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Storie di donne
che hanno fatto storia

Trentasei anni fa veniva approvata la legge 194. La festeggiamo con i ritratti di due pioniere dell’autodeterminazione femminile. Con l'augurio che si arrivi davvero alla piena applicazione #apply194

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Adele Faccio, ex partigiana, è stata parlamentare del partito radicale e attivista per i diritti civili. Nel 1973 fu tra le fondatrici del Cisa (centro per la sterilizzazione e l’aborto) e ne diventò presidente. Applicò all’interruzione di gravidanza gli stessi principi e le stesse pratiche di disobbedienza civile che già i radicali avevano sperimentato nella lotta contro il servizio militare obbligatorio. Organizzò i viaggi a Londra di donne incinte che volevano interrompere la gravidanza in modo sicuro e ambulatori italiani (come quello fiorentino di Giorgio Conciani) disposti a testimoniare il loro rifiuto del codice Rocco allora vigente, anche a rischio della repressione.

Per prima fece conoscere il metodo Karman (dal nome dell’americano Harvey Karman), basato sull’isterosuzione, un sistema assai più semplice e meno doloroso del raschiamento allora in uso. Dopo l’irruzione della polizia nell’ambulatorio di Conciani, il 26 gennaio 1975 si fece arrestare dichiarando pubblicamente di aver interrotto una gravidanza di sua volontà: all’epoca aveva commesso un “delitto contro l’integrità della stirpe” e rimase in carcere trentatré giorni.

Collaborò alla stesura della 194, ma opponendosi a ciò che riteneva un di più  di “statalismo” e cercando - senza successo - di orientare la legge verso la liberalizzazione. Sua è anche l’eredità dell’Aied (associazione italiana per l’educazione demografica), fondata a Milano nel 1953 e finanziata anche da Adriano Olivetti. Detestata all’epoca sia dal mondo cattolico che dai comunisti, l’associazione creò una rete di consultori laici che gode ancora oggi di ottima salute (Gianfranco Porta, Amore e libertà, Storia dell’Aied, Laterza 2013).

Poncho e capelli all’Anita Garibaldi, Adele Faccio, meravigliosamente anticonformista, era la negazione dell’immagine televisiva tipo della parlamentare di oggi . Nell’ultimo periodo della vita si è dedicata alla pittura. È morta nel 2007 a 86 anni.    

Nel 1971 Simonetta Tosi ha solo 34 anni. Eppure è già una professionista di punta. Laureata in Italia e poi alla Harvard Medical School di Boston, è ricercatrice di biologia cellulare al Centro nazionale delle ricerche. È a questo punto che il clima di quegli anni, l’interesse per la medicina sociale e infine l’incontro con il femminismo cambiano la sua vita come un turbine. Nel 1973 fonda il Consultorio femminista di via dei Sabelli nell’antico quartiere di San Lorenzo a Roma. Le sue colleghe conservano ancora i suoi taccuini: girava casa per casa, in una zona all’epoca povera, spiegando le tecniche anticoncezionali e cercando di prevenire gli aborti clandestini. Non sempre era ben accolta.

Nel 1975, quando viene approvata la legge sui consultori, non si sottrae al rapporto con le istituzioni pubbliche, anzi le incalza ad una concezione non gerarchica e chiusa del consultorio, tuttavia per molto tempo non chiude la sua esperienza autogestita che ha fatto scuola in tutta Italia. Nel 1978, quando è approvata la legge 194, comincia a lavorare all’Istituto superiore di Sanità e mette a punto un sistema di monitoraggio che, in larga misura, è usato ancora oggi per le relazioni annuali dei ministri.

Nel frattempo si ammala gravemente e muore nel 1984. In quegli anni, quando le riunioni si facevano lunghe e farraginose, aveva preso l’abitudine di mettere in guardia: “Guardate che io ho fretta”. Solo gli amici più cari capivano cosa volesse dire.