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Silicon Valley. Storie
di padri pionieri

foto Flickr/Adam Selwood

Alcuni padri statunitensi stanno ripensando il loro ruolo sul lavoro e in famiglia a partire da politiche aziendali sempre più generose in materia di congedi di paternità. Succede nella Silicon Valley

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Clac! Un suono normale, di tutti i giorni: la porta di casa che si chiude. Ma quando quel clac è un padre che lascia la casa per andare al lavoro – dopo pochissimi giorni (o nemmeno uno) di congedo – è un suono dagli echi profondi, per la madre che rimane a casa con il bimbo appena nato, e per la cultura del lavoro negli Stati Uniti.

Sette anni fa, quando ho sentito quel rumore della porta, l’estate in cui nacque mio figlio, sapevo che mio marito, che stava finendo il primo anno di internato in medicina, non aveva molta scelta. Era rimasto a casa per tre giorni (si era battuto per avere una settimana, ma era stato richiamato in anticipo) sistemando i pasticci che combinavo, preparando i pasti, tenendo il bambino il tempo necessario perché mi potessi fare la doccia. Eravamo ancora in modalità-panico, non avevamo ancora stabilito una routine. L’allattamento non era ancora regolare. Clac, la porta si chiuse e mi assalì l’ansia. Guardai l’orologio e pensai a come organizzare la giornata intorno ai cicli di allattamento di tre ore fino all’ora del rientro a casa di mio marito. Lui tornò alle sette di sera con una confezione di gamberoni da cucinare- “Dai, stai tranquilla”, mi disse sciogliendosi la cravatta e cercando di rassicurarmi, “Va tutto bene. In realtà la nostra vita non è poi cambiata cosi tanto”. Rimasi senza parole.

Invece, in quei sette anni, è cambiato tutto. Tutti, dalla Goldman Sachs all’esercito americano hanno migliorato l’offerta di congedi di paternità. E questi nuovi benefici vengono molto pubblicizzati nella Silicon Valley. Twitter ora offre ai padri 10 settimane di congedo retribuito; Google ne offre 12 se il padre è il primary caregiver (‘genitore principale’); Facebook ne da 17; presto Adobe ne offrirà 16 se il padre è il principale caregiver, e cosi altre imprese. I congedi di paternità a due cifre non sono ancora generalizzati nella Silicon Valley, ma anche alcune delle nuove imprese stanno dimostrando il loro impegno retribuendo i congedi, senza limitarsi ai soli congedi non retribuiti. 

“Molte imprese hanno capito ormai che i congedi di paternità sono importanti” dice Scott Behson, PhD, professore di management alla Farleigh Dickinson University e autore del libro A Working Dad’s Survival Guide (Manuale di sopravvivenza per il papà che lavora). Ai  padri del settore  tecnologico – i cui dipartimenti risorse umane stanno facendo da apripista – si presenta  ora un’occasione unica per guidare il resto del settore privato con l’esempio. Quel gruppo – piccolo ma crescente – di padri che usufruiscono appieno dei congedi offerti dalle aziende forse riuscirà a cambiare il sistema operativo delle famiglie americane.

Aaron Boodman, sviluppatore di software indipendente, lavorava in Google da nove anni quando gli è nata la figlia diciotto mesi fa. Aveva progettato di prendersi più o meno un mese di congedo di paternità, ma poco prima della data di rientro previsto, Google aumentò la durata dei congedi di paternità a 12 mesi. Colse al volo l’ occasione. “Venni  a sapere di questo cambiamento dai colleghi” mi disse  “non ricordo nemmeno se feci ufficialmente la richiesta. Il congedo me lo sono preso tutto comunque”.

Alla Apple, Eric Smith, sviluppatore senior che gestisce un laboratorio, si è preso 12 settimane di permesso dopo la nascita della figlia, che ora ha 3 anni, e poi di nuovo per il figlio, che ora ha 9 mesi.

Un altro caso è quello di  Edward Ho, direttore nel settore sviluppo a Twitter. Il figlio, che ora ha quasi due anni, è nato quando Ho lavorava in una startup che fu poi acquisita da Twitter. “Gli altri due co-fondatori della start-up erano già padri, e tutti e tre davamo molta importanza al tempo passato in famiglia, facevamo in modo di tornare sempre a casa per l’ora di cena”. I tre  progettarono il lancio della start-up in modo che coincidesse con la data prevista di nascita del figlio di Ho, e quando il bimbo nacque prematuro, rinviarono un impegno importante per dare a Ho il tempo di stare di più a casa. Adesso la moglie di Ho sta per avere un secondo figlio, e Ho si dichiara intenzionato a prendere almeno sei settimane di congedo da Twitter.

