elette hanno diritto – o volontà - di esprimere una visione di genere[4].

Difficile ipotizzare quanto il lavoro di mediazione dei partiti nelle logiche di equilibrio di governo nelle giunte fondate su coalizioni di più forze[5] o il difficile gioco di compromessi politici vivo anche nei poteri locali sia in grado di limitare gli effetti innovativi affidati alla piena espressione di capacità femminili in ambiti tradizionalmente “inediti” anche a quante siano in possesso di idonei requisiti tecnici e professionali.

Note

[1] Legge 23.11.2012, n. 215 “Disposizioni per promuovere il riequilibrio delle rappresentanze di genere nei consigli e nelle giunte degli enti locali e dei consigli regionali”.

[2] Molti dei dati numerici presentati in questo articolo sono ricavati da una recente ricerca del dott. Lucio Piva per la tesi da me diretta dal titolo: Il gender nelle “stanze dei bottoni”: un'analisi delle competenze amministrative delle donne prima e dopo la Legge Delrio (D.L. 56/2014) attraverso l'esperienza elettorale dei comuni padovani del 2016, sostenuta nel novembre 2016.

[3] Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani), La rappresentanza di genere nelle amministrazioni comunali, Roma, Anci Area Studi, Ricerche e Banche dati, 2016.

[4] Farina F., Carbone D, Pari o dispari? Le pari opportunità secondo le consigliere comunali in Italia in "Polis", anno 2, 2015.

[5] Del Re A., “I partiti politici e le donne: le ragioni di parità in democrazia” in Crisi della democrazia e crisi dei partiti in Italia e in Europa. Atti del convegno a cura di Fabio Marcelli e Giovanni Incorvati, Università La Sapienza, 2009, p. 132.

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