Eppure questi tre uomini sono delle mosche bianche nelle loro imprese dove per i padri, prendersi dei congedi più lunghi, non è ancora la norma. “La maggior parte dei miei pari prende congedi molto più corti”, dice Boodman. Che cosa è che gli ha dato coraggio? “La situazione a casa era drammatica, e in più io mi trovavo a non avere grandi preoccupazioni economiche in quel momento”. Se avesse iniziato a lavorare a Google tre anni più tardi, mi dice, la storia sarebbe stata molto diversa.

Quanto a Smith, dice che è stata la natura del lavoro che gli ha consentito di andare controcorrente rispetto alla cultura dell’impresa. “Proprio quando è nata mia figlia, sono passato da un incarico di tipo manageriale ad un lavoro a contenuto più tecnico – per ragioni che non c’entravano niente con i fatto di essere  diventato padre.  “Prima gestivo un gruppo di lavoro abbastanza numeroso, e sarebbe stato impossibile prendermi tutto quel tempo se avessi continuato in quella funzione”.

Per questo articolo ha parlato con diversi papà che si erano presi dei congedi lunghi, e che, in retrospettiva, dicono che non avrebbero mai potuto fare diversamente. Come Boodmanm Smith e Ho avevano in comune il fatto di essere  un’avanguardia. Non era ancora normale per i padri usare tutti i benefici offerti dall'impresa, se non in modo molto parziale.

(In realtà Boodman, Smith e Ho hanno anche un’altra cosa importante ed intima in comune. La paternità li ha travolti con le sue nuove emozioni, e le sue nuove sfide. “Ero terribilmente impreparato, ammette Ho. E Boodman: “Non dimenticherò mai i primi sei mesi della vita di Abigail, sono stati brutali. Mi sono reso conto dell’ immensa fatica, e del senso di isolamento. “A un certo punto sembrava che dovessi rientrare a lavoro con anticipo, e mi sono detto ‘ma come faccio?!’”). 

Di solito i padri nelle imprese private che offrono i congedi di paternità se ne prendono mediamente due settimane, questo secondo uno studio del Boston Centre for Work and Family. The Hartford riporta una cifra un po’ più elevata, 17,6. Ed è cosi mediamente anche nelle imprese tech, due o tre settimane. 

Questi papà del settore tecnologico sono nella posizione di poter dare un contributo originale in un settore che è in rapida crescita, e caratterizzato da un’organizzazione del lavoro abbastanza informale. È anche un settore sufficientemente stabile perché le imprese possano dare una certa flessibilità anche ai dipendenti di maggior talento. Il settore offre l’opportunità a chi ci lavora di contribuire all’innovazione. Ma come si fa a cogliere le opportunità di innovazione se non si è presenti? Si e scritto molto sulla ricaduta positiva dei congedi parentali retribuiti in altri campi, però il problema è che gli effetti non si vedono nel breve periodo. 

Gli uomini che ho intervistato riconoscono di essere fortunati “Ho delle competenze  professionali molto specifiche e di conseguenza ho anche certi privilegi”, ammette Smith. E il problema è proprio questo: si tratta spesso di casi speciali, di persone che  fanno un lavoro che non li rende molto visibili agli altri colleghi quando fanno la scelta di dare priorità alla famiglia. Smith, per esempio, lavora solo per una parte della giornata in ufficio, per il resto del tempo lavora di notte. Lavora con degli ingegneri junior che chiama gli  “impiegati veri”, che però non si aspettano di ricevere da lui lo stesso tipo di appoggio che dava al suo team quando era un manager.

Però, questi padri pionieri dei congedi di paternità stano facendo degli sforzi deliberati per cambiare la cultura delle organizzazioni di cui fanno parte. Questo significa, per esempio, far sapere ai colleghi quando si prendono i congedi, tenere le foto dei bambini sul tavolo, o lasciare il lavoro presto per assistere alla partita di baseball del figlio – tutte cose che dovrebbero essere nomali in quella organizzazione del lavoro a ruota libera di cui il settore tecnologico si fa vanto. Questo è il primo punto. E il secondo? Fare un lavoro eccellente. “Non possiamo essere credibili come modelli nel ruolo di padri che assumono le loro responsabilità genitoriali, se non ci guadagniamo anche il rispetto per la qualità del nostro lavoro professionale”, dice Behson.

Alla Apple, dice Smith, vige questa strana cultura per cui non puoi mai dire ‘no’ a quello che ti viene proposto. Ma lui lo fa, e anche apertamente, soprattutto quando si tratta di programmare delle riunioni che possono confliggere con gli impegni familiari. "Nel mio laboratorio", dice Smith, "Abbiamo aumentato la produttività anche riducendo in modo significativo le ore passate sul lavoro". (Smith è insofferente verso di quelli della Silicon Valley che si vantano di lavorare 100 ore a settimana quando in realtà passano molte ore a praticare gli sport aziendali). Recentemente ha consigliato a un amico di prendersi il congedo di paternità. “Prenditelo tutto, prendine tanto”. Diventare padri, a quanto pare, può anche cambiare la visione della vita di quelli che prima erano dei workaholics ('drogati di lavoro'). 

Si propone di portare dentro Twitter la calda atmosfera familiare della start-up dalla quale proviene. “Credo che sia importante, anche come responsabile-sviluppo, prendere il congedo e promuovere  una cultura del lavoro in cui si da valore al tempo personale di ognuno, quello per sé e quello per la propria famiglia”. Questo, dice, significa fare delle azioni concrete, come prendersi il congedo parentale –  e le ferie. “Ci sono dei capi che magari ti dicono ‘dai stacca, prenditi le ferie’, ma  loro se le devono prendere le ferie, proprio per incoraggiare gli altri a farlo”. 

Parlando della conciliazione e dei congedi con i loro colleghi e con me, questi uomini sventolano la bandiera della paternità in un settore che è fatto di persone altamente competitive,che puntano costantemente ad alzare l’asticella. 

David Cohen, che dopo il secondo figlio si è preso tutto il periodo di congedo di paternità da Google come capo-settore tecnico e manager sviluppo spiega in modo più positivo l’esitazione di molti uomini nel settore tech a prendersi i congedi.  “Io penso che ci siano tante persone, che tanto per cominciare, si sentono super-fortunate di lavorare per Google. Sai, Google tratta cosi bene i suoi dipendenti”. Quindi implora, “Sfruttatela questa generosità: prendetevelo questo congedo!!” 

Poco dopo essere rientrato a Google, Cohen ha fatto quella cosa di cui si accusano le donne da quando è stato inventato il congedo di maternità. È rientrato, e ha dato le dimissioni. 

Cohen dice di essersene andato in parte perché durante la sua assenza c’era stata una riorganizzazione. Ma soprattutto perché non voleva mancare nei momenti-chiave della vita del secondo figlio, come  invece era successo con la prima. “Mi sono preso qual tempo e mi sono reso conto di quanto fosse importante”, dice “quando ho iniziato in Google, molti di noi erano ventenni. Adesso ci sono molte persone in questo campo che stanno diventando persone mature, hanno  famiglia e si rendono conto di quanto sia importante”. Alcuni ex colleghi gli hanno detto di invidiarlo per il salto che ha fatto. “ Vorrei avere anch’io il coraggio di farlo!” dicono

Cohen ha lasciato Google senza avere un vero programma di lavoro, ma poco dopo gli è stato offerto un nuovo lavoro in Facebook. Ha negoziato di poter cominciare all’inizio del 2016. Ma Facebook sarà disposta ad aspettare per tutti questi mesi? “Beh, all’inizio non è che fossero proprio contenti della cosa, però ho detto loro che volevo passare del tempo con la famiglia e sono stati comprensivi”, dice Cohen.  “È una partita lunga quella della carriera e della paternità, anche in un settore in rapido movimento come quello tecnologico. Ah, un’altra cosa, aggiunge Cohen: “la persona incaricata del reclutamento a Facebook era una donna ed era incinta. Poco dopo si è presa il congedo di maternità”.

Mentre lavoravo su questo articolo, in una delle ultime splendide giornate d'estate, mio figlio, che ora ha sette anni, mi è corso incontro sulla spiaggia dove ero seduta davanti al laptop. Mi sono trattenuta, ho cercato di non prendermela con lui per avermi interrotta a metà paragrafo, e volevo anche spiegargli l’importanza dei congedi di paternità, della partecipazione dei papà e di come ci troviamo in un momento di svolta che potrebbe cambiare tutto, anche per lui che un giorno sarà padre. Ma non è stato necessario. “Ehi ometto, la mamma sta lavorando” gli ha detto mio marito venendomi in aiuto, “Dai andiamo a saltare insieme le onde. Adesso tocca a papà”. 

L'articolo originale è pubblicato su medium.com